Earth Overshoot Day 2026
Earth Overshoot Day 2026

Secondo il Global Footprint Network[1], il cosiddetto Earth Overshoot Day del 2026, è stato raggiunto il 30 luglio scorso. Si tratta della data, registrata dagli studiosi del Network, in cui il prelievo di risorse naturali da parte dell’umanità supera ciò che gli ecosistemi terrestri e marini sono in grado di rigenerare nell’arco dell’anno. Attualmente il calcolo dell’impronta ecologica dell’umanità ci dimostra che stiamo sfruttando la natura a un ritmo superiore del 73% rispetto alla capacità di rigenerazione degli ecosistemi nell’anno, il che equivale a far sì che l’umanità vive oggi come se avessimo a disposizione 1,73 Terre e sappiamo bene che non è così, perché la Terra è sempre una sola. Sulla base di una serie di dati coerenti, l’overshoot, il sorpasso, di quest’anno è ritenuto dagli studiosi del Network, il più grande sin qui mai registrato.

Una serie di fattori contribuisce a questo “superamento”, come le automobili, le centrali elettriche e le fabbriche che emettono più CO₂ di quanta la biosfera possa assorbirne, un consumo di acqua dolce superiore alle capacità di rifornimento, un abbattimento di foreste superiore alla loro capacità di ricrescita e un’attività di pesca superiore alla capacità di ricostituzione degli stock ittici. Lo sfruttamento eccessivo esaurisce inevitabilmente il capitale naturale e minaccia la sicurezza economica a lungo termine in tutto il mondo.

A livello globale, l’Overshoot Day negli anni Settanta cadeva alla fine di dicembre e quindi era in linea con la biocapacità produttiva del pianeta: infatti nel 1971 il superamento avveniva solo il 25 dicembre. Nel 1990 era già a metà ottobre. Nel 2000 alla fine di settembre. Nel 2019 il 29 luglio. Oggi l’umanità come abbiamo visto, consuma l’equivalente di circa 1,73 pianeti ogni anno. In altre parole, abbiamo anticipato il giorno del sovrasfruttamento di quasi cinque mesi in poco più di cinquant’anni.

Il deficit ecologico dell’Italia

Sempre il Global Footprint Newtork ha indicato l’Overshoot Day per l’Italia di quest’anno il 3 maggio scorso, data in cui l’intera umanità avrebbe esaurito le risorse naturali che la Terra è in grado di rigenerare in un anno, se tutta l’umanità avesse adottato il modello di consumo di noi italiani.

In soli 123 giorni dell’anno in corso abbiamo così di fatto già esaurito il “budget ecologico” dell’intero anno del nostro paese e dal 4 maggio in poi viviamo in una situazione di deficit ecologico. utilizziamo cioè capitale naturale invece degli interessi, accumulando un debito che si traduce nei fatti, in crisi climatica, perdita di biodiversità, degrado del suolo e impoverimento degli ecosistemi.

La data dell’Overshoot italiano quest’anno si è anticipata di 3 giorni rispetto al 6 maggio del 2025 e questo dato non dovrebbe essere considerato un dettaglio da poco conto perché, come per tutti gli altri paesi del mondo, si tratta inevitabilmente di un segnale politico, economico e culturale. Significa che, nonostante l’incredibile conoscenza che ormai abbiamo acquisito sullo stato dell’ambiente nazionale e mondiale, la nostra impronta ecologica complessiva sta continuando a peggiorare. Basta pensare che se tutti vivessero come noi italiani, sarebbero necessari, secondo i calcoli del Global Footprint Network, quasi tre pianeti Terra per sostenere la domanda annuale di risorse dell’umanità. Bisogna tener conto che questi dati sono dati complessivi e inevitabilmente ignorano le differenze di impatto ambientale esistenti tra le diverse categorie di consumo presenti nei vari paesi, che hanno creato, come accade anche in Italia, disuguaglianze sociali ed economiche intollerabili.

Che cos’è l’impronta ecologica

Cosa è l’impronta ecologica?  Come si giunge a questi dati? Tutti noi nella vita di tutti i giorni conosciamo il valore monetario più o meno di ogni cosa. Lo facciamo perché conosciamo il budget che abbiamo a disposizione e abbiamo bisogno di sapere cosa possiamo permetterci. Dovremmo imparare tutti dai nostri primi passi sulla Terra che come ha una sua utilità conoscere il nostro budget economico, è fondamentale, veramente molto più importante, sapere che il “budget” complessivo della natura è limitato. E la risorsa più importante, quella che ci limita più di qualunque altra nelle attività di tutta l’umanità è la biocapacità del nostro pianeta, cioè le sue risorse biologiche e le loro capacità di rinnovamento. Da qui nasce spontanea la domanda: quanta natura possiamo permetterci di consumare come umanità? E essendo il budget della natura limitato, perché non ci preoccupiamo di misurarlo? Una prima risposta, ci dicono gli studiosi del Global Footprint Network e che non avevamo uno strumento credibile con cui farlo. Peraltro, per molto tempo della storia dell’umanità, non è stato necessario alcun strumento, poiché a noi umani la natura sembrava immensa e infinita.

Oggi la scienza ci ha fatto capire con chiarezza che le cose stanno diversamente. Ora i limiti della natura sono diventati evidenti, che si tratti di esaurimento delle falde acquifere, di cambiamenti climatici o del declino degli stock ittici degli oceani. La pressione sulla natura del pianeta ha raggiunto livelli ormai intollerabili che mettono in seria discussione la possibilità di sviluppo dell’umanità, stile business as usual, come l’abbiamo condotto sino ad oggi.

Due ottimi scienziati William Rees e Mathis Wackernagel hanno studiato dagli anni Novanta del secolo scorso, uno strumento di misurazione molto interessante che è costituito appunto dall’impronta ecologica grazie alla quale possiamo infatti misurare l’uso che facciamo delle risorse naturali.

L’impronta ecologica ci offre un sistema di contabilità ecologica di base. Mentre in ambito economico l’unita contabile e il denaro, l’Impronta utilizza come “valuta” le superfici biologicamente produttive della Terra. Queste superfici sono la base da cui si sviluppa la risorsa più importante del nostro pianeta, cioè la sua capacita di rinnovarsi. Su queste superfici, la fotosintesi trasforma in continuazione la luce solare, l’acqua e i nutrienti in materia vegetale. Pertanto, ogni richiesta dell’economia sulla capacita della natura di produrre e rinnovare la materia vegetale può essere espressa come la superficie necessaria per soddisfare questa domanda. I dati sulle rese ci dicono quanto producono ogni anno i terreni agricoli, le foreste o i pascoli, e questa e la parte della domanda della questione.

L’Impronta ecologica somma tutte le richieste di risorse sulle aree biologicamente produttive. Tra queste rientrano le aree che producono cibo, fibre e legname, quelle che servono per costruire abitazioni e strade, e quelle che assorbono la CO2 derivante dall’impiego dei combustibili fossili.

Oggi possiamo misurare con precisione crescente ciò che ci viene fornito dalla natura. Dai tanti satelliti di esplorazione della Terra ci giungono immagini in tempo reale che mostrano dove si trovano foreste, citta, strade, deserti, laghi, paludi, pascoli o praterie e come si modificano nell’arco del tempo. Queste immagini possono essere confrontate con le misure dirette al suolo che ci documentano, per esempio, quante patate o quanto grano vengono effettivamente coltivati nelle diverse zone. A livello dei singoli paesi le statistiche delle Nazioni Unite forniscono informazioni dettagliate sulla maggior parte di questi flussi: aree terrestri, rese dei vari tipi di suoli, quantità prodotte e scambiate, dimensioni della popolazione, consumi di energia e così via. La contabilità finanziaria considera sempre entrambi gli aspetti: entrate rispetto alle uscite, o asset rispetto alla passività. L’impronta ecologica quantifica la domanda di risorse naturali rispetto alla capacita della natura di rinnovarle. Come ricorda Mathis Wackernagel “Essenzialmente, si tratta di una risposta, scientifica e molto semplice, a queste domande: quanta natura abbiamo a disposizione (entrate)? Quanta natura utilizziamo (uscite)?”

La nascita e la diffusione di un nuovo indicatore

Sono molto legato al concetto di impronta ecologica, in quanto ho potuto seguirne l’evoluzione da ormai oltre 30 anni. Nel 1993 grazie all’amico Wolfgang Sachs, acuto studioso dello sviluppo alternativo delle società umane, del ben noto Wuppertal Institut per il Clima, l’Ambiente e l’Energia in Germania, ebbi uno dei primi rapporti di Mathis Wackernagel curato per la British Columbia University, dove Mathis lavorava e aveva conseguito il suo PhD, con il brillante ecologo William Rees, dal titolo “How Big is our Ecological Footprint”, che trovai estremamente interessante. Qualche anno dopo agli inizi del 1996 l’amico Norman Myers, uno dei maggiori esperti internazionali di biologia della conservazione, purtroppo scomparso nel 2019, mi inviò, dopo un comune pranzo romano una copia appena pubblicata del primo volume sull’impronta ecologica scritto da Mathis e Bill Rees. Nella prima pagina del libro, in un paragrafo intitolato “Ovvio ma importante: noi dipendiamo dalla natura” si legge: “Se vogliamo vivere in modo sostenibile dobbiamo essere sicuri che il nostro utilizzo di prodotti e processi essenziali della natura non sia più rapido del tempo che è loro necessario per rinnovarsi, e che il nostro scarico di rifiuti non sia più veloce del tempo che è loro necessario per essere assorbiti.”

Ritenni subito fondamentale pubblicare quel bel volume in italiano per diffondere il concetto, molto maieutico, dell’impronta e molto utile per comprendere a livello di base cosa significa l’essenza del concetto di sostenibilità (e cioè che lo sviluppo umano deve mantenersi nei limiti ambientali dell’unico pianeta che abbiamo e non può perseguire una crescita materiale e quantitativa indefinita), e gli amici di Edizioni Ambiente si fecero carico di questo compito. Contestualmente, entrai in contatto con Wackernagel, commissionandogli una prima analisi dell’impronta ecologica dell’Italia, poi realizzata con il supporto dell’amico e collega Paolo Lombardi.

Il volume fu pubblicato ai primi di ottobre del 1996, proprio quando il WWF Italia realizzò una grande Convention a Roma per il lancio della campagna mondiale per un pianeta vivente verso l’anno 2000 e in quella occasione invitai Wackernagel a presentare al pubblico e ai media italiani il concetto di impronta ecologica e il primo calcolo dell’impronta del nostro paese. Quel libro ha avuto nel tempo numerose ristampe e successivamente, sempre con Edizioni Ambiente, ho avuto il piacere di curare l’edizione italiana dei nuovi libri di Mathis il primo, realizzato con altri due esperti Chambers e Simmons, dal titolo “Manuale delle impronte ecologiche” pubblicato nel 2002 e poi nel 2020 l’ultimo libro di Mathis scritto con Bert Beyers, dal titolo “L’impronta ecologica. Usare la biocapacità del pianeta senza distruggerla”.

Dalla fine degli anni Novanta ad oggi l’impronta ecologica ha avuto uno sviluppo straordinario e un’amplissima diffusione in tutto il mondo, e il WWF internazionale da allora ha presentato questo metodo e le impronte dei vari paesi del mondo come un indicatore che aiuta a comprendere le basi della sostenibilità nelle edizioni biennali del noto “Living Planet Report” realizzato con la Zoological Society of London, l’ultimo dei quali è stato pubblicato nel 2024 e il prossimo uscirà a settembre del 2026.

L’impronta ecologica è uno di questi metodi e ha avuto un ampio successo per il messaggio chiaro ed immediato che fornisce rispetto al nostro peso sulla natura, richiamando la metafora dell’impronta dei nostri piedi sulla terra. Valutare la complessità del nostro intervento sui complessi e articolati sistemi naturali non è affatto un’impresa facile e, generalmente, come avviene anche nel caso dell’impronta ecologica, i metodi e gli indicatori individuati indicano cifre che sono in difetto, in quanto difficilmente riescono a cogliere la complessità della situazione del nostro impatto e la reale totalità delle varie tipologie del nostro impatto e, soprattutto, presentano ovvie difficoltà nel tradurre tutta questa complessità in un singolo numero.

L’overshoot ignorato dalla pianificazione economica

Purtroppo nonostante il nostro pesante overshoot, quasi nessun governo nazionale considera la sicurezza delle risorse come una parte centrale della propria pianificazione economica, anche se l’overshoot ecologico alimenta ovviamente stagflazione, insicurezza alimentare ed energetica, crisi sanitarie e conflitti: così viene riassunta l’attuale situazione nel rapporto speciale che il Global Footprint Network ha realizzato in collaborazione con Greenings in occasione dell’overshoot day 2026, dal titolo “Prepared for the Predictable? Overshoot and the Failure of Countries to Ready Themselves” (Preparati al prevedibile? L’overshoot e l’incapacità dei paesi di prepararsi) che Global Footprint Network e Greenings hanno realizzato in occasione dell’Earth Overshoot Day.

Con questa ricerca sono stati identificati i paesi che riconoscono l’overshoot come una minaccia economica e fino a che punto le loro politiche si spingono effettivamente per prepararsi ad affrontarlo. Si è così documentato che la maggior parte dei paesi considera la sostenibilità una questione secondaria piuttosto che un rischio strutturale per la crescita, la stabilità fiscale e la competitività a lungo termine, e nessun paese collega pienamente la pianificazione economica ai limiti fisici delle risorse.

I risultati suggeriscono che, anche quando la sostenibilità viene riconosciuta nel dibattito pubblico, essa non trova riscontro in modo coerente nelle decisioni strutturali che plasmano le economie nazionali.

Più specificamente risulta che nessuna delle strategie nazionali analizzate affronta in modo significativo i rischi di superamento dei limiti, che in questo quadro, l’attuale piano quinquennale della Cina ha ottenuto il punteggio più alto, sebbene non fornisca ancora una risposta adeguata, che i documenti relativi alla strategia nazionale dell’Argentina si sono classificati all’ultimo posto tra tutti i documenti esaminati e che l’Unione Europea ha ottenuto un punteggio inferiore a quanto potrebbe suggerire la sua storia in materia di rendicontazione sulla sostenibilità, il che indica l’esistenza di un divario tra gli impegni pubblici e la pianificazione economica.

Considerato il fatto che dall’inizio degli anni ’70, la domanda dell’umanità ha costantemente superato la biocapacità, ovvero la capacità del pianeta di rigenerare le risorse e i servizi ecologici fondamentali che sostengono le nostre economie, il rapporto raccomanda ogni paese di istituire una task force o una commissione parlamentare incaricata di mappare le proprie dipendenze dalle risorse, l’esposizione finanziaria e le opzioni possibili per rafforzare la resilienza prima che si verifichi il prossimo shock delle risorse.

Un sistema in rotta di collisione con la natura

Anche i dati che provengono dal Global Footprint Network e che si aggiungono alla smisurata quantità di rapporti dei migliori scienziati al mondo che studiano da decenni il sistema Terra, ci obbligano a riflettere su un paio di considerazioni innegabili e sempre più urgenti riguardanti i sistemi economici di produzione e consumo attualmente dominanti nel nostro mondo moderno, che ci dovrebbero obbligare a una decisa correzione di rotta:

  1. Sono sistemi ormai in totale rotta di collisione con i sistemi naturali da cui la nostra specie deriva e senza i quali non può vivere e che hanno anche creato una gigantesca e inaccettabile disuguaglianza sociale,
  2. Sono sistemi che hanno accumulato, attraverso una continua trasformazione del flusso di materia ed energia ricavato sia dall’eccessivo prelievo umano tratto dai sistemi naturali sia dall’eccessivo inquinamento ad essi scaricato, un deficit ecologico drammatico e ormai quasi impossibile da ripianare, situazione che ci ha condotto in una chiara situazione di insostenibilità, la cui correzione dovrebbe costituire l’obiettivo prioritario da conseguire per tutti i paesi del mondo.

La necessità di una vera Antropausa

Come già ho avuto modo di scrivere in altri interventi credo che oggi, proprio di fronte alla situazione che si fa per lei sempre più critica, l’umanità necessiti di una profonda riflessione sul suo futuro e penso che si dovrebbe iniziare seriamente a ragionare sulla necessità di perseguire una politica capace di concretizzare una vera e propria “Antropausa”.

Credo che oggi questo termine, Antropausa, ampliato all’intero rapporto essere umano – natura, possa ben caratterizzare l’estrema urgenza e necessità di concretizzare politiche che mirino a contenere e possibilmente risanare, i profondi danni sin qui provocati dalla crescita materiale e quantitativa della nostra economia, che sino ad ora non ha purtroppo mai avuto come priorità la tutela dei sistemi naturali del pianeta. È invece grazie a loro che riusciamo a vivere perché, banalmente, senza sistemi naturali sani, vitali e resilienti non possiamo né respirare, né bere e né mangiare.

Senza una natura sana, vitale e resiliente non vi è futuro per l’umanità. Fermiamoci a riflettere ma soprattutto muoviamoci per agire!

[1] Vedi https://footprintnetwork.org/ e https://overshoot.footprintnetwork.org/

Autore

  • È Presidente Onorario della Comunità Scientifica del WWF Italia, Full member del Club of Rome, Segretario generale della Fondazione Aurelio Peccei, e tra i coordinatori nazionali dell’ASviS. Da oltre 45 anni opera nel campo culturale, divulgativo, didattico, formativo, progettuale della sostenibilità e della conservazione della natura, in particolare nel WWF Italia, dove ha svolto anche il ruolo di Segretario generale e di Direttore Scientifico. Ha svolto e svolge attività didattiche in numerose Università. È membro del Comitato sul capitale naturale presso il Ministero dell’Ambiente (legge 221/2015) dove coordina anche il Gruppo Pianeta del Forum nazionale sullo Sviluppo Sostenibile. Ha scritto diversi volumi (tra cui “Manuale della sostenibilità” e “Sostenibilità in pillole” e “Natura Spa”), ha curato l’edizione italiana di oltre 150 volumi di alcuni dei più prestigiosi esperti di sostenibilità a livello internazionale. È stato membro delle delegazioni governative nell’Earth Summit delle Nazioni Unite a Rio de Janeiro del 1992 e nel World Summit on Sustainable Development ONU di Johannesburg del 2002.

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