
Nel dibattito sulle possibili conseguenze economiche della guerra in Iran, molti analisti hanno ventilato lo spettro di una crisi energetica di portata mondiale. L’importante è capire se lo shock energetico – nel senso di un’interruzione prolungata o momentanea dell’offerta di petrolio e gas – che si sta espandendo attraverso il pianeta è paragonabile a quelli precedenti e quali possano essere le implicazioni per l’Europa. La lezione principale che possiamo trarre dalla storia recente è che questi shocks sono causati da crisi geopolitiche e mostrano quanto il mercato del petrolio sia sensibile ai conflitti in aree chiave come il Medio Oriente.
Il primo shock petrolifero ha come scenario di fondo la guerra del Kippur: in reazione i paesi arabi produttori di petrolio (tramite l’OPEC) riducono le esportazioni verso l’Occidente e il prezzo del petrolio quadriplica per fare pressione sui paesi che sostenevano Israele. Questo shock provocò una grave crisi economica globale, che gli economisti chiamarono ‘ stagflazione’ cioè un mix di inflazione e disoccupazione ponendo fine alla crescita economica del dopo guerra. Il secondo shock avvenuto nel 1979-80 a seguito della rivoluzione iraniana vede un ulteriore rialzo del prezzo del petrolio che raddoppia a causa di una riduzione drastica della produzione messa sul mercato. Ne consegue una nuova ondata di inflazione e si teme allora una crisi energetica persistente che dà luogo in Occidente ai primi programmi di risparmio energetico. Dopo una guerra devastante tra Iraq e Iran tra 1980 e 1988, gli Stati uniti intervengono nel Golfo Persico dopo che l’Iraq decise di invadere il Kuwait per il timore di blocco delle forniture. Questo shock porterà a un forte aumento dei prezzi ma di carattere temporaneo che ha avuto complessivamente un impatto più limitato sull’economia mondiale; la crisi è stata quindi più breve anche perché gli Stati occidentali erano meglio preparati per far fronte alle conseguenze del rialzo del prezzo del petrolio.
La crisi che emerge dal conflitto in Iran
La crisi che sta ora emergendo dal conflitto in Iran segue uno scenario simile: il prezzo del petrolio aumenta rapidamente; i mercati temono una riduzione delle forniture nel golfo persico dopo la chiusura dello stretto di Hormuz dove transita circa 20% del petrolio mondiale; infine, si crea una crisi di fiducia nei mercati energetici. Il prezzo del petrolio oscilla oggi tra 100 – 120 $ al barile e il gas in Europa è aumentato del 40-50% e i prezzi della benzina e del diesel hanno subito forti aumenti in poche settimane. Il timore di un tale scenario che possa paralizzare l’economia mondiale con un rallentamento della crescita economica nei paesi industrializzati e un aumento dell’inflazione (anche se meno grave rispetto agli anni ’70 preoccupa non solo gli Stati uniti, ma soprattutto i paesi europei che potranno risentire questi effetti in modo maggiore.
Quali implicazioni per l’Europa?
L’ Europa è un continente strutturalmente dipendente dalle importazioni di energia, che, dopo la cessazione quasi totale delle importazioni dalla Russia, arrivano in gran parte da fuori, spesso passando dallo Stretto di Hormuz. Se il traffico è a rischio, le economie europee subiranno i contraccolpi dell’interruzione delle forniture di gas e petrolio sotto forma di prezzi più alti poiché l’energia entra in tutto dai trasporti, la produzione industriale agli alimenti. In particolare, verranno colpiti i settori più ‘energivori’ come la chimica e la manifattura – che costituiscono la spina dorsale dall’economia europea – e che dovranno far fronte a un aumento dei costi di produzione e una perdita di competitività strutturale. Le prospettive di un rallentamento economico sono evidenti: i prezzi alti portano a un calo dei consumi e a investimenti ridotti, e quindi un rischio di crescita lenta o nei casi peggiori una recessione mondiale.
Effetti asimmetrici nei diversi paesi europei
Gli effetti potranno essere asimmetrici a seconda dei paesi, con effetti più marcati per Italia e Germania, entrambi fortemente dipendenti dalle importazioni di petrolio e gas (anche se una parte consistente proviene dagli Stati uniti). La Francia costituisce un’eccezione nella zona euro con un’inflazione bassa negli ultimi anni. È stata meno colpita dall’aumento dei prezzi energetici, petrolio e gas, dall’inizio della guerra in Ucraina e sta facendo meglio nello shock attuale provocato dalla guerra in Iran grazie a un mix energetico favorevole (con il nucleare che fornisce circa il 70% dell’elettricità). Tuttavia, la guerra in Iran sta spingendo i prezzi del petrolio verso l’alto e questo colpisce il potere d’acquisto dei consumatori che dovranno pagare le bollette più care e rifornirsi di benzina o diesel a prezzi più alti.
Stagflazione, governi europei e ruolo della BCE
È difficile prevedere quanto durerà questa guerra e quale sarà l’impatto su petrolio e gas. Ma c’è già una forte preoccupazione che potrebbe provocare come negli anni 70 uno scenario di stagflazione. Secondo le stime dell’Insee fatte per l’economia francese, questa situazione potrebbe costare un punto di inflazione e con prezzi del barile a 100 $ o superiori potrebbe tradursi in una minore crescita di 0.1% per trimestre o 0.4% in termini annuali. La reazione dei governi europei allo shock attuale si muove su più fronti. Sul fronte dell’emergenza immediata, i governi hanno adottato (o sono in procinto di farlo) diverse misure, facendo uso delle riserve strategiche di petrolio coordinate a livello europeo, introducendo aiuti alle famiglie e imprese come bonus energia, sussidi alle famiglie, o intervenendo sui prezzi riducendo le tasse sui carburanti (come in Italia) o introducendo tetti temporanei sui prezzi per contenere l’aumento dei prezzi e possibili proteste sociali. Tuttavia, queste misure vengono costrette dai margini di bilancio più limitati rispetto alla situazione del 2022. Sul fronte strutturale, l’UE cerca alternative al petrolio del Golfo stringendo accordi con altri paesi produttori, aumentando le importazioni dagli stati Uniti e Norvegia e rafforzando le rotte energetiche considerate più sicure. Infine, il coordinamento con la politica monetaria diventa essenziale: la Banca Centrale Europea (BCE) ha diverse opzioni e per ora non ha preso nessuna decisione. Il problema sorge se la BCE aumenta i tassi d’interesse per far fronte allo shock inflazionistico. Questo potrebbe essere controproduttivo per l’economia europea che ha bisogno di tassi più bassi anziché più elevato in un contesto di forte incertezza e volatilità dei prezzi.
Le riserve strategiche e gli scenari aperti
Per contenere gli effetti di un’impennata dei prezzi del petrolio, i 32 paesi che compongono l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) decisero l’11 marzo di mettere a disposizione 400 milioni di barili provenienti dalle riserve strategiche. Questa misura senza precedenti – in confronto con la guerra della Russia in Ucraina dove furono rilasciati 189 milioni di barili- permetterà di dare un sollievo temporaneo confidando sulla riapertura prossima dello stretto di Hormuz. Le scorte strategiche di petrolio – insieme alla diversificazione delle fonti di energie con un peso maggiore delle energie rinnovabili e del nucleare (in certi paesi) e ad economie meno dipendenti dal petrolio rispetto agli anni ’70 potrebbero lasciar pensare che la crisi energetica sia meno grave rispetto al passato. In realtà questa crisi potrebbe essere molto grave se il conflitto si allarga non solo su scala regionale e se lo stretto di Hormuz resta bloccato a lungo. Non a caso gli Stati Uniti hanno deciso di intervenire militarmente per prendere il controllo di quell’area strategica per il passaggio delle navi. L’esito di questa crisi rimane molto incerto, e non solo l’economia mondiale ne patirà ma anche le popolazioni civili e il disastro umano e morale che rimarrà a lungo nelle nostre coscienze.