Il giorno che cambiò tutto

L’11 Settembre del 2001, mi trovavo a New York, per le mie frequenti visite alle Nazioni Unite, cui ero legato da un contratto di consultore. La mattina mi sono svegliato tardi, verso le 11, per digerire il jet lag del volo dall’Italia. Stavo nell’Hyatt Park, oggi Millenium. In hotel a pochi metri dal Palazzo di Vetro, costruito per dare appoggio al mondo delle Nazioni Unite.

Sceso nella lobby, rimasi sorpreso da un estremo stato di agitazione, dal personale agli ospiti. Cercai di parlare con un fattorino che conoscevo, ma questi corse via senza rispondermi. Allora andai alla recezione, dove erano tutti al telefono, e non mi davano retta. Infine, una persona che conoscevo, mi disse: «Hanno fatto un attentato alle Torri Gemelle!» E poi anche lei se ne andò correndo.

Allora, con la deformazione professionale del giornalista, uscii per la strada per prendere un taxi e recarmi sul posto. Ma la strada era deserta. Non si vedeva nessuna macchina, ed i pochi passanti correvano anch’essi, certamente per tornarsene a casa.

Feci allora la sola cosa intelligente che mi restava, che era guardare la televisione. Le immagini erano chiare e terribili. Ma i presentatori annaspavano nel buio più totale, ed in uno smarrimento mai visto. Era chiaro che si trattava di un attentato e non di un incidente. Ma da chi? E perché? Il presentatore della CBS si chiedeva: «Ma chi può voler male all’America, quando noi abbiamo sempre aiutato tutto il mondo?» E quello della NBC: «Ormai l’Impero del Male è tramontato con la caduta del Muro di Berlino due anni fa. Da dove viene quest’odio?»

New York si ferma

Nel giorno dell’attentato, come in quello seguente, New York cessò di esistere. Le strade erano deserte. I negozi, i ristoranti, i supermercati, chiusi. Non c’era trasporto pubblico. Nel mio albergo, dove il personale non si era presentato, i quadri direttivi improvvisarono dei patetici sandwich, che era quanto si poteva offrire agli ospiti per sfamarsi. Tutti erano a casa a digerire lo shock, ad evitare pericoli imprevedibili, ed a guardare la televisione. Solo il secondo giorno, al di là delle spaventose immagini di persone che cadevano dal cielo, di impiegati e pompieri coperti da un manto di cenere, cominciarono ad apparire cifre e dati. E, in quei giorni, svanì il sogno americano.

Il mito americano e la sua crisi

Gli Stati Uniti erano stati il chiaro vincitore della Seconda Guerra Mondiale. E da allora, i leader incontrastati del mondo, solo contrastati dall’Impero del Male, l’Unione Sovietica. Ma i cittadini americani vedevano il mondo socialista come un mondo politicamente assurdo, economicamente arretrato, da cui fuggivano continuamente persone che si rifugiavano nel mondo della libertà, della democrazia e del benessere, gli Stati Uniti. Erano loro che avevano messo in marcia la ricostruzione dell’Europa, che anche se storicamente il centro dell’Occidente, era ormai un braccio dell’egemonia americana. E il loro aiuto allo sviluppo del Terzo Mondo aveva salvato milioni di persone dalla fame e dalle carestie. Nell’immaginario collettivo, questo aveva proporzioni enormi, che nulla avevano a che vedere con la realtà. Poco prima dell’11 settembre, il New York Times aveva pubblicato una inchiesta, secondo la quale l’americano “della strada”, ritenevano che l’aiuto allo sviluppo costituisse da un minimo del 5% del Prodotto Lordo, sino al 10%. Era, in realtà, lo 0,10.

Il sentimento comune, in quei giorni era di incredulità. Nella storia degli Stati Uniti, gli americani avevano prima letto e poi visto, guerre, stragi, ed ogni tipo di violenza, come avvenimenti lontani, anche quando i loro figli ne erano coinvolti, come nella Seconda Guerra Mondiale. Ma mai avevano avuto un attacco in Patria. E che questo fosse stato possibile, fu il primo e subconscio sentimento di sfiducia verso le Istituzioni, che con altri avvenimenti e con il tempo, diventerà parte importante della realtà politica di oggi. Sino allora, i sondaggi avevano sempre rilevato una serena fiducia per uno Stato che garantiva la sicurezza.

Dal sogno americano a Trump e Musk

Fare una analisi efficiente di come il sogno americano sia progressivamente svanito, richiederebbe molto spazio che non abbiamo. Ma provo a riassumere i fili del tappeto che hanno lentamente coperto gli Stati Uniti che conoscevamo, sostituendoli con quelli di Trump e di Musk.

Anzitutto va ricordato che nel decennio degli anni Ottanta, sono successe alcune cose di grande significato non solo globale, ma di gran peso negli Stati Uniti.

La prima, la Conferenza dei Capi di Stato di Cancún, nel 1981, indetta dalle Nazioni Unite, per proseguire il dialogo per un Nuovo Ordine Mondiale, basato sulla cooperazione e sulla solidarietà internazionale, adottato per acclamazione dalla Assemblea Generale nel 1973. Io ero il capo di comunicazione del Summit, e l’ho vissuto dall’interno. Vi erano i 25 capi di Stato più rappresentativi del momento, e da Indira Gandhi a Mitterrand, da Nyerere a Trudeau, tutti parlarono della necessità di rafforzare la cooperazione internazionale. Quando toccò a Reagan, eletto poco prima: il suo intervento fu categorico, poi rilanciato dalla Thatcher. «I cittadini americani mi hanno eletto per fare i loro interessi e non di altri. E quindi non accetto la camicia di forza delle risoluzioni delle Nazioni Unite. Da ora in poi, l’America sceglierà la sua propria strada».

In quegli stessi anni, su spinta americana, la comunità internazionale aveva adottato il Consenso di Washington, elaborato dal Tesoro americano, dal Banco Interamericano di Sviluppo e dalla Banca Mondiale. Il consenso rompeva con le dottrine economiche imperanti dalla fine del conflitto. Eliminava ogni componente sociale, facendo del mercato e delle sue leggi in assoluta competizione, il centro della società. Lo Stato doveva ritirarsi da un ruolo centrale, e lasciare che il mercato lo sostituisse. Le spese non immediatamente produttive, come la Sanità e l’Educazione, dovevano esser prese in carico dai privati. E la competizione, ad ogni livello, da quello individuale, a quello globale, doveva essere il metro su cui giudicare il successo.

Il risultato fu che molte fabbriche ed aziende si spostarono in Paesi di minor costo d’opera, e di minori controlli. L’America perse milioni di posti di lavoro, di persone che sino allora erano una classe media, bianca rurale, e con coscienza sociale. Ma lo stesso avvenne nel mondo rurale, di americani bianchi, conservatori, di poco livello di istruzione, con un inconscio razzismo verso i lavoratori di colore.

Le guerre e il crollo finanziario

Non va dimenticato che dopo l’attentato alle Torri Gemelle, gli Stati Uniti iniziano la guerra in Afghanistan, dal quale si ritireranno ignominiosamente venti anni dopo. E poco dopo, nel 2003, iniziano la invasione dell’Iraq, dal quale si ritirarono il 2011, dando vita al Califfato dell’Islam (ISIS), che diventerà un grande elemento di destabilizzazione in tutto il Medio Oriente. Durante questi anni, l’americano scopre che il suo paese non è invincibile. Doveva superare il trauma del Vietnam. Invece il fallimento della macchina militare più poderosa del mondo continua. Alla fine, resterà solo un bilancio tragico di rovine e di morti, ed una spesa totale di circa ottomila miliardi di dollari. Per capire, il bilancio americano oggi è di trentamila miliardi di dollari.

Ma secondo me, il colpo finale al sogno americano lo ha dato, pochi anni dopo, il crollo di Wall Street. Una finanza senza controlli era arrivata a fare della borsa un vero e proprio casinò, un luogo di scommesse sempre più rischiose. Sotto Clinton, nel 1999, viene abolita una legge che dal 1923 stabiliva una netta divisione fra Banche di deposito (quelle al servizio del cittadino e delle imprese, dei prestiti e delle ipoteche), da quelle di investimento, cioè di speculazione. I capitali delle Banche di Deposito, poco redditizie, confluiscono in quelle di investimenti. Gli americani non dicono, come noi europei, «giocare» in borsa, ma «investire» in Borsa. E lo fanno moltissimi cittadini, come anche i loro fondi di pensione.

Nel 2008 la bolla speculativa scoppia, travolge le Lehman Brothers, una icona di Wall Street, e nasce una crisi che affetta ovviamente tutto il mondo. Si calcola che sia stato necessario, da tutti i Paesi del mondo, stanziare circa 20.000 dollari di salvataggio, per ogni cittadino del pianeta, per evitare un crollo totale nella finanza. Nella crisi, milioni e milioni di americani perdono i loro risparmi. Anche le loro pensioni sono in pericolo. Dal decennio degli Ottanta, la capacità negoziale dei sindacati è andata in calo continuo. Gli stipendi in valore reale, di compera, sono sempre stati in progressivo ribasso. Molti cittadini sono alle prese con lavori precari e part time, con i quali hanno difficoltà ad arrivare a fine mese. Molti debbono fare due lavori, per sopravvivere. Il tasso di povertà sale sino al 15%, e quello della infanzia a livello africano. Le cifre dell’Unicef sono drammatiche. Ed inizia la convinzione che le élite sono nemiche del popolo, che la politica non ha più nulla a che vedere con le preoccupazioni reali dei cittadini. Aumenta il tasso di astensione elettorale. Ed ecco che l’immigrato, la forza di lavoro sulla quale si è costituita l’America, diventa il nemico che mi toglie il posto di lavoro, mi inquina la classe di mio figlio, mi toglie posti dall’ospedale, e commette crimini e nefandezze.

Religione, sovranismo e nuove destre

Non è solo la politica a scavare questo sentimento di frustrazione e di rabbia, che spiega il grande successo di Trump. È anche la religione. Gli evangelici fondamentalisti sono ormai 60 milioni negli Stati Uniti ed il loro messaggio riprende esattamente la visione economica e sociale del Consenso di Washington. Dobbiamo competere, perché Dio ci giudica dal nostro successo, chi è povero è perché non ha lottato. Appoggiano una Israele che recupera il suo antico regno di Samaria e Giudea (quindi con una grande pulizia etnica), perché predicano che Gesù farà “un second coming”, un ritorno sulla terra, solo quando Israele sarà tornata al tempo di Gesù. Ed in questo mondo, fiorisce il sovranismo di Bannon, che vuole fare delle destre una grande internazionale (sovrastato poi da Musk, che vuole un sovranismo antisistema delle estreme destre). Fiorisce l’integralismo cattolico, cui aderisce J. Vance il vicepresidente collocato da Silicon Valley, e possibile prossimo Presidente. L’integralismo che porta il Segretario della Difesa (o meglio, della Guerra, come lui vuole), a portare la religione nelle forze armate, a presentare la guerra contro l’Iran in termini di religione. E una popolazione dove il livello di criticità economica e sociale, raggiunge il 20%, vede fiorire il primo trilionario della storia (vediamo un trilione: 1.000.000.000.000), che si vanta di non pagare tasse, elimina l’aiuto allo sviluppo americano, e licenzia senza criterio decine di migliaia di funzionari pubblici.

Internet e la fine della verità condivisa

Poco dopo viene lo sviluppo della tecnologia delle comunicazioni. Nel 2004 nasce Facebook, Reddit nel 2005, Twitter nel 2006. Di colpo, milioni di americani si trovano collegati fra di loro, saltando l’enorme sistema mediatico degli Stati Uniti, che era comunque in poche mani. Io ero uno dei grandi fautori di Internet, sino a che (credo Bill Gates) non lanciò uno slogan: «Ora non è importante sapere; è importante sapere dove cercare», il che mi portò ad uno stato di grande preoccupazione. Se io trovo, ma non posseggo, quello che ho cercato, mi scivolerà addosso, come l’acqua su una oca.

Ma il problema è che Internet non nasceva come un bene comune, come un servizio per l’uomo. Nasceva come fonte di guadagno, e con la orgia di informazioni disponibile, essere consultati diventava fondamentale. Da lì, l’abbandono ad ogni meccanismo significativo di controllo etico o professionale sulla informazione che circolava. Quindi, per mantenere il collegamento, e non perdere l’utente, priorità alle informazioni più clamorose, straordinarie, impattanti. Ben presto questo verrà sfruttato da creatori di notizie false o tendenziose, con un gran fiorire di teorie cospirative, che, ad esempio, vedono nel Presidente della Repubblica e nel Papa una rete di pedofili coperti dai servizi segreti. Lessi, credo sempre nel NYT, che l’FBI stimava in 45 milioni di persone gli aderenti a queste cospirazioni, che toglievano ogni legittimità alle istituzioni. Ed ecco che Internet dava loro un megafono, che portava dal bar a tutta la società le idee più incredibili. E, soprattutto agli estremisti, infintamente più fanatici dei cittadini normali.

Numerosi studi e statistiche ci parlano dell’impatto dell’isolamento che portano i giovani, invece di socializzare, a rinchiudersi in Internet, in un mondo virtuale, in cui la AI diventa il vero amico e consigliere. Questo cade in una società che ha sempre idealizzato l’individuale contro il sociale, e Dove una linea politica vincente vede nella riduzione dello Stato la libertà per i cittadini, e nelle tasse un ingiusto esproprio del frutto del loro lavoro: e nelle spese social, come l’assistenza medica, una chiara impronta socialista.

Ovviamente, è in atto negli Stati Uniti una reazione di sofferenza. Il Sindaco di New York, che si dichiara socialista, è stato eletto, ed altre figure dichiaratamente progressiste entrano in campo. Ma questo avviene con una forte polarizzazione, con uno scontro intollerante e profondo, che non a vedere nell’immediato futuro un camino di consenso nazionale, ma tutto il contrario. Trump chiama i democratici “comunisti”, e la politica ormai è il grande strumento di divisione. Il futuro non si presenta affatto come il ritorno all’America dei sogni.

L’eredità di Bin Laden e l’Europa

Mai Bin Laden poteva immaginare, distruggendo le torri gemelle, di poter mettere in moto un tale meccanismo di distruzione. Dovremmo anche analizzare come questo meccanismo non è rimasto negli Stati Uniti. Con caratteristiche diverse, ed in realtà differenti, si è anche espanso in Europa. Basta guardare al Trattato di Maastricht, su cui si basa la nostra Unione Europea. Concluso nel pieno della ubriacatura del capitalismo estremo del Consenso di Washington, nella cittadina olandese nel 1992, contempla obbligazioni e competenze nel solo campo economico. Quello sociale fa parte di un documento aggiunto, che non ha valore vincolante. Ed ora, su 27 stati membri della Unione, una maggioranza sono sovranisti, quindi contrari a un reale potere di Bruxelles. L’anno prossimo avremo elezioni in Spagna, Francia, Italia e Polonia. Dei Paesi di gran peso. Se anche in questi prima il sovranismo, gli europei, che guardano a Trump come una aberrazione, avranno realizzato il suo sogno: distruggere la unione europea.

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