15 Aprile 2026 - mercoledì
Fra’ Jihad Youssef,
abate della Comunità di Deir Mar Musa,
fatta da chi ci ha trasmesso la lettera

La democrazia è un meccanismo sociale, come tale non è né cristiano, né musulmano, né americano, né russo. Si tratta di una magnifica invenzione della razionalità umana che permette di oltrepassare le guerre. L’impegno in suo favore libera dal nichilismo, poiché è interamente volto a un bene che è più grande di te. Allora tu appartieni già al paradiso.”

Padre Paolo Dall’Oglio SJ, (Collera e luce – Emi 2013)

Paolo Dall’Oglio ha fondato nel 1991 la comunità monastica di Deir Mar Musa facendo risorgere un antico monastero sperduto fra le montagne del Qalamun siriano a 1300 metri di altitudine. Questo monastero è divenuto un saldo punto di riferimento per il dialogo islamo cristiano.

Nel giugno 2012 padre Paolo è stato espulso dalla Siria a motivo della sua netta presa di posizione contro il regime di Assad. Il 29 luglio del 2013 è stato rapito a Raqqa e da allora, di lui non si hanno notizie. La sua comunità è sopravvissuta alla guerra, al rapimento del suo fondatore, e nel 2015 al rapimento da parte dell’ISIS del cofondatore padre Jacques Mourad, (miracolosamente tornato libero ed ora arcivescovo di Homs). I monaci e le monache di Mar Musa non hanno mai lasciato il monastero e continuano con fiducia un cammino molto impegnativo; hanno accolto con gioia la caduta del regime e si impegnano come possono per far rinascere la nuova Siria. Il monastero accoglie oggi tantissimi giovani siriani che lì si recano per respirare aria di libertà.

Fra’ Jihad Youssef è l’attuale abate della comunità, qui di seguito la lettera aperta che ha scritto al nuovo presidente siriano.

Al signor Ahmad Al-Sharaa,

presidente della nuova Siria in questa fase cruciale, che la pace sia con te.

Fotografia con Padre Paolo Dall’Oglio al Monastero di Deir Mar Mousa in attesa della celebrazione della Messa in arabo, con rito siriaco e fotografie del Monastero di Deir Mar Mousa
(Agostino Migone)

Fratello nell’ umanità, fratello nella cittadinanza sotto il tetto della Patria, che ella ha detto essere responsabilità di tutti costruire, e fratello nella fede nell’unico Dio, Creatore del cielo e della terra. Innanzitutto ringrazio Dio per la benedizione e il dono della libertà e per il fatto che, per la prima volta, posso scrivere queste parole senza timore di essere arrestato, ucciso o che qualcuno possa fare del male alla mia famiglia o ai miei amici. In secondo luogo, la ringrazio per il suo recente discorso che ha rivolto a me e a tutti i “fratelli e sorelle” siriani “come servitore e non come leader”. Questa espressione mi è particolarmente cara, perché è stata usata da Gesù Cristo quando si è rivolto ai suoi discepoli:” Voi mi chiamate Maestro e Signore, … (ma) io sono in mezzo a voi come uno che serve.” Lui ci ha insegnato che il potere è servizio e sacrificio e non profitto e dominio.

Scrivo queste parole guardandola negli occhi attraverso lo schermo, cercando di arrivare al suo cuore. Tuttavia, solo Dio conosce e vede i cuori. Quindi ho deciso di credere a quello che dice e di rispondere al suo invito ad “aprire un nuovo capitolo nella storia della nostra amata Patria.”

Anche io “chiedo a Dio che ci aiuti tutti a far risollevare la nostra Patria” in questa fase “di transizione”.

Sì questa è una fase cruciale e transitoria, un’occasione d’oro che nessuno ha il diritto di sprecare o trascurare. Richiede l’impegno di tutti, ciascuno secondo i propri talenti e capacità, a lavorare per il bene comune. Il modo migliore per raggiungere questo obiettivo è ascoltarsi a vicenda, dialogare e mettere in atto immediatamente le azioni necessarie di fronte all’emergenza, esercitando con consapevolezza e responsabilità i compiti e i ruoli che ci sono affidati, ciascuno nel proprio ambito di lavoro e dalla propria posizione.

Non ripeterò tutti i passaggi positivi del suo intervento, che sono numerosi e ispirano ottimismo, suggerendo l’inizio di una nuova era. Ma poiché ella ha chiesto a me, e a tutti i siriani, di partecipare alla “costruzione del nostro futuro nella libertà e nella dignità” permettetemi di soffermarmi su alcuni punti in uno spirito di “consultazione” e di autocritica costruttiva.

La sostengo e sostengo coloro che hanno il dovere di attuare una “vera giustizia di transizione”, un diritto per tutti i siriani. Questa giustizia non può basarsi sulla vendetta e sull’eliminazione fisica degli oppositori senza un processo, come è già avvenuto in molti luoghi. Non può essere considerata giustizia se viene portata avanti con la violenza e con le stesse modalità di arresto e detenzione adottate per decenni dal regime terrorista, ingiusto e disumano di Assad. L’avversario o il criminale resta un essere umano, anche se ha sfigurato la sua umanità con le sue cattive azioni. Se vogliamo costruire uno Stato sano, libero dall’odio e dal desiderio di vendetta, dobbiamo rispettare la dignità del nostro nemico, o almeno preservare la nostra stessa dignità e la nostra umanità nella sua umanità, per quanto distorta. Dobbiamo arrestarlo secondo la legge, garantirgli un avvocato e un processo pubblico, giusto e imparziale, alla presenza delle sue vittime, delle loro famiglie e di tutti i cittadini che desiderano assistere. Il popolo siriano ha il diritto di conoscere i nomi dei criminali, i loro crimini, e i nomi delle loro vittime, per consegnarli alla giustizia e far valere così i propri diritti di fronte alla legge. Altrimenti, gli arresti e le esecuzioni arbitrari, e il terrore costante non faranno altro che riportarci alle pratiche repressive di Assad, piantando semi  velenosi nel suolo ferito della Siria, che un giorno cresceranno producendo frutti di violenza e distruzione, risucchiandoci nel circolo vizioso della vendetta, dell’odio, del settarismo, dei conflitti etnici e religiosi e dell’assurdità della guerra civile.

Lei ha parlato spesso di Patria (watan), ma mi sarebbe piaciuto sentirla parlare di cittadinanza (muwātana): lei ha parlato di governare con giustizia e consultazione, ma sarebbe utile se avesse menzionato la democrazia. “L’unità tra il popolo e i leader” è essenziale, ma assume la sua forma più matura solo con una vivace mentalità democratica, che garantisce che nessuno possa monopolizzare il potere con nessun pretesto. Il “processo politico” che “richiede l’autentica partecipazione di tutti i siriani”, implica e richiede flessibilità e apertura verso una forma di governo civile e democratica che garantisca l’unità nazionale proteggendo allo stesso tempo ciò che è prezioso per tutti i cittadini. Un sistema che valorizzi il loro patrimonio culturale, rispetti le loro religioni e difenda le loro libertà, comprese quelle di coscienza, pensiero e opinione.

Cittadinanza e democrazia, cioè la dimensione civile e partecipativa, sono due garanzie per “costruire il futuro nella libertà e nella dignità”. La loro assenza in qualsiasi contratto sociale o sistema politico porta inevitabilmente, prima o poi, alla esclusione o emarginazione di una parte della popolazione a beneficio di un’altra o di una élite dominante.

Possa Dio proteggere il popolo siriano dall’orgoglio, dall’odio e dalla brama di potere e dominio, e concederci saggezza, dedizione e rettitudine per risollevare una nazione libera da “corruzione, nepotismo e concussione”. Solo così potrà nascere una Siria di libertà, progresso, conoscenza e civiltà, una Siria che sia un faro per i popoli, un esempio di diversità e di ricchezza umana, religiosa, etnica, linguistica e culturale.

E lode sia a Dio, Signore dei mondi, ora e per sempre, bei secoli dei secoli.

Cittadino siriano, monaco Jihad Youssef

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