Nelle scorse settimane è stato presentato il Rapporto Annuale Istat 2026 che, come consuetudine, si presenta in questo periodo dell’anno. Quest’anno l’evento di presentazione ha avuto una importanza particolare perché cento anni fa l’Istituto Nazionale di Statistica iniziò la sua attività e per questo che l’evento si è svolto alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Le iniziative che accompagneranno le celebrazioni di questo centenario sono numerose, oltre alla suddetta presentazione del Rapporto annuale alla presenza del Capo dello Stato, è programmata un’Esposizione digitale immersiva per raccontare le caratteristiche dell’Istituto, sono in programma un ciclo di seminari che coinvolgeranno i principali portatori di interesse e utenti direttamente interessati dagli studi statistici dell’Istituto e una Conferenza nazionale di statistica dedicata al Centenario; a queste iniziative si aggiungono l’organizzazione di eventi per e con i dipendenti e sarà preparato un volume storico e uno fotografico, on più sarà curato l’aggiornamento della banca dati sulle serie storiche e si prevede la pubblicazione di #StoriediDati sulle trasformazioni del Paese.
Il nuovo rapporto che ha un accesso digitale aperto e che si divide in quattro capitoli, illustra lo status quo del paese focalizzandosi sia sugli aspetti del capitale umano sia su quelli sociali. Il presidente dell’ISTAT Francesco Maria Chelli durante presentazione del Rapporto ha “raccontato” il nostro Paese attraverso l’analisi dei dati.
Per quanto riguarda la produttività e gli investimenti, ha evidenziato che dopo aver rilevato un contributo positivo nel quinquennio pre-pandemico, tra il 2021 e il 2025 la produttività totale dei fattori, ha segnato il passo per carenza del contributo offerto dal progresso tecnologico e da altri fattori di efficienza.
Inoltre, persistono disuguaglianze socioeconomiche e sociosanitarie cui si fa fronte con reti di supporto formali e informali.
Per quanto riguarda l’ambiente è interessante rilevare che nel 2024 la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili ha sfiorato la metà del fabbisogno nazionale, anche grazie al raddoppio della potenza fotovoltaica installata nell’ultimo decennio.
Il contesto migratorio è molto particolare perché il Paese si rileva una perdita netta di giovani italiani di 25-34 anni, altamente istruiti, che preferiscono lasciare l’Italia; tuttavia, questo deflusso è compensato da un saldo positivo di giovani stranieri con analoghe caratteristiche di livello di istruzione.
Poiché è stata rappresentata la vulnerabilità dei livelli reddituali del ceto medio a fronte di una maggiore sostegno delle classi meno abbienti, è lecito domandarsi se questi flussi migratori di persone altamente qualificate verso l’estero non sia giustificata dalla crisi economica della classe media.
Per quanto riguarda gli aspetti relativi alla salute si è segnalato che dette condizioni sono migliori fra le persone con un titolo di studio elevato; purtroppo, anche lo stato di cura mostra differenziali significativi in base al livello di istruzione e vi sono molte differenze in base ai territori.
In particolare, alcuni aspetti demografici sono molto significativi. Per esempio, è dirimente rilevare che l’invecchiamento della popolazione a fronte della bassa natalità è un onere di difficile gestione; infatti, la presenza dei molti figli unici che devono fronteggiare da soli l’accudimento dei loro genitori diventa un carico a volte insopportabile.
Il rapporto non trascura gli aspetti sulle politiche di istruzione, sul sistema educativo, sulle politiche di inclusione e sull’uso delle nuove tecnologie.
L’Istat con i suoi dati e le sue analisi ha una grande responsabilità perché i suoi studi sono utilissimi per capire dove e come si possa intervenire in un Paese che sta rallentando nella crescita e che si deve impegnare nella migliore gestione del capitale umano e delle innovazioni tecnologiche, componenti altamente sfidanti.
Si augura all’ISTAT Buon Centenario!
