
Netanyahu e i suoi accoliti glocalisti nel blocco di governo, determinati a distruggere ogni possibilità di Soluzione a Due Stati vestfaliana per il conflitto israelo-palestinese, sono profondamente grati per la tempistica dei danni non tanto “collaterali” inflitti dal documentario “NAZA” (acronimo ebraico di “danni accidentali”, cioè il numero stimato di vittime civili causate da un attacco a un obiettivo militare) al “blocco del cambiamento” dell’opposizione, ed alle prospettive di liberare il Paese dalla loro morsa nelle elezioni previste per il 27 ottobre 2026.
Alla Mostra del Cinema di Venezia il film, ha vinto il Premio speciale della giuria al Festival (unico documentario in concorso per il Leone d’Oro, e uno dei due diretti da una donna), e sarà pubblicato online sul sito del Guardian dopo la proiezione nelle sale cinematografiche.
In quelle italiane è già il film più visto con 451.872 euro di incasso ed oltre 60 mila spettatori. Doveva essere un film-evento dal 28 al 30 settembre, ma il pubblico ha cambiato i programmi: oltre 150 sale hanno già deciso di continuare a programmarlo e il numero potrebbe crescere.
Al fine di consentire di completare l’anonimizzazione dei protagonisti, su richiesta del produttore James Wilson il Guardian e i registi di “The Zone of Interest” hanno aggiunto solo all’ultimo minuto “NAZA”, basato sulle testimonianze di 24 soldati israeliani dell’unità di intelligence d’élite 8200 riguardo al sistema di intelligenza artificiale chiamato Lavender utilizzato per generare decine di migliaia di obiettivi durante la guerra di Gaza.
Il precedente film “No Other Land” (prodotto da un collettivo israelo-palestinese e girato tra il 2019 e il 2023) della regista di “NAZA” Rachel Szor vinse l’Oscar come miglior documentario, raccontando la storia degli abitanti di Masafer Yatta (nella Cisgiordania meridionale, dove gran parte dell’area era stata dichiarata zona di tiro militare) in lotta contro la demolizione delle loro case.
Con l’altro regista israeliano Yuval Abraham, Rachel ha co-diretto con i registi palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal “NAZA”: per il film dopo l’attacco da Gaza del 7 ottobre 2023 le Forze di Difesa Israeliane (IDF) avrebbero allentato i criteri per il livello accettabile di “danni collaterali” a Gaza, rendendo più facile fare affidamento su dati di targetingimperfetti generati da sistemi di intelligenza artificiale, contribuendo all’elevato numero di vittime civili nell’enclave.
Spettatori israeliani che hanno assistito alla proiezione a Venezia conoscendo e stimando i registi hanno espresso il desiderio che il film fosse proiettato in Israele perché, a loro avviso, un approccio più giornalistico e una maggiore attenzione alla complessità avrebbero potuto raggiungere un pubblico più ampio, aiutandolo a comprendere le modalità operative di Israele a Gaza. Essi criticano le testimonianze inquietanti raccolte nel film per la mancanza di dettagli fattuali: nessuna data o luogo, nemmeno un singolo episodio identificabile da indagare e verificare, non offrendo alcun confronto con le modalità con cui altri eserciti hanno combattuto organizzazioni nazionaliste radicate nella popolazione civile.
Nel frattempo, mentre oltre 200 cineasti israeliani hanno firmato una petizione esprimendo solidarietà agli autori di “NAZA”, un gruppo di 14 professori ed esperti di diritto internazionale provenienti da istituzioni accademiche israeliane ha chiesto un’inchiesta indipendente ed efficace sulla condotta della guerra e sulle politiche degli alti funzionari, nonché indagini penali, sia ai sensi del diritto israeliano che internazionale, su specifici episodi. Gli studiosi hanno criticato la risposta evasiva delle IDF al documentario, mentre la maggior parte degli israeliani continua a chiedere un’inchiesta indipendente anche sugli errori che hanno reso possibile il disastro del citato 7 ottobre.
I giuristi avevano ripetutamente contattato le autorità israeliane competenti durante la guerra per segnalare possibili violazioni, tra cui l’incitamento alla distruzione di infrastrutture senza necessità militare, danni sproporzionati ai civili e l’ostruzione o il ritardo degli aiuti umanitari. Gli studiosi hanno affermato che, proprio come gli ufficiali delle IDF neanche loro avevano visto “NAZA”, ma le accuse sollevate durante la guerra richiedono un’indagine indipendente ed efficace sulla condotta del conflitto, in conformità con il diritto internazionale.
La reazione delle IDF (in particolare quella del Capo di Stato Maggiore Zamir) al documentario, unita alle minacce di Netanyahu e del suo governo di punire i suoi autori, ha attirato molta più attenzione mediatica internazionale rispetto al film stesso, suscitando persino le critiche da parte di alti ufficiali delle IDF verso la gestione della reazione al film. L’attacco ultranazionalista contro i registi del documentario è apparso come una sorta di teatro dell’assurdo, dato che i principali accusatori non avevano nemmeno visto il film.
Secondo la dichiarazione originale rilasciata dall’Ufficio del Portavoce IDF i registi non li hanno contattati per un confronto, o per ottenere una risposta prima della proiezione pubblica del film, né hanno permesso loro di vederlo, e dunque solo in seguito potranno verificare se le accuse in esso contenute siano fondate.
L’esercito israeliano vestfaliano non ha nulla da guadagnare da una caccia alle streghe per mettere a tacere le persone, ma al contrario non c’è nulla di sorprendente nella collera divina che l’attuale governo glocalista israeliano e i suoi portavoce stanno riversando. Questa è un’occasione ideale per il glocalista Netanyahu per distogliere il dibattito elettorale dai suoi fallimenti e dagli errori che hanno reso possibile il massacro del 7 ottobre. Il suo principale interesse invece è di trasformare le elezioni in una presunta competizione patriottica in cui può accusare l’opposizione vestfaliana di aiutare il nemico
Il dibattito interno si sta concentrando su questioni di diplomazia pubblica (hasbara) e sui potenziali danni che il documentario arrecherà a Israele a livello internazionale, invece che sul danno d’immagine causato dalle dichiarazioni sconsiderate comprese fino a richieste di linciaggio pubblico pronunciate da ministri e parlamentari dopo il massacro del 7 ottobre 2023, ed anche sulla persecuzione in corso contro i registi di “NAZA”.
Contrariamente a quanto si potrebbe desumere dalle interviste del citato co-regista israeliano Yuval Abraham, non tutti i media israeliani hanno chiuso un occhio sulla realtà. Il quotidiano Haaretz ad esempio ha pubblicato inchieste dettagliate che presentavano risultati sconvolgenti sulla guerra _ l’uccisione di civili, compresi bambini, le terribili sofferenze della popolazione e le politiche criminali relative alle regole del fuoco aperto e la distruzione delle infrastrutture _, e sul prezzo pagato anche dai soldati coinvolti (una delle cause di ciò che oggi viene definito “danno morale”), basate sulla ricerca e sul riferimento incrociato. Solo così e così si può discernere la verità, cercando di ottenere una risposta dal portavoce IDF. Si potrebbe sospettare che la sua scelta del nome “NAZA” sia legata meno al suo significato militare, e più al fatto che suggerisce ai parlanti inglesi una fusione delle parole “nazisti” e “Gaza”.
Quanto accaduto nella Striscia di Gaza durante i combattimenti è di per sé abbastanza orribile e inquietante, obbligando gli israeliani a guardare direttamente alla situazione e a impegnarsi in un’autoriflessione, al fine di prevenire il ripetersi degli errori e delle ingiustizie nelle guerre che potrebbero scoppiare lì in futuro. Israele invece è travolto dal caos più totale, perseguitando i registi di “NAZA” all’interno e ostentando ipocrisia all’esterno, mentre il glocalista Netanyahu se ne approfitta per mobilitare la propria base elettorale in vista delle elezioni: un’opportunità ideale per distogliere il discorso elettorale dai suoi fallimenti e errori, che hanno reso possibile il massacro del 7 ottobre.
A Venezia gli è stata tributata solo una standing ovation di 25 minuti, ma i politici israeliani nel blocco della distruzione, della desolazione e dell’evasione hanno già applaudito con non meno entusiasmo per una settimana, dopo aver atteso così a lungo un incidente qualsiasi per salvarli dalle rovine elettorali e permettere loro di trasformare il discorso politico da uno radicato nella realtà in un vortice di falsi simboli e paure primordiali.
Un evento del genere consente loro di trasformare la campagna elettorale in una competizione tra il campo patriottico e sionista “di destra” che ama il paese e una “sinistra” traditrice e alienata che venderebbe Israele agli arabi e agli antisemiti europei e, soprattutto, di seminare nuovamente dubbi tra gli elettori vestfaliani avevano abbandonato il Primo Ministro glocalista Benjamin Netanyahu e le sue coorti.
Le testimonianze anonime e la narrazione del genocidio presentate nel documentario meritano un attento esame, ma Israele non può ignorare i danni causati dai suoi stessi leader, la cui retorica incendiaria ha contribuito a rafforzare proprio la narrazione che il film ora amplifica in tutto il mondo.
L’entusiasmo suscitato dalla frangia purista e antisionista israeliana dietro il documentario “NAZA” e dai suoi creatori non hanno come spauracchio la destra glocalista populista e post-sionista guidata da Netanyahu e dal leader religioso del sionismo Bezalel Smotrich, che è in gran parte la loro immagine speculare (nazionalismo ebraico glocalista contro nazionalismo palestinese glocalista, uniti nell’opposizione alla divisione vestfaliana della terra tra il fiume e il mare). Invece, il nemico è la sinistra sionista e il campo liberaldemocratico vestfaliano, che stanno combattendo per preservare il carattere e il futuro vestfaliano di Israele senza negare il diritto di esistere del paese, e senza odiare il suo esercito vestfaliano e i suoi soldati.
