Pandemia e mondo nuovo.

Disperazione e speranza, con un tempismo sorprendente, sembrano viaggiare appaiate nelle dichiarazioni ufficiali.

La pandemia rappresenterebbe il limite che una volta valicato dovrebbe portarci al mondo nuovo.

Klaus Schwab, foto di Evangeline Shaw, Unsplash

Il dolore aveva solo iniziato ad attraversare la Terra e già, nel maggio 2020, il direttore del World Economic Forum Klaus Schwab e il principe Carlo d’Inghilterra lanciavano il Great Reset, iniziativa per la ripresa economica e la direzione futura delle relazioni, delle economie e delle priorità globali in un’ottica di sostenibilità, come si può leggere sul sito del WEF.

Chiave dello sviluppo un capitalismo responsabile e inclusivo, che cerca anche, e sembra trovare, la collaborazione della Chiesa cattolica, impegnata anche in un parallelo dialogo con la Cina.

I grandi gruppi economici e finanziari dell’Occidente sono particolarmente attivi, e non da oggi, nelle organizzazioni internazionali e negli Stati nazionali, e di recente hanno abbracciato le grandi cause, dalla sostenibilità ai nuovi diritti umani alla lotta alla povertà, dalla green economy all’ambientalismo.

Dallo shareholder capitalism, il capitalismo di investimento a esclusivo interesse dell’azionista, dovremmo oggi arrivare, secondo Schwab, allo stakeholder capitalism, il modello basato sulla responsabilità sociale d’impresa, già a suo tempo avversato da economisti come Milton Friedman come incapace di una vera promozione economica e sociale.

Lingotti d’oro, foto di Jingming Pan, Unsplash

Può infatti il grande capitalismo – quello sparuto 10% di detentori dell’85% delle risorse mondiali o 1% di persone che possiedono ricchezze superiori a quelle del restante 99% della popolazione mondiale (dati ASviS), cambiando l’ordine dei fattori la sostanza non cambia – sempre più onnipresente nell’organizzazione politico-sociale, economica e sanitaria, concorrere ad assicurare un ordinato sviluppo della società futura?

In un panorama che vede sempre più spesso organizzazioni internazionali e Stati in un ruolo secondario – data l’ingombrante partecipazione alla governance di potenze economiche (multinazionali) e politiche autoritarie (Cina in primis) -, piuttosto che soggetti capaci di assicurare, assolvendo allo spirito fondativo o alla funzione propria della democrazia rappresentativa, diritti, libertà e progresso economico.

Mentre un’Unione Europea sempre più verticista è sembrata spesso negare quella vocazione federalista che dovrebbe promuovere un sistema politico e uno sviluppo solidale degli Stati.

Cercheremo di comprendere – con un’analisi obiettiva e dati riscontrabili – la genesi dell’attuale situazione a partire dal grande disordine mondiale rappresentato dalla caduta del muro di Berlino.

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Nato a Roma da famiglia di origine anconitana, si è laureato nel 1978 in Scienze Politiche e Sociali. Contemporaneamente agli studi universitari ha frequentato, nel 1975-77, un corso di giornalismo e un corso di diritto comunitario. In questi anni inizia la sua attività di volontariato con Associazione Italiana per la Gioventù Europea, Centro Giovanile per la Cooperazione Internazionale, Movimento Studentesco per l’Organizzazione Internazionale, Comitato Italiano Giovani per l’UNICEF. Autore di articoli di approfondimento su problemi riguardanti le relazioni internazionali e a tema economico, collabora negli stessi anni con diverse riviste (tra le quali Tutti, Lettera del MSOI, Studi Cattolici). Avvia quindi, nel 1978 una lunga esperienza professionale in materia editoriale. Nel 2006, intraprende l’attività di imprenditore agricolo in Umbria, dando vita ad un’azienda agricola multifunzionale, insieme azienda biologica condotta con pratiche colturali ecocompatibili e agriturismo. In parallelo ha da sempre rivolto il suo personale impegno alla ricerca storica.

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