Dopo la scadenza formale del 30 giugno restano ancora molte cose da fare per portare a termine il PNRR e poterne fare una valutazione non solo contabile.
“Per prima cosa bisogna continuare a spendere i fondi rimasti, che sono ancora molti, evitando di usare i soldi avanzati per fare la prossima legge di bilancio” ci dice Francesco Giavazzi, tra i più autorevoli economisti italiani, che è stato consigliere economico del Governo Draghi e ha insegnato nelle più importanti università tra cui l’MIT di Boston, la Bocconi a Milano e Ca’ Foscari a Venezia.
Le riforme del PNRR
Inoltre, per poterne valutare l’impatto “bisogna portare a termine anche la parte delle riforme previste dal PNRR”. Alcune cose hanno funzionato, per esempio nel campo della giustizia, l’istituzione degli “Uffici del Processo” ha contribuito, un po’ inaspettatamente, a ridurre concretamente i tempi della giustizia. Ma per poter godere dei benefici bisogna garantire che una volta terminati i fondi del PNRR il personale venga mantenuto al suo posto.
Tra gli altri esempi citati dal prof. Giavazzi vi è quello positivo dell’acquisto con i fondi del PNRR di 400 autobus elettrici da parte del comune di Roma, mentre in altri settori come quello cruciale della distribuzione dell’acqua sarà necessario portare a termine le riforme che sono state cominciate.
Per questi motivi non è possibile immaginare che il PNRR possa avere un effetto immediato sull’economia e anche se a gennaio 2027 sarà possibile fare un calcolo “ragionieristico”, l’impatto reale potrà essere valutato solo molto più avanti.
La concertazione con la UE
Quello che è interessante, secondo Giavazzi, è il nuovo metodo di concertazione con l’UE introdotto con il PNRR, che porta ad un utilizzo più “mirato e concordato” di quanto non avvenisse con i fondi strutturali con i quali l’Italia ha storicamente avuto delle difficoltà.
Ma oltre ai fondi del PNRR, Francesco Giavazzi indica quali sono le priorità per rilanciare la crescita in Italia. “Forse perché faccio l’insegnante di professione ma secondo me la scuola dovrebbe essere un punto di partenza” dice facendo riferimento per esempio agli ITS, il biennio post scuola superiore in cui c’è una collaborazione scuola lavoro.
“Basterebbe copiare dalla Germania – dice- dove con gli ITS c’è un ingresso graduale nel mercato del lavoro con accordi con le imprese per cui I ragazzi lavorano per un certo periodo del tempo e l’altro periodo studiano e imparano”. “E’ quello che fa la fortuna della Germania – prosegue – mentre in Italia non funzionano” salvo alcuni esempi positivi per esempio di scuole per i tessitori in Val Seriana e malgrado ci sia tutta una parte dedicata a questi programmi anche nel PNRR “che da noi procede molto lentamente ed è con una cosa veramente assurda”.
Secondo Giavazzi “c’è bisogno di fare queste cose anche se hanno un ritorno politico basso perché portano a risultati a medio termine” ma in assenza dei quali non si cambia la crescita.
Il contesto internazionale naturalmente non aiuta le economie in questo periodo e ha fatto saltare diversi paradigmi secondo cui “la manifattura era fatta qui, il mercato era in Cina e l’energia veniva gratis dalla Russia” chiosa Giavazzi.
Il debito pubblico e l’UE
E poi c’è la questione del debito, che secondo l’economista non è tutto cattivo “c’è un debito più buono e un debito meno buono ma quello che conta è che sia sostenibile” spiega “Indebitarsi per investire in una scuola, ad esempio, è un debito “buono” se la scuola funziona bene e i suoi allievi genereranno reddito sufficiente a ripagarlo”.
L’obiettivo primario del debito è la sua sostenibilità, non un valore assoluto. Paesi come il Giappone, per esempio, hanno un debito molto alto rispetto al PIL ma è considerato sostenibile se l’economia genera risorse sufficienti per gestirlo annualmente.
A questo proposito la procedura di bilancio europea è stata radicalmente modificata. Dopo l’aumento del debito dovuto al Covid, l’importante è che le economie generino risorse sufficienti a sostenere tale debito nel lungo periodo, spiega Giavazzi “questa riforma è stata un merito di Gentiloni, nonostante le resistenze di paesi più piccoli che avevano una visione più rigida sul debito”.
Ma non tutti i problemi in Europa vengono dagli Stati membri, prosegue riferendosi alla mancata attuazione del Rapporto Draghi, e punta il dito anche sulla rigidità della burocrazia brussellese che si oppone ad alcune riforme, per esempio in materia di aiuti di Stato, a causa delle resistenze di alcune Direzioni generali della Commissione UE. Per Giavazzi la natura rigida e complicata della burocrazia europea non aiuta il progresso e rende più difficile attuare cambiamenti rapidi.

