C’è una tristezza
nelle giornate perdute,
nelle emozioni che non accadono,
nei sorrisi rimasti sospesi
prima ancora di nascere.
Un sorriso soltanto
avrebbe potuto scaldare l’anima,
attraversarla piano,
come un raggio d’inverno
entrato per errore
da una finestra socchiusa.
Ma la casa è vuota.
E nel silenzio
qualcosa ti osserva.
I libri immobili sugli scaffali,
gli oggetti dimenticati,
le cose più semplici,
quelle che hai sfiorato mille volte
senza guardarle davvero,
ora sembrano custodire un segreto.
Ogni cosa ha un’ombra.
Ogni ombra, due occhi.
Occhi vuoti
ti seguono da angoli senza luce,
sepolti sotto quella polvere
che provi a cancellare con un dito,
come se bastasse un gesto
per togliere il tempo dalle cose.
Ma la polvere non scompare.
Si solleva.
Un soffio la disperde nell’aria
e per un istante
il mondo torna limpido.
Allora appare un riflesso.
Il tuo.
Eppure non lo riconosci.
Ti avvicini,
cerchi qualcosa
dietro quella forma familiare,
ma il volto che ti guarda
sembra appartenere
a un ricordo dimenticato.
Gli occhi si fanno vetro.
Si cristallizzano
nel vuoto della stanza
e cominciano a oscillare
insieme al pendolo.
A destra.
A sinistra.
Ancora.
Ogni battito
porta via qualcosa.
Un’ora.
Un desiderio.
Una possibilità.
Il tempo non corre.
Ti attraversa.
E mentre il pendolo continua
la sua danza indifferente,
libertà,
felicità,
gioia
diventano parole lontane,
nomi scritti
su una porta che non si apre.
Tu continui a cercarle.
Le insegui nei giorni,
nei volti,
nelle stanze,
nelle promesse che fai a te stesso.
A volte sembrano vicine.
Così vicine
che allunghi una mano.
Ma proprio allora
si spostano ancora un poco,
oltre la punta delle dita.
E comprendi
che forse l’utopia
non è ciò che non esiste,
ma ciò che continua
a vivere davanti a noi
alla distanza esatta
che ci impedisce
di raggiungerlo.


