“Lungo i giardini consacrati al pianto / Si festeggiano i morti”.
Una delle espressioni più serene, toccanti e felici del novembrino paradosso di Francesco Guccini, è in un bellissimo film in sala in questi giorni: “Madres paralelas” di Pedro Almodovar. “Madres paralelas” è il primo film di Almodovar sulla memoria storica spagnola. Un tema che solo lui poteva affrontare così, interpellando senza sussiego testa e pancia. I suoi protagonisti sono due teste, due cuori, due pance. E la nascita di una nazione. Per questo “Madres paralelas” è la migliore introduzione possibile alla storia, più personale, che mi premeva raccontare. Di un altro film, un’altra vicenda umana, un’altra nazione rinata dal cimitero sotto la luna di un giorno di novembre di 78 anni fa a Ferrara. Ci siamo divisi il compito: il film racconta l’urlo da cui inizia, come la storia di Almodovar (che associa l’urlo della partoriente a un dettaglio di Guernica), la storia di quest’altra rinascita. Io la lenta morte personale di un uomo giusto. Ma cominciamo, come si conviene, da Pedro.

IL FIGLIO DI SCIAGURA.
L’AGRONOMO. Bologna, anni 70, verso la metà (chi potrebbe essere più preciso o è morto o chissà dov’è). Siamo nell’ufficio tecnico di una compagnia di prodotti chimici per l’agricoltura (anticrittogamici, antiparassitari, cose così), sezione agronomica italiana di un importante gruppo chimico francese con sede a Lione. Da un po’ la società si è trasferita a Roma (da Torino) e il piccolo ufficio tecnico, da sempre distaccato a Bologna, avrebbe dovuto seguirla. Solo che il suo capo (mio padre), dirigente di ormai lungo corso, non ci pensa nemmeno a trasferirsi con la famiglia nella capitale, ed è stato accontentato: l’ufficio è rimasto. È un team di dieci o quindici fra agronomi e periti agrari e tre o quattro segretarie. Almeno una delle quali – oggi il massimo è due – mi legge.
Una mattina di quell’anno, M. C., quarantenne, uno degli agronomi, entra nell’ufficio del direttore. Si siede e scoppia a piangere. Ieri è morto suo padre. O almeno, ieri glielo hanno detto, perché questo padre, sparito quando lui era bambino, è morto in Sudamerica. Dove era scappato nel ’45. Per la prima volta in vita sua il misero sta raccontando a qualcuno chi era suo padre.
In quegli anni la televisione è ancora solo Rai (e vabbè), in bianco e nero (poco male, nel nostro caso) e ha solo due canali. A mezzanotte, telescopio, inno nazionale e tutti a letto. Per “passare” in TV, un film deve avere cinque anni (erano dieci all’inizio). La prima serata è praticamente l’unica: dopo ci sono le rubriche e i telegiornali della notte. Ma ciò significa, fra le altre cose, che quel che passa in TV lo vede davvero mezza Italia; anzi, di più. Due giorni prima, in televisione, mezza Italia ha potuto rivedere un grande film, “La lunga notte del ’43“, di Florestano Vancini, e ancora una volta M.C. ha rivisto suo padre. O meglio, Gino Cervi nei panni di suo padre. Il nome è diverso, anche perché la storia vera (che rapidamente vedremo) ci dice che in quel personaggio, soprannominato “Sciagura“, regista e sceneggiatori (Pier Paolo Pasolini e Ennio De Concini) hanno fuso più di un personaggio reale. Ma lui solo questo ha visto: suo padre, per breve tempo federale di Ferrara, poi lurido torturatore della brigata Tagliamento nelle valli lombarde e nell’urbinate. Condannato a 24 anni nel ’48 per quella strage di cui si era tracotantemente assunto la responsabilità, e all’ergastolo nel ’52 per una catena di efferatezze solo in parte assorbite dall’amnistia togliattiana, già da anni aveva riparato in America Latina. Diversamente da quanto accade nel film, nessuno lo avrebbe più visto né sentito in Italia. Tanto meno a Ferrara.
Libro e film inseriscono i fatti all’interno di un racconto di finzione, ma se la storia ferrarese di Bassani ha i tratti di un racconto morale alla Gide, la mano di un altro poeta, Pier Paolo Pasolini, dà al film le vibrazioni, sentimentali e politiche di un piccolo capolavoro post neorealista. Pur non condividendo l’impianto neorealista del film, a Bassani piacque l’opera dei tre autori. E ancora oggi la storia del farmacista paralizzato (Enrico Maria Salerno) che dalla finestra di casa assiste alla strage senza avere la forza, dopo la guerra, di testimoniarlo al processo; di sua moglie (Belinda Lee), che lo tradisce con il figlio di una delle vittime; del caporione fascista (Cervi) che aspira a sostituire il federale assassinato e organizza l’eccidio e, non ultimo, del figlio dell’avvocato ucciso (Gabriele Ferzetti), che tornato anni dopo in città dalla Svizzera con la famiglia, viene avvicinato davanti al castello dall’assassino di suo padre che lo saluta cordialmente e, pur riconoscendolo, gli stringe la mano, spiegando poi alla moglie: «era una specie di gerarca fascista, un poveraccio, lo chiamavano Sciagura; non credo che abbia fatto niente di male», resiste nella considerazione generale come l’esito più importante di un autore spesso ingiustamente sottovalutato.
“Dice l’Apocalisse: Il lupo e l’agnello dormiranno insieme. Ma l’agnello dormirà poco e male.” (Woody Allen)
Pur nei suoi aspetti da commedia all’italiana, il caso del prefetto Dolfin è sintomatico del clima in cui si apriva, quel 15 di novembre, il primo congresso del P.R.F. I 45 giorni di Badoglio, aggiunti ovviamente all’andamento della guerra, avevano aperto nel fascismo una faglia di quelle in cui scompare una città. Si incontravano a Verona “camerati”, molti dei quali dovevano sentirsi come l’agnello del wiz di Allen. Quel mese e mezzo, con il suo allegro saltellare di quaglie, aveva esasperato la crisi interna al fascismo da tempo. E non solo a Ferrara, dove nessuno ha mai davvero pensato che il federale fosse stato vittima dei partigiani di una resistenza ancora di là da venire (era stato assassinato dentro la sua macchina da qualcuno che viaggiava con lui, come rilevò immediatamente un’inchiesta presto abortita fra i sospetti di tutti su tutti). Quel giorno, Igino Ghisellini, federale da 20 giorni, era atteso a Verona. Intendeva portare all’attenzione del congresso una denuncia, lungamente preparata, sui riposizionamenti, i tradimenti e le vere e proprie faide interne al partito, da cui lui stesso si sentiva – non a torto – minacciato. Il segretario Pavolini non aveva perso tempo, slegando i cani a furor di congresso. Ordinata la rappresaglia, non appena giunta notizia dell’attentato, spedì a Ferrara, a supporto di quelle locali, le squadracce che per giorni avrebbero terrorizzato la città. Forse la borsa trovata nell’auto del delitto gli fu portata, forse no. In molti diranno poi di averle lette, quelle carte. Non chi indagava, che probabilmente mai le chiese. E quella borsa divenne un po’ come, ai giorni nostri, la famosa agenda rossa di Borsellino.
“SCIAGURA“. Giustiziato Pavolini sul lungolago di Dongo; processato e fucilato a Novara il presidente della Provincia Vezzalini (inviato appositamente a Ferrara, insieme al console della Milizia Giovan Battista Riggio, per organizzare la rappresaglia), il processo per l’eccidio si conclude presso la Corte d’Assise Speciale di Ferrara il 26 marzo 1948 con 6 condanne. Le più gravi a Riggio (30 anni), al centurione della Milizia Ciro Randi (quello che disse di aver portato a Verona la borsa di Ghisellini) e a un certo Arrigo Cavallazzi (24 anni). Tutti latitanti. Ma chi è l’ultimo?
L’AGRONOMO (ripresa). Quando anni dopo, mi trasferii a Roma, ad aiutarmi a cercar casa c’era lui, M.C. (ma la C. ormai avete capito qual è), nel frattempo trasferitosi con la moglie nella Capitale. Gentile e riservato, timido e disponibile, per qualche giorno con una segretaria della società, girammo il Trionfale, dove abitava, seguendo annunci. Morì giovane; ancora nei cinquanta, credo. Fumava come un camino: ricordo la punta delle dita e le unghie nicotinizzate del tabagista. Poi, morì anche la moglie. Non avevano figli. Aveva vissuto senza riuscire a dire a nessuno, se non a mio padre, chi fosse il suo e si era sentito “smascherato”, in questo, da un film. Ma ne aveva anche ricevuto la spinta a farlo. Ora che sono morti tutti, l’ho raccontata.