L’amicizia è un bene prezioso ma alle volte rischia di morire o per dissensi politici o per incomprensioni. Alle volte basta un chiarimento per evitare il peggio. Ripubblichiamo un pezzo sull’amicizia già uscito nei giorni scorsi su www.sfogliaroma.it.

Era un ragazzo esile, con un maglioncino blu. Si aggirava tra i marmi in frantumi dei Fori Imperiali con una guida in mano. Era in visita a Roma per la prima volta. Io, come lui, ero lì per dissetarmi alla fonte della Storia, intimidito dalla grandezza del luogo (pochi minuti prima, entrando nella Curia, mi ero tolto il berretto, in segno di rispetto). Si fece avanti per domandarmi qualcosa. Se non ricordo male: dove fossero certe scale. Facemmo conoscenza e poi amicizia. Ci scoprimmo coetanei, con ideali e passioni in comune, e con un orientamento politico affine, ma non uguale (io ero più moderato). Questo avvenne molto rapidamente, come è tipico tra i ragazzi.

Ci scrivemmo. L’anno dopo lui fu ospite a casa mia e da lì partimmo per un viaggio, con zaino in spalla e sacco a pelo. Sicilia, Sardegna, Roma, Pompei. A Selinunte, di notte, fummo richiamati da un suono dolcissimo, che proveniva da un angolo della spiaggia dove avevano steso i sacchi a pelo. Seguendolo, ci imbattemmo in un cerchio di persone sedute sulla sabbia, con un tedesco in mezzo, che suonava il violino. Rimanemmo estasiati.

L’estate successiva fui io a godere della ospitalità sua e della sua famiglia, nella sua casa di Parigi, in un palazzo che prospettava sul tratto di Rue de Rivoli ideato e iniziato da Napoleone nel 1802, vicino alla piazza con la statua equestre, dorata, di Giovanna d’Arco (affacciandomi al balcone potevo vedere il Louvre, l’Arc du Carrousel, i giardini delle Tuileries…). A quei tempi, parlavo il francese molto meglio di adesso, perché, al Liceo, mi era stato insegnato bene. Ero appassionato di letteratura. Il mio autore preferito era Charles Baudelaire, uno di quegli scrittori e poeti francesi della seconda metà dell’Ottocento, accomunati da uno stile di vita ribelle e anticonformista, dal rifiuto della morale borghese e dall’uso di alcol e droghe: Arthur Rimbaud, Paul Verlaine, Stéphane Mallarmé, Tristan Corbière. Insomma, “i poeti maledetti”.

Baudelaire era un tipo stravagante: beveva assenzio, si tingeva i capelli di bleu, e si dice che portasse a spasso un’aragosta, tenendola al guinzaglio come fosse un cagnolino. Sapevo a memoria “L’Albatros”, una delle poesie più celebri di Baudelaire, inserita nella sezione Spleen et Idéal della raccolta Les Fleurs du Mal. Ancora oggi, talvolta, ripeto tra me i primi versi:

“Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage

prennent les albatros, vastes oiseaux des mers,

qui suive, indolents compagnons de voyage,

les navires glissant sur les gouffres amers…”).

Erano quelli i primi anni successivi alla Contestazione Studentesca del ’68, ed il mese di luglio, caldo di giorno, era fresco di sera, quasi freddo per me, che non avevo mai sperimentato quella temperatura, d’estate, dalle mie parti.

Un giorno, di pomeriggio, andammo alla Mutualité: il luogo era pieno di gente, soprattutto studenti e operai. Ricordo i cori, le bandiere, gli striscioni, i cartelli agitati, i discorsi concitati di famosi intellettuali. La manifestazione partì dall’Église Saint-Eustache nel quartiere di Les Halles. In breve, la polizia mostrò i denti, caricando con casco, scudo e manganello. Ci disperdemmo per le vie del Quartiere Latino, per ricompattarci poi. L’indomani pensai: “chissà che titoloni” e corsi ad assicurarmi una copia di “Le Monde”. Vi trovai solo un trafiletto, in una pagina interna.

Un’altra serata particolare la trascorremmo, assieme ad altri ragazzi, su La Pointe de l’Île, un’area verde, triangolare, dell’Île de la Cité, ricca di storia e romanticismo, che si protende sulla Senna proprio sotto il Pont Neuf. Seduti sul bordo della banchina, con le gambe penzoloni verso l’acqua e un panorama mozzafiato di fronte, passammo ore leggere a chiacchierare e a scherzare, come fanno i ragazzi, mentre i bateaux-mouches, illuminati, discendevano la corrente.

Quelle vacanze cementarono l’amicizia. Ero convinto che l’avessero resa indistruttibile. Invece, in seguito, io fui preso dalle mie cose e lui dalle sue. Ci perdemmo.

50 anni dopo (cinquanta!), ricevetti una e-mail attraverso il mio sito web. Con grande gioia scoprii che era lui: mi chiedeva conferma se fossi io. Riprendemmo i contatti, io felicissimo. Mi raccontò la sua vita e io gli rendicontai la mia. Ci vedemmo a Venezia e diverse volte a Parigi. Conobbi sua moglie, i suoi figli, e i suoi nipotini. Sua moglie, una donna di fine intelligenza, dai capelli tagliati molto corti, aveva vissuto in Marocco e Vietnam, e aveva un’attività nel Midì. Uno dei ricordi più belli di quei giorni è legato a un ambiente fisico: la corte interna del Palazzo della Marine, dalla quale si esce su Place de la Concorde.

Il 7 ottobre avvenne lo Scempio e poi l’esercito con la Stella di Davide distrusse Gaza. Nelle nostre conversazioni, io e il mio amico parisien affrontammo l’argomento diverse volte. Notai che conosceva la storia del moderno stato di Israele assai meglio di me. Sulle prime, non ci feci caso, o meglio mi parve normale: lui era molto colto. Poi realizzai che il mio modo di vedere le cose si discostava parecchio dal suo e che l’argomento lo toccava da vicino. La scoperta avvenne per gradi: capii che c’era qualcosa d’importante che lui non mi aveva mai detto. Ci rimasi un po’ male: non perché avrebbe dovuto dirmelo, ma perché tra amici ci si dice tutto.

Un giorno mi domandò che cosa pensassi dell’antisemitismo. Io gli dissi con schiettezza (pensavo di poter essere franco e sincero, almeno con lui) che l’antisemitismo è una cosa perversa, inaccettabile, e perciò da condannare; ma accusare gli altri di antisemitismo quando si è criticati, come fa qualcuno, è un modo per non assumersi le responsabilità.

La nostra bella amicizia finì con quella frase, e io non so darmi pace per questo.

Autore

  • Natale Barca è storico e saggista. Il focus della sua ricerca è la storia politica e militare dell’antica Roma e la vita e la morte di antiche città. Natale Barca è stato Visiting Scholar Researcher alla University of California, Berkeley-School of Classics-Group on Ancient History and Mediterranean Archaeology,  e Academic Visitor alla University of London-School of Advanced Study-Institute of Classical Studies. E’ Fellow della Society of Antiquaries of London e Full Member della Society for the promotion of Roman Studies (Roman Society), di Londra. Ha al suo attivo 17 tra libri a stampa ed e-book, di cui 6 in inglese, editi quasi tutte a Oxford e a Philadelphia; nonché numerose recensioni e citazioni. Le sue pubblicazioni, oltre che nelle librerie e attraverso le piattaforme digitali, sono reperibili anche in numerose biblioteche pubbliche in Italia e all’estero. Quando non è in giro per il mondo, Natale Barca passa il tempo a scrivere nella sua casa di Trieste. Il suo sito web è www.natalebarca.it

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