20 Maggio 2026 - mercoledì

La crisi petrolifera, innescata dall’attacco all’Iran, ha evidenziato una volta di più la fragilità del sistema energetico nazionale ed europeo. La conseguente rincorsa dei prezzi del greggio è apparsa senza freni, nell’ampia disponibilità del mercato finanziario. Il blocco dello stretto di Hormuz ha scatenato un’escalation economica con conseguenze globali.  Ed è apparso subito che le istituzioni, nazionali ed internazionali, non erano attrezzate ad affrontarne i contraccolpi, nonostante i precedenti shock. Non c’era (e non c’è!) la cosiddetta cassetta degli attrezzi. Né a Roma, né a Bruxelles.

Uno scenario di grande preoccupazione

Se è certamente vero che le tensioni sui mercati e i rincari dei prodotti petroliferi sono dovuti almeno in parte al venir meno di circa il 20% dell’offerta mondiale di prodotto è altrettanto vero che questo dato si somma a quelli di insufficienza sistemica propri del mercato interno e di quello europeo. Dal rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia del 13 maggio, esce un quadro di forte preoccupazione: dal crollo dei prodotti raffinati alla contrazione delle riserve strategiche (-246 mln di barili tra marzo e aprile), alle aspettative di nuovi rialzi (già oltre il 50% dall’inizio del conflitto). La guerra in Iran ha terremotato il mondo. In assenza di un cessate il fuoco, le conseguenze potrebbero essere ancora più pesanti, con ulteriori picchi in concomitanza con la crescita della domanda estiva.

Il petrolio è di carta

La crisi iraniana ha di nuovo messo in luce l’opacità del sistema delle quotazioni del petrolio.  Appare sempre più evidente l’evoluzione del prezzo di riferimento del mercato petrolifero, determinato dal Platt’s, da interscambio reale di barili di greggio a puro strumento finanziario. Il barile è divenuto, nel corso del tempo, un prodotto cartaceo prezioso per gli operatori di borsa che operano sui futures. Sono quest’ultimi che determinano l’altalena dei prezzi dei carburanti, in base ad algoritmi fondati sulle aspettative commerciali, sui premi di rischio e in relazione alle condizioni geopolitiche.  Le altre componenti, pari a circa il 60%, infatti, sono abbastanza rigide, considerata la composizione del prezzo finale data dal livello di tassazione, accisa in misura fissa più iva al 22%, e dal costo industriale. Va da sé che chi opera sui mercati internazionali intende massimizzare i profitti, aprendo un ombrello a fasi speculative lungo la catena.

Chi decide il prezzo

Il Platt’s, ossia un’agenzia privata, con base a New York e Londra, in cui operano alcuni dei principali attori della finanza internazionale, costruisce, sulla base di transazioni influenzate da aspettative speculative, l’indice che determina il prezzo lungo la filiera, fino alla pompa. In questo modo, al momento del rifornimento, il consumatore italiano/europeo sostiene il sistema e finanzia, ora per allora, le aspettative speculative. Questo ci dice che il Platt’s in quanto indice reale del valore del barile è superato avendo assorbito in modo stabile e duraturo la componente speculativa, capace di ricercare ed enfatizzare le fasi di forte volatilità, soprattutto in presenza di turbolenze geopolitiche.  Il punto è che continua ad essere assunto a riferimento assoluto e reale da tutti gli operatori della filiera che, di fronte agli aumenti dei prezzi dei carburanti, rimandano, appunto alle quotazioni Platt’s.

Le armi spuntate degli Stati nazionali

È evidente che le autorità nazionali possono fare ben poco di fronte a operazioni di carattere internazionale. A fronte di limiti oggettivi, la minaccia dei vari Governi di perseguire le speculazioni appare francamente poco credibile, se non risibile. Quelle minacce, infatti, si traducono generalmente o in aggravi normativi inutili, come il cartello dei prezzi medi o in un intensificarsi un po’ scenografico di controlli sull’ultimo anello della filiera, laddove i prezzi giungono senza possibilità di alterazione. I benzinai, infatti, i prezzi li subiscono e non li determinano, per contratto. Quelle verifiche non riescono quasi mai a salire di livello e si fermano sulle aree di servizio. Le sanzioni eventualmente elevate generalmente afferiscono alla gestione burocratica del punto vendita (scadenze amministrative e fiscali, certificazioni, comunicazioni ecc.…), non alla speculazione che continua a vivere e vegetare negli uffici della finanza internazionale, dipanandosi poi ben protetta lungo i piani alti della filiera.

Il piano europeo, tardivo e spalmato nel tempo

A fronte di un sistema -il Platt’s- che si muove su uno scenario globale, per essere credibili le azioni di sorveglianza dei prezzi e contrasto alla speculazione dovrebbero essere sostenute quanto meno in ambito UE, in uno spazio istituzionale ben più ampio e con strumenti di intervento e regolazione più incisivi. L’UE con il piano “AccelerateEu” presentato il 22 aprile scorso ha fornito un tentativo di risposta alle emergenze determinate dal conflitto nel Golfo, costato ad oggi 24 miliardi in più, senza aver fatto alcun progresso nel processo di autonomia energetica. L’Unione ha colto l’esigenza di un intervento che faccia fronte, in modo strutturale, alla fragilità energetica fortemente condizionata dalla geopolitica e dalla crisi del multilateralismo, dando un’accelerazione sul percorso del green deal. “AccelerateEU” nel suo dispiegarsi, tra coordinamenti e osservatori, pur in una visione di ampio respiro, non coglie la drammatica urgenza del “qui ed ora” che richiederebbe l’attivazione di strumenti pronti all’uso, idonei a contrastare la corsa dei prezzi petroliferi che si scaricano su consumatori e imprese. Soprattutto alla luce dell’incertezza del quadro evolutivo nel golfo persico. La durata della crisi, infatti, potrebbe richiedere, in tempi relativamente brevi, misure ben più incisive. In questo senso, il dibattito pubblico a livello di paesi membri ha evidenziato proposte finalizzate a tassare gli extraprofitti  con cui sostenere i maggiori oneri di rifornimento o di istituire una borsa europea, fondata su meccanismi ed attori capaci di riportare la catena del valore agli scambi reali e non finanziari, per dare maggiore trasparenza e stabilità, o come potrebbe anche essere ipotizzato un meccanismo di procedure di appalti congiunti e la creazione di riserve strategiche unionali, facendo leva sui leaders europei del settore, o ancora un’azione in ambito WTO o, azioni della stessa DG concorrenza, che già varie volte ha acceso i fari sul sistema delle quotazioni e dei prezzi nel settore petrolifero  che potrebbe riprendere il dossier e riesaminare l’intero sistema alla luce delle competenze maturate.

Riformare il sistema

Certamente in una situazione di grave crisi, con ripercussioni a tutti i livelli della vita economica, sociale e civile, l’UE non può rivestire il ruolo di “osservatore attivo” o esercitare la “moral suasion” ma deve trovare in quello spazio politico economico proprio dell’Unione una strumentazione adeguata a fronteggiare le emergenze. Solo in questo modo e accelerando sulla transizione verde  si può combattere la finanziarizzazione delle quotazioni petrolifere, rapportando alla dimensione europea la relazione sui prodotti energetici, consapevoli che il mondo ancora per svariati anni non potrà prescindere dalle fonti fossili. E allora occorre da una parte rafforzare la sicurezza energetica e la competitività, certamente mappando le capacità di raffinazione ma anche incentivando investimenti per il pieno utilizzo degli impianti, accelerando la transizione energetica, come fa con “AccelerateEU”; dall’altra è sempre più necessario mettere in campo, con la forza dei suoi 27 paesi membri e dei suoi 450 milioni di abitanti, regole e strumenti per riformare un sistema che settori crescenti della pubblicistica di settore giudica inadeguato e superato e regolare il mercato con meccanismi trasparenti e rappresentativi della filiera.

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