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    Home»Dolenti note»Se otto ore vi sembran poche
    Dolenti note

    Se otto ore vi sembran poche

    Alessandro ColuccelliDi Alessandro ColuccelliAprile 20, 20230 VisualizzazioniTempo lettura 6 min.
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    Una canzone storica del diritto al lavoro, ma soprattutto di una corretta applicazione dell’orario e del salario. Tutto inizia nel 1906, sembra ieri, con una proposta di legge, mai applicata, all’orario lavorativo delle mondine, in effetti “le mondariso” e ci vorranno anni di rivendicazioni e lotte, atti eclatanti come avvenne nel vercellese quando le donne si stesero sui binari per fermare i treni di altre lavoranti, per arrivare a una legge che fissasse un tetto all’orario settimanale di lavoro di massimo di 40 ore settimanali, di cui 8 giornaliere. Una conquista costata anni di lotte alle donne, dopo battaglie e rivendicazioni. Lo scorso mese, l’8 marzo, si è celebrata come ogni anno, la “Giornata internazionale della donna”, o meglio e più corretto “Giornata internazionale dei diritti delle donne” e voglio ricordare le Donne con una delle tante lotte che hanno dovuto affrontare per far riconoscere i propri diritti e ancora non hanno finito…E io, anzi tutti noi uomini, “l’otto lotto” con loro, come tutti i giorni dell’anno.

    “Se otto ore vi sembran poche” è un canto popolare, di natura politica di autore anonimo dei primi anni del ventesimo secolo, modificatosi nel tempo con espressioni spontanee e varie versioni, trasmesse oralmente, spesso diverse da paese a paese, quelli legati alla coltivazione del riso, dal vercellese a tutta la pianura padana. Un canto di protesta delle mondine teso a rivendicare “le otto ore” come massimo orario di lavoro giornaliero, anche se poi verrà cantata negli anni sessanta e nei cortei di rivendicazioni operaie e nelle proteste e contestazioni del 68 e anni seguenti. La più famosa canzone è La mondina del 1950, «Son la mondina/Son la sfruttata/Carcere e violenza, nulla mi fermò», ma quella di cui scrivo divenne un importante inno di lotte e battaglie di parità sociale.

    Gruppo di mondine al lavoro in risaia nel Veneto, anni 40-Foto pubblico dominio da wikipedia.org

    I lavori in risaia diceva la legge vigente “devono iniziarsi un’ora prima del levar del sole e terminare un’ora prima del tramonto”, in effetti orario mai rispettato sulla pelle delle donne, spesso bambine che arrivavano da marzo a luglio per lavorare, anche da altre regioni, dal sud per portare poi a casa qualcosa per combattere fame e disperazione, con l’aggravante che quell’orario era proprio nelle ore in cui era più attiva la zanzara anofele e quindi la malaria. L’accordo collettivo, ovviamente non sindacale, indicava che ad ogni lavoratrice fosse corrisposto, oltre al salario, un chilogrammo di riso bianco originario, di produzione locale per ogni giornata di prestazione e senza detrazione sulla paga, così le mondariso ricevevano alla fine del periodo di lavoro circa kg 40 di riso, spesso però la qualità non era buona.

    Bisognò arrivare al 1912, per una legge del regno d’Italia con un regolamento che fissava ad otto le ore di lavoro giornaliere, proprio per le mondariso, ovvero le donne, spesso bambine, che fra Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna lavoravano nelle risaie. Altre lotte e rivendicazioni inascoltate attraverseranno i decenni successivi. La legge era regolarmente inapplicata, gli accordi erano quelli decisi dal proprietario e dai guardiani e quindi le rivendicazioni più diffuse erano il limite della giornata lavorativa, la corresponsione del salario in denaro contante, non in sacchi di riso e i sorveglianti scelti dai lavoratori stessi.

    In che consisteva questo lavoro: il lavoro delle mondine era uno dei più duri di tutto il bracciantato agricolo, soprattutto a quei tempi con l’assenza di meccanizzazione e si svolgeva da fine maggio fino ai primi di luglio e ogni anno arrivavano migliaia di donne, dai 13 ai 70 anni.

    Risaie vercellesi negli anni venti-Foto pubblico dominio da wikipedia.org

    Queste donne spesso bambine, dovevano trapiantare le piantine nuove e togliere le erbe infestanti che crescevano negli acquitrini coltivati a riso, con qualunque tempo, anche sotto la pioggia, piegate in due e immerse fino alla coscia in acqua stagnante, con l’uso solo delle mani, per ore immerse nell’acqua. Le donne si disponevano in file di una decina di persone e si passavano le erbacce di mano in mano. Le ultime della fila le gettavano nei canali di scolo. Non si poteva interrompere il lavoro e quindi necessità fisiologiche o talvolta malori venivano risolti rimanendo praticamente sul posto. Ovviamente queste immense paludi erano il regno di rane, topi, bisce, sanguisughe e insetti, come appunto l’anofele e le malattie più frequenti erano reumatismi e problemi alle vie respiratorie causate dall’umidità. Come se non bastasse era presente anche la cosiddetta “febbre del riso”, una malattia infettiva dovuta a un parassita che causava febbre alta. Alloggiate in capannoni semi diroccati e non utilizzati, si distendevano su assi e un po’ di paglia, qualche vecchia coperta, decine di donne…in più va detto separate tra loro, da quelle che arrivavano da villaggi vicini per evitare che conoscendosi, parlassero fra di loro e facessero “squadra” per rivendicazioni o scioperi. Inoltre essendo non del luogo e lontane da casa le mondine erano spesso oggetto di scherno e gelosie da parte degli abitanti del luogo, che le consideravano delle donne prive di morale, delle poco di buono.

    Per rendere il lavoro meno gravoso e per distrarsi qualche volta una delle mondine intonava un canto e le altre rispondevano. Un po’ per mantenere il ritmo, un po’ per ricordare amori o la nostalgia del loro paese, ai padroni e agli uomini che le controllavano stava bene, ma col tempo alcuni canti divennero il segnale della rivolta, come questo appunto. Canti politici, pericoloso presagio di ribellione, a volte anarchici e socialisti. In quegli anni il socialismo in particolare faceva tremare il “sciur padrun da li beli braghi bianchi”, nell’immaginario proletario il socialismo rappresentava la realizzazione di una società giusta ed equa sulla terra, contro lo sfruttamento dei salariati.

    Le mondine hanno dimostrato grande dignità, combattendo battaglie sociali per veder riconosciuti i propri diritti di lavoratrici e allora, purtroppo ancora oggi, con tutti i problemi di disparità salariale, diritti civili e sociali negati, cantiamo con loro:

    Se otto ore vi sembran poche
    provate voi a lavorà
    Se otto ore vi sembran poche
    venite voi a lavorà

    E provere-ete la differe-enza
    fra lavorare e di comandar
    E provere-ete la differe-enza
    fra lavorare e di comandar.

    E noi faremo come la Russia
    chi non lavora non mangerà..
    E noi faremo come la Russia
    chi non lavora non mangerà..

    E quei viglia-acchi di quei signo-ori
    verranno loro a lavorà
    E quei viglia-acchi di quei signo-ori
    verranno loro a lavorar..

    E suonere-emo il campane-ello
    falce e martello trionferà

     

    Foto di apertura: Gruppo di mondine in risaia, anni ’50 – Foto pubblico dominio da wikipedia.org

    Giornata internazionale dei diritti delle donne mondine orario di lavoro risaie Se otto ore vi sembran poche
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    Alessandro Coluccelli

    Nato a Roma - 1954. Diploma maturità classica col massimo dei voti. Dal 1976 nella redazione del TUTTI, partecipa a tutte le iniziative dell’A.I.G.E, del CEGI e del Comitato Italiano Giovani dell’Unicef. Dal 1985 responsabile ammin. e aff. gen. presso IPALMO; poi, fino al 1993, stesse mansioni presso MONDIMPRESA, UnionCamere. Dal 1993 al 2011 titolare di un agriturismo in Umbria, Presidente Ass. agrit. Umbria Terranostra-Coldiretti e membro della Giunta. Dal 2012 al 2015 gestore di una dimora storica, ricettiva, del 1400 e creatore e gestore di un Museo del Vino in provincia di Lucca. Dal 2015 a marzo 2020 responsabile gestione per due strutture ricettive del centro di Roma.

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