Nelle nostre precedenti pubblicazioni abbiamo più volte cercato di trasmettere alla comunità europea il messaggio che i negoziati di pace con la Russia sono un’utopia. La Russia non vuole la pace e gli ucraini lo hanno capito da tempo.

Oggi, sotto la pressione degli Stati Uniti, l’Ucraina è costretta a partecipare a uno spettacolo teatrale chiamato “peace talks”. L’unico “effetto collaterale” positivo di questi negoziati per l’Ucraina è lo scambio dei prigionieri e la possibilità di riportare a casa i propri cittadini dai luoghi di tortura russi. Si tratta di una questione davvero fondamentale, e anche solo per questo valeva la pena prendere parte a questa messinscena.

Tuttavia, è importante che ciò non induca in errore l’opinione pubblica europea, né crei l’impressione che la Russia sia realmente orientata verso una qualche forma di soluzione pacifica. È fondamentale comprendere con chiarezza che lo scambio dei prigionieri non ha nulla a che vedere con veri negoziati di pace finalizzati al raggiungimento della pace (!) — si tratta di un percorso umanitario parallelo, che, secondo le regole di guerra, dovrebbe svolgersi tra le parti belligeranti accompagnando le ostilità. Di fatto si svolgeva già prima dell’inizio di questi cosiddetti “colloqui di pace”.

Oggi abbiamo chiesto al professore Ihor Todorov, esperto nel campo delle relazioni internazionali e della politica estera, di approfondire ancora una volta il tema dei negoziati di pace e delle loro prospettive nel contesto del confronto con la Russia.

Iryna Medved

Nel mondo contemporaneo, dove la diplomazia rimane uno degli strumenti principali della politica internazionale, gli ucraini si sono trovati a dover affrontare una dura verità: i negoziati con i russi non sono un dialogo, ma una messinscena. È un’illusione, in cui le parole non hanno alcun peso e gli accordi sono destinati al fallimento ancor prima di essere firmati.

Durante gli anni di guerra l’Ucraina si è più volte seduta al tavolo dei negoziati con il Cremlino con speranza, con calcolo, perfino con stanchezza, ma ogni volta il risultato è stato lo stesso: inganno, manipolazione, nuovi attacchi. Gli Accordi di Minsk, che Mosca ha violato ancor prima che l’inchiostro si fosse asciugato, sono stati solo il primo segnale d’allarme. Poi sono venuti la Foresta di Białowieża, Istanbul, decine di telefonate, gli “accordi sul grano”, i corridoi umanitari: ogni tentativo di raggiungere un’intesa si è concluso con la Russia che violava apertamente le promesse o usava i negoziati come cortina fumogena per commettere nuovi crimini. [Per quanto riguarda i negoziati tra Russia e Ucraina tenutisi a Istanbul nel 2022, si veda, ad esempio, l’interessante articolo di Nona Mikhelidze, ricercatrice senior presso l’Istituto Affari Internazionali di Roma.

Il Cremlino non ha mai considerato i negoziati una via verso la pace: per loro rappresentano solo un altro fronte di guerra. La loro idea di “pace” è la capitolazione dell’Ucraina, la distruzione della sua statualità, della sua lingua, della sua identità, e ogni “tregua” è soltanto una pausa per riprendere fiato e colpire di nuovo. Sono particolarmente ciniche le proposte russe sulle “iniziative di pace”, che in realtà sono degli ultimatum: “Cedeteci una parte dei vostri territori, cessate ogni resistenza e noi vi permetteremo di esistere, temporaneamente.” Ma la pace fondata sulle condizioni dell’aggressore non è pace, è il proseguimento della guerra con altri mezzi.

La storia ha più volte insegnato all’umanità che negoziare con chi disprezza apertamente il diritto, la morale e l’umanità è inutile. Anche Hitler firmava patti prima di violarli. Putin proviene dalla stessa scuola. La Russia non cambia, adatta semplicemente le sue menzogne al nuovo pubblico. In un mondo, in cui la parola ha un peso, i negoziati hanno senso. Ma quando uno degli interlocutori non rispetta la verità e la vita umana e usa la diplomazia come un’arma, l’unica risposta possibile deve essere la forza. La forza del diritto, la forza della verità, la forza della resistenza.

La vera pace è possibile solo quando l’aggressore viene fermato. Perciò ogni discorso su “negoziati con la Russia” deve cessare finché essa non riconoscerà l’evidenza: l’Ucraina è esistita, esiste e continuerà a esistere — senza “intese”, “compromessi” o capitolazioni. Negoziati, compromessi e accordi sono segni di civiltà, un tentativo di non precipitare nella follia della guerra. La Russia del XXI secolo ha infranto questo ordine. Essa non agisce secondo la logica del diritto internazionale, ma secondo la logica del predatore. Ha modificato la propria Costituzione nel 2020, sancendo la supremazia del proprio “diritto” su quello internazionale. La Russia contemporanea è intrattabile. E questa non è un’emozione, ma un’affermazione supportata dai fatti.

La Federazione Russa ha per anni mostrato disprezzo per i documenti che essa stessa ha firmato. Aveva garantito l’integrità territoriale dell’Ucraina attraverso il Trattato di amicizia, cooperazione e partenariato tra Ucraina e Federazione Russa del 1997 e mediante il Trattato tra Ucraina e Federazione Russa sul confine di Stato ucraino-russo del 2003. Ha accettato i termini degli Accordi di Minsk, eppure li ha regolarmente ignorati, continuando nel contempo a fornire armi ai cosiddetti “LNR-DNR” [“repubbliche popolari di Luhansk e Donetsk]. Ha aderito all’”accordo sul grano”, e ha bombardato i porti dai quali dovevano partire le navi. La sua firma non vale nulla. Le sue promesse sono tutto fumo.

Non si tratta di errori caotici o di malintesi. È una politica sistemica. La diplomazia russa si è trasformata in un teatro dell’assurdo, dove si dice una cosa e si fa l’esatto opposto. Oggi si accordano per un cessate il fuoco — domani attaccano. Oggi dichiarano di essere pronti alla pace — domani bombardano ospedali. Oggi giurano che non toccheranno le infrastrutture civili — domani distruggono un’altra centrale termoelettrica o una diga. Quando si parla della sua intrattabilità, non viene inteso solo l’inganno. Si tratta dell’incapacità di agire nei limiti di qualsiasi etica. Quando l’altra parte è un regime totalitario fondato sulla menzogna, sulla censura, sulla repressione e sul culto della guerra, i negoziati perdono automaticamente ogni senso. La Russia di oggi non riconosce il valore della vita umana, non riconosce il diritto del più debole, non riconosce il diritto ad essere diversi. Ergo, non può essere partner in alcun processo civile.

Questo deve essere riconosciuto dal mondo intero. La Russia ha superato i confini della diplomazia: non reagisce agli appelli, non rispetta le sentenze dei tribunali, non attua le risoluzioni delle organizzazioni internazionali. È un paria globale, di cui si fidano solo coloro che temono di perdere il gas a basso costo o contratti per la fornitura di armi. La vera pace non nasce dalle illusioni, e l’illusione che si possa raggiungere dopo un accordo con la Russia è una delle più pericolose. L’Ucraina ne paga il prezzo troppo alto, e oggi la sua voce è un monito per il mondo: non sprecate energie per promesse vuote. La bestia non si addomestica con le parole: la si ferma con la determinazione, l’unità e la forza.

La Russia di oggi è intrattabile. Dobbiamo riconoscerlo per poter finalmente cominciare a costruire, senza autoinganni, una vera architettura della sicurezza. L’idea di una vittoria russa in Ucraina è un mito sostenuto dalla propaganda, dalla paura e dalla distorsione della realtà. Per quanto il Cremlino ripeta il mantra della “vittoria inevitabile”, per quanti uomini, carri armati e droni mandi al fronte — questa vittoria non succederà mai. Perché è impossibile. Non solo dal punto di vista morale o politico, ma anche secondo la logica storica, la realtà dei fatti e l’incrollabilità dello spirito ucraino.

Per prima cosa, la Russia non può vincere perché non combatte per un’idea, ma per un fantasma. La sua guerra è l’agonia di un impero in disfacimento che si rifiuta di accettarlo. Mosca vuole “riappropriarsi di territori”, “proteggere i russofoni”, “eliminare il nazismo”, ma in realtà combatte contro il futuro: contro un’Ucraina libera, democratica ed europea, che si è già sganciata dall’orbita del “mondo russo”. La storia non torna indietro, per quanto lo desiderino i suoi falsificatori. Nessun esercito è in grado di invertire il corso del tempo.

Per seconda cosa, la Russia non può vincere perché le sue risorse sono limitate. Nonostante i numeri, il petrolio e il gas non le offrono più alcun vantaggio strategico. Le sanzioni stanno lacerando l’economia dall’interno, l’equipaggiamento militare è obsoleto o frutto di saccheggio, mentre il potenziale umano — o fugge, o finisce in una bara di zinco. Un Paese che manda al fronte carcerati, neolaureati e pensionati non è forte: è destinata.

Per terza cosa, la Russia non può vincere perché a opporsi non è solo l’Ucraina, ma l’intero mondo libero. L’Ucraina è diventata un simbolo della lotta per la libertà e questo simbolo ispira. Anche coloro che inizialmente dubitavano, ora vedono chiaramente chi è l’aggressore. Questa solidarietà non è passeggera. Il mondo non dimenticherà Bucha, Mariupol, Izjum e non permetterà la vittoria di chi ha commesso tali crimini.

E infine la cosa più importante, la Russia non può vincere perché combatte contro un popolo che non si piega. Gli ucraini non aspettano ordini dall’alto — resistono autonomamente, in ogni città, villaggio, al fronte e nelle retrovie. Scavano trincee, intrecciano reti mimetiche, producono armi, istruiscono i bambini, curano i feriti, fanno volontariato, credono. In questa guerra i carri armati si scontrano con lo spirito, i missili con l’incrollabilità, la disinformazione con la verità. Quando un regime muove guerra contro la verità, la libertà, la memoria e la dignità umana, è destinato a cadere. La Russia può provare di radere al suolo le città ucraine, ma non potrà mai cancellare la nazione ucraina. Può occupare territori, ma non conquisterà mai i cuori. Può bombardare infrastrutture, ma non distruggerà la volontà di vivere.

In questa guerra non si tratta solo dell’Ucraina. È una guerra per il futuro del mondo, in cui la dittatura non ha diritto di dettare ordini e la forza non sostituisce la giustizia. È per questo che la vittoria dell’Ucraina è inevitabile.

Autore

  • Dottore in Scienze Storiche, professore, esperto nel campo delle relazioni internazionali.
    Nato il 3 luglio 1959. Per molti anni ha vissuto, studiato e lavorato a Donec’k (Ucraina orientale). Nel 2007 ha conseguito il titolo di dottore di ricerca con una dissertazione intitolata “L’integrazione europea ed euro-atlantica dell’Ucraina”. Fino al 2014 è stato professore presso l’Università Nazionale di Donec’k.
    Dopo l’invasione russa del Donbas e l’occupazione della sua città natale, è stato costretto a trasferirsi a Užhorod (Ucraina occidentale). Dal 2014 fino a oggi lavora come professore presso l’Università Nazionale di Užhorod, presso il Dipartimento di Studi Internazionali e Comunicazioni Sociali. È inoltre direttore del Centro per la Sicurezza Internazionale e l’Integrazione Euro-Atlantica.
    Accademico dell’Accademia Ucraina delle Scienze Politico-Giuridiche, membro dell’Associazione Ucraina di Politica Estera.
    Autore di oltre 640 pubblicazioni scientifiche e didattiche, tra cui più di 40 monografie e manuali destinati all’istruzione universitaria e secondaria.

    Sposato da oltre 46 anni, padre di due figlie. Appassionato di musica; la figlia minore è cantante lirica e pianista.

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