La legge delega è passata come una vittoria del governo in carica. Il ritorno al nucleare in Italia ha il brevetto del centrodestra che in Senato pochi giorni fa ha dato via libera al provvedimento con l’appoggio di Azione, mentre Pd, M5S e Avs hanno votato contro e Italia Viva si è astenuta. La legge delega affida al governo il compito di definire le regole per il nucleare sostenibile entro un anno. Subito il fronte ambientalista di Greenpeace, Legambiente, Wwf e Kyoto Club ha parlato di un provvedimento che contiene “promesse che non si possono realizzare”. Eppure, in una fase di passaggio verso un nuovo modello di produzione e consumo di energia, la questione non può più ridursi a uno scontro ideologico. Siamo giunti a: il nucleare è di destra, il suo rifiuto è di sinistra? O non è tempo di aggiornare certi schemi ed essere un po’ più pragmatici?

Un problema di sicurezza, prima che di ideologia

Il punto di partenza è che il nucleare è uno degli strumenti possibili per affrontare questioni decisive come il costo dell’energia, la dipendenza dall’estero, il cambiamento climatico, la sicurezza. Le guerre nelle aree di produzione di gas e petrolio hanno reso il quadro generale difficile e l’Italia, da quando Putin ha invaso l’Ucraina, sperimenta quanto sia fragile un sistema che dipende dalle importazioni di combustibili fossili. Il gas russo, in fondo, metteva tutti al riparo da incognite e stravolgimenti. Oggi, invece, combattiamo contro le oscillazioni del prezzo del gas, le incursioni contro le navi che trasportano i combustibili con l’orecchio attento ai vertici e alle mediazioni diplomatiche. Diversificare le fonti significa ridurre la vulnerabilità del Paese e non subire fattori esterni. Di questo parliamo.

Le fonti rinnovabili restano centrali nella prospettiva economica e sociale, sono una risposta adeguata alle incertezze del futuro. D’altronde l’Unione europea ha approvato una tassonomia che include tutti vettori energetici con l’unico obiettivo di guadagnare spazio nello scacchiere internazionale. Da sole le fonti pulite non bastano a garantire la produzione di cui ha bisogno un grande Paese come l’Italia, per giunta rallentate da burocrazia, carenza di investimenti e ostacoli politici. La rete elettrica nazionale ha bisogno di un’alimentazione continua e qui il nucleare di nuova generazione trova la sua principale ragion d’essere: energia programmabile, disponibile, senza emissioni in atmosfera.

I nuovi reattori

Costruire nuovi impianti richiede tempi lunghi, investimenti ingenti e una pianificazione stabile, laddove l’orizzonte più realistico è il 2040. I reattori di cui l’Italia dovrà dotarsi puntano su sistemi di sicurezza avanzati e tra le tecnologie in campo ci sono gli Small Modular Reactors, destinati a un uso industriale diffuso. Il tema, dunque, non è contrapporre nucleare e rinnovabili, ma capire come integrarli in un mix di cui c’è assoluta necessità già oggi, figuriamoci domani. La politica ha senso quando riesce a prevedere il futuro e definire azioni e strumenti per progredire, non per arretrare. È evidente che la legge delega al governo da sola non basta: serve un salto in avanti di tutti per avere nuovi impianti, sbloccare le autorizzazioni sulle rinnovabili, finanziare la ricerca, esplorare nuovi campi. In anni lontani l’Italia lo ha fatto, perché non provarci ancora?

Non si ostacola la transizione

La sinistra si dice contraria al nucleare, insiste sullo sviluppo delle fonti rinnovabili che per qualità e quantità di interventi concreti scontano lo stesso lasso di tempo per la costruzione dei nuovi impianti nucleari. Per un noioso gioco delle parti, in Regioni dove amministrano, i partiti che in Senato hanno detto no alla legge delega al governo, tengono ferme molte autorizzazioni per pale eoliche e fotovoltaico diffuso. Invece avrebbero potuto rilanciare, sboccando gli impianti rinnovabili e gli investimenti privati fermi da anni. Sul no all’atomo pesano i risultati dei due referendum del 1987 e del 2011? Era un altro mondo e se non se ne prende atto si va contro la storia.

Discutere oggi di energia nucleare significa stabilire quale sistema costruire per un Paese che è nel G20, che in Europa vuole avere un ruolo, che deve mantenere posti di lavoro (crearne anche di nuovi), non dipendere dalle bizze aggressive di zar e di leader falsi democratici. È un caso se le guerre si combattono per il predominio energetico? Aderire alla scelta per il nucleare di nuova generazione vuol dire pensare ad investimenti strategici, assumere una visione capace di guardare oltre le emergenze del momento. Che possono essere anche quelle di domani.

Autore

  • Nato a Pomigliano d’Arco (Na) è giornalista professionista iscritto all'Ordine dei Giornalisti dal 1986. Laureato in Scienze Politiche, attualmente è Direttore responsabile del quotidiano www.ItaliaNotizie24.it. Ha scritto per l’Unità, Paese Sera, Il Mattino, Il Denaro, Specchio Economico, www.Firstonline.it. Si è occupato di Mezzogiorno, economia, energia, green economy, ambiente. É stato Direttore di periodici locali ed account manager in Eni e Italgas. Ha fatto parte di Comitati, Commissioni speciali su ambiente ed energia. Già consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e della Federazione Relazioni Pubbliche (Ferpi) è membro della Federazione Italiana Media Ambientali ( FIMA) e della Free Lance International Press (Flip). E' autore del libro “Mezzogiorno in bianco e nero“ (Ed. Orizzonti Meridionali). Ha vinto il Premio giornalistico “Calabria ‘79” e il "Premio Nadia Toffa 2022 ".

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