Pronipoti del 3000. Fra tanta gente rincorsa dal passato e condannata a riviverlo, elaborarlo od esorcizzarlo, un momento di sollievo, di genuina e struggente nostalgia dei propri anni felici, l’ha offerta quest’anno l’Oscar per l’animazione. Un premio appannaggio, come sempre, dalle majors americane del settore (Disney, Pixar, Sony, ecc.) – vinto stavolta dalle “KPop Demon Hunters” di Maggie Kang e Chris Appelhans (Sony–Netflix) – ma la cui cinquina comprendeva quest’anno due film francesi, eredi di una grande tradizione d’autore. Quella tradizione che ha oggi in Sylvain Chomet, Michel Ocelot e Jean-François Laguionie i suoi nomi più prestigiosi. Non mi ha convinto il più premiato dei due, “Arco – Un’amicizia per salvare il futuro”, di Ugo Bienvenue, quarantenne disegnatore di origine italiana, con un’infanzia e un’adolescenza vissute, da figlio di diplomatici, fra Africa e Sudamerica.
“Arco – Un’amicizia per salvare il futuro” è una confusa favola fantascientifica, fra futuro prossimo (2075) e remoto (3000), ecologista e scombiccherata, su un mondo di uomini che lungo le vie dell’arcobaleno viaggiano fra le epoche (oggi pomeriggio andiamo a vedere i dinosauri, o gli Incas; è un po’ che non ci andiamo). Il protagonista è Arco, un bambino del 3000, che disubbidendo ai genitori si avventura in uno di questi viaggi nel passato remoto, inciampando per via in una sorta di futuro anteriore, sul tipo di quello dei meravigliosi “Pronipoti” di Hanna e Barbera. Però più robotico, minaccioso e a tratti francamente insulso. Una bambina amica lo aiuterà a tornare dai suoi – un po’ come in ET – nel meraviglioso mondo del terzo millennio, in cui non esistono robot perché tutti hanno ripreso fiducia nelle proprie mani e nelle proprie umane facoltà. Un mondo dove le intelligenze artificiali sono sostituite in pratica dagli amuleti, e di un pelino inquietante resta solo la polizia, retaggio dei precedenti millenni. Ovvero: come riflettere lo spirito, la paura e la disillusione del presente, consolandosi con la fiducia in un futuro lontanissimo in cui tutto sarà stupendo, sereno e colorato come l’arc-en–ciel. Un po’ puerile e, suo malgrado, abbastanza angoscioso.
Prodotto da Natalie Portman, promosso da alcuni grandi nomi che hanno prestato le loro voci al doppiaggio (LouisGarrel, Vincent Macaigne, Alma Jodorowski), premiato in Francia con un “César” (i loro David di Donatello) e a Berlino con un EFA (gli Oscar europei patrocinati da Wim Wenders), ma passato da noi come acqua sui vetri, “Arco” non vale, date retta, lo straordinario “Amélie et la Métaphysique des tubes” (“La piccola Amélie”), di Maïlys Vallade e Liane–Cho Han, l’altro film francese candidato agli Oscar.
Misteri (letterari e no). A parte qualche foto, scarsissime sono le informazioni in rete sui due autori del film. Fra le poche reperibili, questa intervista è probabilmente la più ricca. Brillano per bizzarria quelle che identificano addirittura Han (il cui nome intero è Liane Han Jin Kuang) come donna, contro l’evidenza delle foto. Manca un vero pressbook, sostituito da un peraltro bellissimo “DossierDidattico” della LuckyRed, destinato ai bambini delle scuole, ma privo di qualsivoglia accenno a crediti e registi. Nessun mistero, invece, sulla bambina del titolo. Sulla sua identità, almeno, perché per quanto riguarda il resto, come vedremo, non ne mancano neanche su di lei.
Rossetto scarlatto sul naturale pallore del volto, occhi verdi arguti e penetranti, abiti neri e cappelli da strega a tuba, a volte guarniti da una piccola piuma, Amélie Nothomb (nata Fabienne Claire N.) è oggi fra i più famosi scrittori di lingua francese. Alcune biografie la danno nata a Etterbeek, vicino a Bruxelles; altre a Kobe, in Giappone, già approdo della nave che nel ‘39 aveva portato in quel paese la treenne Dacia Maraini e i suoi genitori (“La nave per Kobe. Diarigiapponesi di mia madre”, 2001). Molte fonti, fra cui la Treccani, ne datano la nascita al 9 luglio 1966; altre, come la Voland – l’editrice italiana dei suoi libri – al 13 agosto del ‘67. Wikipedia, equanimemente, le accredita tutte, passim, a seconda dei momenti. Come questo sia possibile per un contemporaneo sarebbe un mistero nel mistero, se non si incaricassero libro (“Metafisica dei tubi”) e film (“La piccola Amélie”) di fornirne la chiave, squisitamente letteraria.
Figlia di una pianista e di un console belga di eminente famiglia bruxelloise, la piccola Fabienne vive, come l’UgoBienvenue di “Arco”, la vita dei figli di diplomatici. Prima infanzia in Giappone, poi a Pechino, New York, Kinshasa, Bangladesh fino al ritorno in Belgio. In Giappone, paese di elezione di cui conosce perfettamente la lingua (vera, seconda lingua madre) tornerà più volte: “Je suis franponais”, scrive di sé.
In Bangladesh (“Ho conosciuto il paese più povero del mondo”), quindicenne, si ammala di anoressia. Per due anni sentirà un po’ alla volta sparire il corpo, “assieme all’anima”. Ne esce grazie alla letteratura: da allora, con inesorata dedizione e diligenza (quattro ore al giorno, caschi il mondo) compone una sua biografia romanzesca fatta di piccoli libri, tutti uguali (120/130 pagine ognuno) editi in Italia da Voland e/o Guanda. A tutt’oggi sono 33, più un’altra quindicina di racconti e novelle, più il teatro. Una vita di carta. A volte esilarante, altre malinconica o dolorosa, altre divagante, perché lei una vita da raccontare ce l’ha, perdiana! Mica come quei memorialisti di struggenti adolescenze vissute fra la soffitta della nonna, le oche dello zio, la maglietta fina della Luisa e le scoregge al biliardo del bar di Arturo. Egocentrica? Certo, ma puntando il compasso su quel centro puoi disegnare cerchi grandi come il mondo, se sei capace e hai materia. Lei lo è e ce l’ha.
Dio è un tubo. “In principio non c’era nulla. Nulla. A parte Dio.” È una voce di bambina quella che sentiamo, su immagini di un universo gassoso e vuoto. “Da quanto c’era Dio? Nessuno è così vecchio da saperlo. L’universo era abbastanza vuoto, come potete vedere. Ma era giusto così, perché Dio non guardava niente e non voleva niente. Dio non si interessava a niente. A Dio non importava nemmeno di essere Dio. Bisognava considerarlo come… un tubo. Sì, esatto, un tubo” – una vaga forma di tubo volteggia nel vuoto – “Lasciate che vi spieghi. A Dio interessava solo ingoiare, digerire ed espellere. Il nutrimento divino lo attraversava soltanto. Dio non tratteneva niente. Un tubo, capito? Gli occhi degli esseri umani possiedono una qualità sorprendente: lo sguardo. Qual è la differenza fra gli occhi con uno sguardo e quelli senza? La differenza si chiama “vita”. E Dio non aveva uno sguardo.”
“Il vostro neonato è un ortaggio”, dice il pediatra. Agghiacciante? Non proprio. Anche se inerte (così sembra) la bambina sta bene. Le funzioni vitali sono in ordine; i sensi, a quanto pare, anche. Il nutrimento sensoriale attraversa il piccolo Dio senza fermarsi. Gli occhi guardano, anche se non sembrano interessati al mondo intorno. Lo sguardo, cioè la vita, c’è. Aspettiamo. Ma quando la famiglia, dapprima preoccupata, poi curiosa e divertita, comincia ad abituarsi a quel piccolo alieno a occhi spalancati, succede qualcosa. Uno dei tipici terremoti giapponesi mette a soqquadro la casa. Sono tutti a quattro zampe sotto i tavoli quando in cima alla scala appare, in piedi prima di crollare, una bambina. Il piccolo Dio si è svegliato.
Sarà una corsa continua, e un’estasi. Un’estasi di colori, a dominante verde (gli occhi di Amélie) e marrone (quelli di Nishio San, la tata). E poi tutti gli altri: il blu, il giallo, il rosso, il viola – nessuno squillante, nessuno “naturale” – in mille, meravigliosi toni e variazioni. Il sole e la pioggia, l’estate e l’inverno, l’acqua e le piante, i fiori e gli insetti (prima fra tutti la coccinella). Per mano a Nishio–San, Amélie conoscerà il Giappone dalla visuale di quel piccolo osservatorio di montagna sul golfo di Osaka. Prima il nome: una T dal piede lungo e, sotto, una U rovesciata, larga e quadrata, che lo taglia a metà. È “Ame”, pioggia, la prima parola scritta con un dito sui vetri, che svanisce e riappare alitandoci sopra. E poi la stupenda cerimonia dei morti, con le candele sull’acqua; le feste popolari, con il loro tripudio di maniche a vento colorate a forma di carpa; le carpe nella vasca del giardino. Ognuno ha i suoi animali sacri: quello dei giapponesi è la carpa. Pare campino cent’anni, a lasciarle campare, come fanno loro (da noi molto meno).
Conoscerà l’odio degli altri e l’amarezza, la piccola Amélie. L’inestinto rancore di Kashima–San, la padrona di casa, per quegli occidentali che “ci hanno tolto tutto” con la guerra, e l’amore di Nishio–San, che in guerra ha perso i genitori, ma non intende vivere nel risentimento. Vedrà anche, nel momento decisivo, quell’odio così arcigno volgersi in benignità e capirà la tristezza di Kashima–San, quella di chi ha perso tutto, quando saprà di essere anche lei provvisoria, in quanto belga, in quel Giappone tanto amato. E allora, “visto che non vivrò sempre in Giappone, visto che perderò Nishio-San e la montagna, visto che sarò cacciata dal giardino, visto che quello che mi è stato dato mi sarà ripreso, dovevo ricordare.”
Quell’età dove “tutto è un simbolo ed una promessa”, come canta il poeta, porta con sé la promessa di una vita. Ricordare tutto. “A tre anni si nota tutto e non si capisce niente. Quante rondini servono perché torni la primavera? e le cicatrici finiscono per scomparire come la neve al sole? Mia cara Nishio–San, mio sole, ovunque vada porterò sempre dentro di me questi preziosi anni trascorsi al tuo fianco. Voglio vedere tutto, sentire tutto, offrire tutto l’amore possibile di una vita. E scrivere con passione ogni pagina della mia esistenza, con gli occhi spalancati. Perché io non sono Dio, ma credetemi, è molto più divertente così”. Così nasce una scrittrice.
