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    Home»Una finestra sul mondo»Perché non è un male che Trump non sia sottoposto a impeachment
    Una finestra sul mondo

    Perché non è un male che Trump non sia sottoposto a impeachment

    Giovanni GiorginiDi Giovanni GiorginiFebbraio 20, 20210 VisualizzazioniTempo lettura 8 min.
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    Manifestanti trumpiani assaltano il Congresso USA
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    La presidenza di Donald Trump è stata singolare sotto molti aspetti oltre alla tumultuosa conclusione. Anzi, la singolarità apparve fin dall’inizio, quando Trump si presentò alle primarie del partito Repubblicano -lui che era registrato come elettore democratico nella città di New York. Fu l’unico dei 12 candidati durante il primo dibattito che, alla domanda dell’intervistatore, rispose che se non fosse stato nominato avrebbe pensato di correre come indipendente per la presidenza degli Stati Uniti. La sua totale inesperienza in politica lo fece sottovalutare dagli avversari, che si fecero una spietata guerra a vicenda, in particolare quelli più quotati come Jeb Bush e il suo pupillo Marco Rubio, con il risultato che Trump emerse vincitore. Nessuno avrebbe scommesso su di lui di fronte a un’avversaria esperta come pochi quale era Hillary Rodham Clinton, per di più dopo una presidenza democratica molto di successo come quella di Barack Obama. Per avere conferma, è sufficiente riguardare il servizio della CNN la notte delle elezioni quando, verso mezzanotte, i commentatori si rendono conto che Trump ha preso alcuni stati tradizionalmente democratici e che potrebbe vincere: lo sgomento sui loro volti dice molto più delle loro parole. Come si dice a Boston: «Sun dawns on the marble-head»!

    Donald Trump

    La presidenza di Trump è stata controversa fin dall’inizio, non solo per colpa delle azioni e del carattere del 45° presidente. Certo, Trump è una di quelle persone che in americano si definiscono “confrontational”, polemico, amante dello scontro, che prova piacere a contraddire per dimostrare quanto è potente. Ma tutto il tempo perso dai democratici per dimostrare che l’elezione era stata illegittima perché viziata da una “Russia-connection”, da false notizie, hacker e appoggi russi, ha acuito lo scontro partigiano; soprattutto dopo che la lunga inchiesta si concluse con un nulla di fatto, un “nothing-burger”, come aveva sentenziato fin dall’inizio il presidente indagato. Questo è il punto su cui voglio soffermarmi: l’attuale profonda divisione, quasi polarizzazione lungo alcune linee, della società americana. Questa storia non ha avuto inizio con Trump ma il finale drammatico, non solo dal punto di vista evocativo dello sfregio alla democrazia, ma effettivo perché vi sono stati 5 morti, rende necessario per l’attuale presidenza mettere tra le priorità un, presumibilmente lungo, processo di riconciliazione nazionale.

    Per quanto riguarda la riconciliazione nazionale, la presidenza di Obama ha avuto luci (per lo più) e ombre (alcune, ma dense). Essendo il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti, era prevedibile che Obama si impegnasse molto per rendere più effettive le conquiste degli ultimi cinquant’anni nel campo dei diritti civili degli afroamericani. E, più in generale, che si impegnasse a migliorare le condizioni di vita degli afroamericani. Obama lo ha fatto sia nella sostanza, con leggi che hanno diminuito la povertà delle famiglie afroamericane, hanno dimezzato il numero di chi non aveva assicurazione sanitaria e delle ragazze-madri, allungando nel contempo l’aspettativa di vita degli afroamericani. Lo ha fatto anche nella forma, impegnandosi, per esempio, assieme alla moglie Michelle, a migliorare il regime alimentare degli afroamericani. O dedicando un intero giorno (oltre, ovviamente, alla preparazione) dell’attività del presidente e del vice-presidente degli Stati Uniti a ‘sanare’ un emblematico caso di discriminazione razziale che lo toccava da vicino. Mi riferisco all’arresto del professore afroamericano di Harvard Henry Louis Gates jr da parte di un poliziotto bianco, il sergente James Crowley, con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale. Come si ricorderà, nel 2009 il professor Gates, appena tornato da un viaggio in Cina, aveva trovato la porta della propria abitazione bloccata e con l’aiuto del taxista che lo aveva accompagnato a casa, aveva cercato di forzarla. Un’azione del genere a Cambridge, Massachusetts, aveva immediatamente allarmato i vicini che avevano chiamato la polizia; Crowley, dopo uno scambio di battute con Gates, lo aveva arrestato per resistenza. Il capo di imputazione fu poi lasciato cadere, ma la ricaduta mediatica fu molto forte al punto che Obama, allora all’inizio del proprio mandato, volle dare un segnale forte di riconciliazione e di come avrebbero dovuto essere i rapporti di comprensione tra bianchi e neri invitando alla Casa Bianca i due protagonisti assieme alle loro famiglie e poi andando a bere una birra di riconciliazione assieme ai due e al vice-presidente Biden. È evidente che questo aspetto di riconciliazione era in cima alle priorità di Obama, così da fargli dedicare tanto tempo a un caso emblematico ma non drammatico, dal momento che lui stesso ha rimarcato nella propria autobiografia che ogni piccolo cambiamento richiede tantissimo tempo e sforzo.

    Barack Obama

    Tra le ombre, la più grossa ed evidente è stata la riforma della sanità chiamata Affordable Care Act e meglio nota come Obamacare, promulgata nel 2010 con un voto estremamente divisivo: 220 a favore e 215 contro, con 39 parlamentari democratici della maggioranza che votarono contro; decisione ratificata dal Senato con un voto secondo linee di partito: tutti i Democratici (60) a favore e tutti i Repubblicani contro (30). Frutto di un compromesso, ha risolto solo parte dei problemi della copertura assicurativa degli Americani; inoltre, dal momento che obbliga tutti cittadini ad avere una costosa assicurazione sanitaria, è stata avversata dai conservatori come una misura da Stato socialista. È anche una legge lunga e complessa e pertanto è stata impugnata molte volte di fronte alla Corte Suprema, la quale dovrà esprimersi nuovamente tra breve.

    Trump ha il dubbio onore di essere stato l’unico presidente degli Stati Uniti a essere sottoposto due volte a procedura di impeachment; e ad essere stato assolto due volte. La prima volta fu nel 2019: le accuse erano di abuso di potere e ostruzione al Congresso, per aver esercitato pressioni sull’Ucraina perché indagasse con maggiore convinzione uno dei figli di Joe Biden, Hunter Biden, e per aver ingiunto ai membri della propria amministrazione di rifiutarsi di testimoniare di fronte al Congresso. Le prove non erano così incontrovertibili e Trump è stato giustamente assolto: in dubio pro reo.

    Arriviamo così alla storia dei nostri giorni. La terribile scena dell’invasione del Campidoglio da parte di sostenitori di Trump il 6 gennaio 2021 non ha bisogno di commenti; le devastazioni all’interno del luogo simbolico della democrazia americana e i 5 morti che ne sono seguiti sono una tragedia. Trump non ha fatto nulla per fermare i suoi sostenitori, anzi ha affermato che «dovevano combattere come degli assatanati se non volevano ritrovarsi senza una patria». Una chiara incitazione all’insurrezione, che si accompagnava a settimane di pressioni e manovre oscure per ribaltare il voto negativo delle elezioni del 5 novembre. Mentre nella prima richiesta di impeachment solo un senatore repubblicano, Mitt Romney, votò a favore, in questa seconda richiesta ben 7 hanno votato a favore, spiegando di essersi discostati dalla linea del partito per ragioni di coscienza, disgustati dalle menzogne e dalle manovre di Trump, e per lealtà verso le istituzioni democratiche. Non si è raggiunta la maggioranza dei due terzi richiesta dalla Costituzione e Trump è stato assolto.

    Allora, perché affermare che il mancato impeachment di Trump non è un male? L’assoluzione gli consente, in linea teorica, di presentarsi come candidato alle elezioni presidenziali del 2024. Per il momento Trump è il politico repubblicano che gode di maggior sostegno; tuttavia, nel 2024 avrà 78 anni e in questi 4 anni si auspica che i Repubblicani siano in grado di far emergere nuovi esponenti e, soprattutto, una nuova idea del conservatorismo e del libertarianesimo in America. Senza venature di razzismo, di suprematismo bianco e, in economia, di protezionismo e favori fiscali ai più ricchi.

    Joe Biden

    Unitamente alla pandemia in atto che, sperabilmente, è solo un problema transeunte, la divisione della società americana è il problema più serio e di lungo periodo che la nuova amministrazione dovrà affrontare. Con un’esperienza politica di oltre 40 anni, abituato a confrontarsi con le controparti repubblicane con cui ha anche rapporti di amicizia personale, Biden è la persona giusta per dare inizio a un lungamente atteso processo di riconciliazione. Noi sappiamo bene che le leggi possono unire o possono separare i cittadini. Due grandi divisioni vanno affrontate immediatamente, quella tra i ricchi e i poveri, che ha determinato l’assottigliamento di quella classe media che dà stabilità allo Stato (lo notava già Aristotele); e quella fra bianchi e neri, per la quale è necessario investire denaro federale nella cultura e nell’istruzione.

    Il 2024 ci dirà se, in retrospettiva, è stato un errore, ma io penso che iniziare la presidenza senza un impeachment divisivo sia un buon inizio. Dopo la guerra civile del 403 a.C. gli Ateniesi votarono una legge che vietava di “ricordare con rabbia” gli avvenimenti appena passati e proibiva le cause legali legate ad essi. Come gli Ateniesi, puniamo i singoli colpevoli e guardiamo al futuro.

    Affordable Care Act Donald Trump Joe Biden
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    Giovanni Giorgini
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    Sono un professore universitario: insegno Filosofia Politica e Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna e Ancient and Medieval Political Thought alla Columbia University. Mi occupo di pensiero politico classico, teoria politica contemporanea e, ultimamente, del relativismo culturale.

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