In questi giorni di maggio non si vorrebbe affatto parlare della guerra. Tuttavia noi ucraini siamo purtroppo costretti a ricordare continuamente al mondo libero quelle minacce che non solo non scompaiono se vengono ignorate, ma che anzi si aggravano di giorno in giorno.
Recentemente, il 14 aprile 2026, la Duma di Stato della Federazione Russa ha approvato un disegno di legge che prevede la possibilità di utilizzare l’esercito russo in Stati stranieri. Vladimir Putin otterrà il diritto di inviare truppe in altri Paesi appellandosi alla “protezione dei cittadini russi” in caso di arresto o persecuzione all’estero. Di fatto, questo documento amplia le basi per un intervento militare, creando una pseudo base “legale” per l’ingerenza armata in altri Stati.
Gli ucraini conoscono bene come finiscono i nobili intenti della leadership russa di “proteggere” i propri connazionali, a differenza degli europei che non comprendono ancora fino in fondo il pericolo. Gli ucraini sperimentano ogni giorno sulla propria pelle le conseguenze di queste false giustificazioni di una brutale aggressione. E, allo stesso tempo, gli ucraini rifiutano di essere vittime passive e prive di volontà. Militari e civili dimostrano ogni giorno di essere pronti a compiere una propria scelta e, persino in condizioni di forze e risorse impari, scelgono la resistenza e la lotta. Cercano inoltre di non perdere il gusto della vita. Nonostante la guerra, trovano motivi di gioia e soddisfazione.
Questo articolo è un semplice promemoria, espresso con parole semplici, di ciò che sta accadendo nel cuore dell’Europa, in un Paese moderno e civile del XXI secolo. L’autrice dell’articolo, medico e professoressa di Odesa, nei primi giorni della guerra si è arruolata volontariamente al fronte e per diversi anni ha lavorato come chirurgo militare. Oggi è tornata nella sua Odesa natale, al suo lavoro di insegnamento e alla pratica di medico ostetrico-ginecologo. Da civile, descrive la quotidianità della sua città, che fino a poco tempo fa era considerata la città dell’umorismo, della spensieratezza e dell’aria di mare. Il materiale fotografico di un noto fotografo di Odesa, che documenta tutto fin dall’inizio dell’invasione russa, aiuterà inoltre il lettore a percepire la vera atmosfera della vita in città.
Iryna Medved
NONOSTANTE LA GUERRA…
Di Svitlana Galych
Il cielo azzurro dell’Ucraina di giorno e il nero cielo stellato di notte vengono continuamente squarciati dalle esplosioni, dal volo dei droni nemici carichi di morte, dai suoni della difesa aerea ucraina.
Le pareti delle case tremano, i vetri vanno in frantumi, scoppiano incendi.
Notti insonni nei rifugi. Le lezioni nelle scuole e nelle università interrotte dagli allarmi aerei: questa è la realtà del nostro presente.
Odesa[1] è una città dallo spirito libero e dall’umorismo inconfondibile. Una città che non dorme di notte. Una città che vive sotto il rumore delle esplosioni.
Sempre più abitanti di Odesa hanno amici o colleghi che hanno perso la propria casa.
E qualcuno ha perso la vita.
Per una persona che non vive in Ucraina è difficile immaginarlo.
Fino a ieri avevi tutto: una casa, un’auto, una famiglia.
E oggi niente.
Tutto questo perché qualche creatura invasata ha deciso di distruggerci. E altre creature dello stesso tipo, accanto a lui, eseguono diligentemente quell’ordine mortale.
Noi non siamo militari. Siamo civili.
Con le nostre preoccupazioni, le nostre paure, le nostre gioie. Persone uguali a quelle di qualsiasi altro Paese del mondo.
Ma c’è un “ma”: noi abbiamo un nemico che ci sta annientando.
I nostri uomini e molte donne combattono lì, al fronte.
Qui ci siamo noi. Senza armi.
Ed è proprio qui che arrivano i missili.
Perché?
Se non siamo combattenti, perché ci uccidono?
La risposta è terribile nella sua semplicità:
perché non dobbiamo esistere.
Che cos’è questo, se non un genocidio?
Un genocidio nel XXI secolo, nel cuore dell’Europa.
In città le bandiere vengono abbassate sempre più spesso.
I giorni di lutto sono diventati un’abitudine.
Nonostante tutto questo, Odesa vive.
A Odesa nascono bambini.
Durante gli allarmi aerei le donne incinte, le partorienti e le puerpere vengono portate nei rifugi, insieme ai bambini che devono ancora nascere, insieme ai neonati.
Così i piccoli abitanti di Odesa si abituano ai suoni della guerra fin dalle prime ore di vita.
Odesa lavora. Ognuno al proprio posto, oppure a distanza.
Odesa non rinuncia al suo status di città della cultura: canta, danza, scherza, crea. Nei luoghi della cultura — i teatri di Odesa, la Filarmonica — continuano concerti e spettacoli. Gli artisti regalano nuove esibizioni, concerti, installazioni. Tutto questo avviene con determinate limitazioni, con interruzioni durante i pericoli di attacchi missilistici, con spostamenti nei rifugi. Ma nonostante le esplosioni, la musica continua a risuonare! Abbiamo nuovamente ripreso i concerti del ciclo “Effetto Mozart”, durante i quali le donne incinte ascoltano la musica dei grandi compositori eseguita dagli artisti della Filarmonica di Odesa. È vero, lo fanno in un luogo sicuro: in un rifugio.
Odesa ha il piacere della buona cucina. I locali e i ristoranti cercano, con i loro piatti raffinati, di alleviare il nostro stress cronico causato dalla guerra. È uno slogan non dichiarato, ma evidente: «Agli attacchi del nemico risponderemo con un delizioso foršmak[2]! Che ci invidino!».
Odesa insegna.
A volte i miei studenti si addormentano direttamente durante le lezioni.
Non perché non siano interessati — hanno passato tutta la notte nel rifugio.
Eppure al mattino vengono lo stesso.
Oppure si collegano online, quando il corpo non riesce più a resistere.
A volte venti minuti di sonno sono più forti di qualsiasi medicina.
Odesa si gode la vita. Nei fine settimana sembra che tutta la città scenda verso il mare per respirare, guardare l’orizzonte, ricordare a sé stessa che la vita esiste.
Il nemico non ha giorni di riposo.
Ama bombardarci durante le festività. Soprattutto durante le feste religiose.
«Noi siamo cristiani», dicono di sé. E benedicono le armi mortali che volano per ucciderci.
Una religiosità strana — benedire ciò che uccide.
Il nemico colpisce le infrastrutture energetiche. Per lasciarci senza elettricità. Questo inverno è stato il più difficile: molti di noi hanno dovuto restare a lungo senza luce e senza riscaldamento. Ma i nostri straordinari operatori dell’energia hanno lavorato giorno e notte, a turni continui, per ripristinare tutto, riportando luce e calore nelle nostre case. Oggi anche loro sono i nostri eroi nazionali, accanto ai militari delle Forze Armate ucraine.
Quando veniamo in vacanza in Europa, lì possiamo rilassarci e riposarci dai continui attacchi del nemico. Solo che il nostro corpo reagisce inconsciamente ai suoni che ricordano i bombardamenti. Così, mentre ero da mia figlia a Barcellona, ogni volta trasalivo al rumore delle bottiglie di vetro che i cittadini responsabili gettavano nei contenitori della raccolta differenziata. Non c’è nulla da fare: è lo stress cronico della guerra.
Odesa vive, lavora, fa nascere bambini, insegna, continua a svilupparsi culturalmente, si ciba con gusto. E dona. Dona per tutto ciò che ha bisogno di aiuto.
Siamo grati a chiunque ci aiuti a resistere, per sopravvivere in questa guerra! A chi ci aiuta a vincere! A ogni Paese! A ogni governo! A ogni organizzazione! A ogni persona!
Perché la verità è semplice:
la guerra è qui. Da noi.
Ma se noi cadiamo, si spingerà oltre.
Mentre scrivo queste righe, fuori dalla mia finestra c’è un cielo azzurro, una giornata di sole e si sente chiaramente il canto degli uccelli. In questo momento nulla sembra guerra. L’esplosione primaverile della natura invita a riflettere sulla vita, a guardare la realtà con ottimismo.
La vita quotidiana, profondamente sconvolta dalla guerra, continua. Continua in tutte le sue molteplici manifestazioni. Ma continua soltanto per coloro che non sono stati uccisi durante gli attacchi nemici.
Fuori dalla finestra di nuovo esplosioni… L’ennesimo attacco del nemico contro una città civile. Il mio gatto, rannicchiato in una soffice palla di pelo, dorme accanto a me. Non reagisce alle esplosioni, perché non sono troppo vicine. I vetri delle finestre sono ancora intatti; si può dormire ancora un po’.
Dèi tutti dell’universo, proteggete l’Ucraina!
Popoli del mondo, sosteneteci, aiutateci a resistere!
Perché la cosa più preziosa al mondo è la Vita! E non deve svolgersi sotto lo stivale dell’occupante!
Grazie a chi ci protegge!
Grazie a chi ci aiuta!
[1] Odesa è il nome in ucraino, Odessa il nome in Russo
[2] Piatto tradizionale della cultura ebraica, a base di aringa, mela, uova e formaggio fuso
