Londra, 5 febbraio 1956.
È una serata speciale, questa al National Film Theatre. L’insegna dice Free Cinema: va in scena il prologo della prima New Wave europea degli anni sessanta, quella inglese. Si chiameranno tutte così: Nouvelle Vague, Nova Vlna, Neue Welle: sempre di “ondate” si tratta. Lo schema è classico e verrà replicato da tutte con minime variazioni: un piccolo gruppo di critici cinematografici fra i venti e i trent’anni, raccolti intorno a una rivista (in questo caso Sight & Sound), che passa alla regia; un “Manifesto”, che potrà essere (non in questo caso) un articolo della rivista; un gruppo di giovani attori e sceneggiatori che daranno volto e parole al movimento. A non essere replicata sarà la formula delle serate-vetrina: sei, distribuite in due anni. Accoglieranno anche opere di autori francesi, polacchi e americani considerati compagni d’avventura.
La prima di queste serate è tutta inglese, anche se una delle sue anime parla italiano. Il programma prevede tre mediometraggi: O Dreamland!, di Lindsay Anderson (una domenica pomeriggio in una Mirabilandia operaia di Margate, nel Kent); Momma don’t allow, di Tony Richardson e Karel Reisz (un sabato sera giovanile in un jazz club di Londra); “Together”, di Lorenza Mazzetti (storia di due giovani portuali sordomuti, ambientata nell’East End londinese; da un racconto di Denis Horne). Tre storie, quattro autori. Altri si aggiungeranno di lì a poco: John Schlesinger, Richard Lester, Jack Clayton. Saranno famosi, vinceranno Palme, Orsi, Leoni (no, Leoni no), Oscar. Tutti tranne lei, Lorenza Mazzetti, che insieme ad Anderson ha scritto il manifesto del movimento, ma dovrà aspettare cinquant’anni perché in Italia si sappia chi è, nonostante l’illustre patrocinio di Cesare Zavattini. Anche perché con Together, di fatto, abbandonerà il cinema.
Mondo Za. I cinegiornali. Conosciuta e stimata in Inghilterra ma ignota in patria, Mazzetti torna in Italia. Ha i suoi motivi, ignoti ai più. Zavattini la coinvolge in due iniziative; “Le italiane e l’amore” (1961), dalle interviste di Gabriella Parca (Le italiane si confessano), e I misteri di Roma (1963). Due film collettivi: undici autori e dodici episodi il primo; diciotto autori il secondo, che non è diviso in episodi firmati. In Le italiane e l’amore Lorenza Mazzetti, detta “Lori”, gira un episodio di pochi minuti sui giochi maliziosi dei bambini (classico quello del dottore), in cui l’elemento curioso è la delicatezza del maschietto, che nel “si spogli, signora” non si spinge oltre la sottoveste (tutte in sottoveste le bambine, cinque/sei anni), mentre pessime sono le femmine, che agguantato il più piccolo, di due/tre anni, lo trascinano piangente togliendogli le mutande a strappo (che diamine, si spogli, signore!). Finisce con una mamma che prende a schiaffi la figlioletta che le ha chiesto se è vero che i bambini nascono nella pancia della mamma. “Ma chi ti ha detto queste robe? I bambini li porta la cicogna, hai capito?!” E giù schiaffi. “Guarda che robe si devono sentire da una bambina!”.
In questa insalata mista di 27 autori – che comprende nomi come Bertolucci, Ferreri, Vancini, Maselli e altri di sicuro e meno sicuro avvenire – i contributi di Lori si perdono. Comunque sia, la voglia di cinema, così forte a Londra, le passa e molla tutto. Ha ben altro per la testa e l’ha trasferito in un libro, “Il cielocade”, scritto prima dei “cinegiornali” del grande Cesare.
Mondo Za. I cinegiornali. Conosciuta e stimata in Inghilterra ma ignota in patria, Mazzetti torna in Italia. Ha i suoi motivi, ignoti ai più. Zavattini la coinvolge in due iniziative; Le italiane e l’amore (1961), dalle interviste di Gabriella Parca (Le italiane si confessano), e I misteri di Roma (1963). Due film collettivi: undici autori e dodici episodi il primo; diciotto autori il secondo, che non è diviso in episodi firmati. In Le italiane e l’amore Lorenza Mazzetti, detta “Lori”, gira un episodio di pochi minuti sui giochi maliziosi dei bambini (classico quello del dottore), in cui l’elemento curioso è la delicatezza del maschietto, che nel “si spogli, signora” non si spinge oltre la sottoveste (tutte in sottoveste le bambine, cinque/sei anni), mentre pessime sono le femmine, che agguantato il più piccolo, di due/tre anni, lo trascinano piangente togliendogli le mutande a strappo (che diamine, si spogli, signore!). Finisce con una mamma che prende a schiaffi la figlioletta che le ha chiesto se è vero che i bambini nascono nella pancia della mamma. “Ma chi ti ha detto queste robe? I bambini li porta la cicogna, hai capito?!” E giù schiaffi. “Guarda che robe si devono sentire da una bambina!”.
In questa insalata mista di 27 autori – che comprende nomi come Bertolucci, Ferreri, Vancini, Maselli e altri di sicuro e meno sicuro avvenire – i contributi di Lori si perdono. Comunque sia, la voglia di cinema, così forte a Londra, le passa e molla tutto. Ha ben altro per la testa e l’ha trasferito in un libro, “Il cielocade”, scritto prima dei “cinegiornali” del grande Cesare
Il cielo cade. Il cielo cade è un racconto autobiografico, ma lei non vuole farlo sapere. Ha cambiato tutti i nomi tranne uno, di quella storia tremenda degli ultimi due anni di guerra: un episodio dimenticato – e dai più mai conosciuto – nonostante l’eccezionale notorietà di uno dei nomi (meglio, dei cognomi) indirettamente coinvolti. Oltretutto la scrittura è lieve, come quelle storie di bimbi nella campagna toscana. Quasi birichina. A Fellini, che l’ha letto con ammirazione, ricorda addirittura Il Giornalino di GianBurrasca (pensa te!). Zavattini lo propone all’amico Attilio Bertolucci, che lo fa pubblicare da Garzanti. Vince il Viareggio opera prima. Pur tradotto in diverse lingue e ampiamente recensito, in Italia non esce dal circoletto di chi segue i premi letterari.
Vince anche un premio di un milione, la Lori, per un soggetto cinematografico. Succede al festival del Cinema Libero di Porretta Terme. Zavattini, patron del festival con Leonida Répaci, ne dà notizia in un articolo e nella prefazione a Il cielo cade. Ma di quel soggetto nessuno saprà nulla.
Eppure vive, Lorenza. Conosce Bruno Grieco, figlio di quel Ruggero che con Gramsci, Bordiga e Terracini aveva fondato il PCI. La loro casa diventa il centro di una vita intensissima di relazioni politiche e culturali. Ad animarla, ci sono molti nomi del Gotha della cultura italiana ed europea, compresi, ogni anno, gli amici del Free Cinema, presso i quali godrà fino alla morte (loro) di amicizia e stima. “Era una bella vita perché era bello il comunismo”, dirà. Sposa LuigiGalletti, un medico, già partigiano dei GAP, che la lascia vedova nel ‘99. Tiene una rubrica su Vie Nuove, si occupa di psicologia infantile, monta un teatro di burattini a Campo dei Fiori. Diventa pittrice e inizia due cicli di pitture: Album difamiglia e A proposito del Free Cinema (ritratti dei protagonisti). Ma chi è la fantomatica fondatrice di quel fondamentale movimento inglese?
“Un piccolo libro feroce” (A. Michaux). La storia che “Il cielo cade” racconta e trasfigura adesso è nota. Da quando Elvira Sellerio lo ha ripubblicato (1991), Isabella Rossellini ha preso a cuore quel romanzo di trent’anni prima e ne prospetta la riduzione cinematografica ad Angelo Guglielmi, allora amministratore delegato dell’Istituto Luce. La sceneggiatura viene affidata a Suso Cecchi D’Amico; la regia ai gemelli Andrea e Antonio Frazzi. Nel 2000, a poco meno di quarant’anni dalla prima edizione, Il cielo cade arriva al cinema. Vincerà un premio al più importante festival del cinema per ragazzi, quello di Giffoni. Con la riedizione, si apprende anche che la storia è autobiografica: Penny e Baby, le due protagoniste, sono Lorenza e Paola, le gemelle Mazzetti. Per trent’anni l’autrice lo aveva nascosto.
Una strage in Toscana. I nomi veri.
Lorenza e Paola Mazzetti, romane, sono gemelle, orfane di madre dalla nascita. Dopo l’affidamento a una balia di Anticoli Corrado vengono ospitate da Ugo Giannattasio, un pittore futurista amico del padre. Hanno sei anni quando – perso anche il padre in un incidente stradale – una zia paterna convince il marito ad accoglierle nella grande villa in Toscana. Cesarina Mazzetti, la zia, è sposata a Robert Einstein, cugino di Albert. Hanno due figlie. Quando nel ’33 Albert lascia la Germania, i suoi parenti europei entrano nel mirino di Hitler. Ma Italia e Germania sono paesi amici e nella vita della famiglia toscana non cambia nulla.
Nell’estate del ’44, un comando tedesco si installa presso la villa di Rignano, dove vivono gli Einstein. Le bambine ricordano i buoni rapporti con gli ufficiali. Addirittura le lunghe partite a scacchi con lo zio. Ma in prossimità della partenza, qualcuno fra i partigiani in zona fa presente a Robert che molto difficilmente lo avrebbero salutato col cinque. Meglio nascondersi con loro nel bosco. Beffati dall’Einstein adulto, i tedeschi sterminano la famiglia dando fuoco alla casa. Lorenza ricorda di essere stata risparmiata, con la sorella, in quanto Mazzetti e non Einstein. A forza di giocare a scacchi, avevano acquisito le opportune informazioni in materia. Lo zio Robert, che dal bosco aveva assistito al rogo della casa, si toglierà la vita l’anno dopo, avendo predisposto ereditariamente quanto necessario per il futuro delle due nipoti, allora diciassettenni. Partita per l’Inghilterra sette anni dopo da giovane benestante, Lorenzascoprirà di essere rimasta senza il becco di un quattrino. Quel primo tutore e amministratore si è mangiato tutto.
Anni 2000.
Zavattini se n’è andato da dieci anni, Lindsay Anderson, il suo primo mentore, da sei. Tutti i suoi amici inglesi e molti degli italiani non ci sono più o stanno per andarsene. Nessuna enciclopedia o dizionario di cinema parla ancora di questo oggetto misterioso: l’italiana che ha tenuto a battesimo la prima delle “Nouvelle vagues” europee degli anni sessanta. Con un film ancora inedito, nel suo paese, dopo cinquant’anni, Si sa che dipinge e poco altro. Ma qualcosa si muove, insospettabilmente, nella generazione internet. Quella dei suoi nipoti potenziali. Il film dei fratelli Frazzi non è, in sé, di vasto richiamo. I due gemelli sono specialisti di fiction televisive e “Il cielo cade” non è molto più di un prodotto di genere, ma serve a far parlare del libro. Attraverso il film le scuole cominciano, ad interessarsi a questa anziana signora e la chiamano a presentarlo ai ragazzi.
Nomi e aggettivi. Nel 2010 i suoi due cicli pittorici diventano libri e mostre importanti, Album di famiglia e Il Free Cinema Movement. A dicembre, la Cineteca Nazionale inserisce Together in un programma di film inglesi (Le città visibili – Londra).
A gennaio 2012, una rivista veneziana, Cabiria – Studi di cinema pubblica un saggio su di lei e vi acclude il DVD di un cortometraggio, ancora più misterioso di Together. Si chiama K, e sta per Kafka (QUI). Personalissima, ma ineccepibile, versione della Metamorfosi interpretata da Michael Andrews – un pittore inglese, amico degli anni londinesi – K è il suo primo film, quello che nel ‘52 le aveva garantito i finanziamenti per girare Together. Prima di Orson Welles (Il processo), di Raul Ruiz (La colonia penale), di Marco Ferreri (L’udienza, da Il castello), di J.M.Straub (“Rapporti di classe”, da “America”), di Michael Haneke (Il castello) e dei tanti altri, Lorenza Mazzetti portava al cinema, con “K”, un’opera capitale di Kafka, ma più ancora il suo universo. La trasformazione di un nome (Franz Kafka) in aggettivo (kafkiano). Quel piccolo film di mezz’ora scarsa recuperato sessant’anni dopo, ne è il primo sorprendente esempio cinematografico.
“Kafkiano”, si dice. Cioè scollegato dalla realtà. Spesso le invenzioni al cinema nascono dal caso, dalla mancanza di mezzi o da tutti e due. La scena del bagno turco nell’ Otello di Welles nasce dalla mancanza di soldi per i costumi: tutti nudi, e via andare. Così le bellissime riprese dal basso degli scontri fra i cavalieri in Lancillotto e Ginevra di Bresson: le gambe dei cavalli non c’è bisogno di vestirle. K, (QUI), era stato girato avventurosamente, con i soldi e la cinepresa della scuola, montando il materiale nella propria stanza. Senza poter mixare immagine e voce nei dialoghi. L’idea supplente – dieci anni prima di Godard e trenta prima di… Enrico Ghezzi – fu quella di una voluta asincronia: un piccolo scarto temporale fra il labiale e la voce dei personaggi. Stranito, stonato, estraniato dal mondo che lo circonda, il gentile e sconfortato protagonista parla, ma gli altri non lo guardano e non lo ascoltano. Le parole vanno per conto loro, fuori sincrono. Squisita sintesi fra Kafka e Brecht, in anticipo sui tempi cinematografici, esasperata dal geniale doppiaggio italiano, da lei stessa concepito cinquant’anni dopo (“Signore, miascolta? Signore, mi ascolta?”).
Un cineclub romano le telefona. Presentando K e Together , parlerà di molte cose. Del libro che stava preparando per Sellerio, ad esempio. Si chiamerà Diario londinese. È il novembre del 2012.
Gli ultimi anni.
Riordinando la biblioteca, trovo un ritaglio di giornale che non ricordavo di avere: un paginone centrale di Repubblica del 28 gennaio 2014. Al centro un disegno di Riccardo Mannelli e intorno una fluviale, bellissima intervista di Antonio Gnoli: “Lorenza Mazzetti. ‘I tedeschi mi fecero cadere addosso il cielo. Ho vissuto tante vite per guarire dall’orrore’”. La trovate QUI.
Con lei e su di lei, Steve Della Casa e Francesco Frisari girano un documentario per Sky Arte: “Perché sono un genio!”: è la risposta che aveva dato al direttore della School Slade of Art che, con i suoi disegni sul tavolo, le aveva chiesto: “Perché dovrei accoglierla, secondo lei?”. Il film viene presentato a Venezia. Con soli settant’anni di ritardo, il comune di Rignano si ricorda delle due gemelle e concede loro la cittadinanza onoraria. Quasi novantenne Lorenza, vive anni fra i più felici della sua vita, circondata da un interesse sconosciuto prima. Era bello quel comunismo, ma anche quello più per gli uomini che per le donne.
Purtroppo più che vecchi non si diventa. Lorenza Mazzetti muore il 4 gennaio del 2020, a 92 anni, ultima fra i suoi amici inglesi. Di due di loro, Karel Reisz e Tony Richardson, ricorre quest’anno il centenario della nascita (Anderson, un po’ più vecchio, ne avrebbe 102). Fra due anni sarà il suo turno. Nel 2021, esce Una vita, mille vite. Conversazione con Lorenza Mazzetti, di Massimiliano Scuriatti”, sempre per La Nave di Teseo, che riedita anche Album di famiglia. Diario di una bambina sotto il fascismo. Chissà se prima di morire le è arrivata l’eco dell’ultima sorpresa.
Uno strano prestito.
Dai reperti di un critico americano scomparso sette anni prima, Amos Vogel, a cui lo aveva prestato, riemerge nel 2019 “Il medicocondotto”, dall’omonimo racconto di Kafka. Un corto di 11 minuti, nominato nei suoi “London Diaries”, girato dopo“K”, durante un breve soggiorno in Italia. Sembrava poco più di un aneddoto la storia di quel bizzarro prestito (minuto 12 e segg.), invece era vera. Ne dà notizia, presentandolo, il Torino Film Festival nell’edizione del 2021. La Casa del Cinema, a Roma, e la Casa Italiana di New York (nella Giornata della Memoria), lo inseriscono in un programma con gli altri due film inglesi. Adesso, vivaddio, potranno vederli tutti, e accorgersi di quanto siano belli e sorprendenti. Cinema nuovo e vivo, colto e popolare, canto d’amore e urlo muto di un’atroce scena primaria (loro che i genitori non li avevano praticamente conosciuti) spalancatasi davanti agli occhi di due gemelle, nascoste in una cantina. Tutta la follia del mondo in un’ora, poeticamente trasfigurata in un pugno di libri e in un’ora e mezzo di cinema. Tre film girati fra amici, in una Londra non ancora swingin’, con allegria, improntitudine e un segreto dolore.
