20 Maggio 2026 - mercoledì

L’Europa, che non viveva conflitti degni di questo nome da ottanta anni, è entrata nel regime della guerra permanente. Un mondo in cui i Ministeri della Difesa sono diventati Gabinetti di guerra e, concretamente, Ministeri dell’offesa. Una trasformazione che conviene ai Pil dei singoli Stati partecipanti ma che segna la caduta politica dei leader Starmer, Macron, Merz, Meloni che su questa filosofia hanno ispirato tutte le mosse di Trump (dazi, aumento delle spese militari al 5%, riarmo pro Ucraina) salvo parzialmente distaccarsene quando il cerino ormai irreversibilmente sta bruciando, condannandoli all’obsolescenza. Il risultato è che la guerra (o operazione speciale) russo/ucraina è avviata a durare più della guerra mondiale, imitando per lunghezza l’assurdo conflitto in Vietnam. La crescita stentorea dell’emisfero occidentale è surrogata dalla vendita delle armi e un’istituzione come Leonardo ha una funzione strategica di questa valvola di trasmissione, scippando impunemente il nome a una delle menti più brillanti del Rinascimento. Secondo il Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) nell’universo globale infuriano non meno di sessanta conflitti aperti e mai definitivamente chiusi con il risultato che la spesa militare è aumentata per l’undicesimo anno consecutivo raggiungendo i 2.877 miliardi di dollari. Basterebbe assolutamente di meno per risolvere i problemi della fame del mondo nutrendo quel miliardo di persone sotto il limite calorico di benessere oltre che di sopravvivenza. Negli ultimi dieci anni l’acquisto di armi da parte degli Stati è aumentato del 41% e questo fattore conviene alla parte del mondo più ricca perché muove l’economia e la finta crescita, a detrimento di un numero considerevole di vite umane. L’Europa è il continente che spende di più. I suoi investimenti nell’ultimo anno sono cresciuti del 14% con una spesa secca di 864 miliardi. E in questa follia collettiva il 48% si è riversato a favore dell’industria bellica americana, di cui siamo più che mai vassalli, come neanche agli albori del Piano Marshall del1948.

La spesa militare mondiale ingloba il 2,5% del Pil mondiale che, evidentemente, meriterebbe ben altra devoluzione in favore di sanità, scuole, ricerca. In questa corsa senza controllo gli azionisti di maggioranza sono ovviamente Stati Uniti, Cina e Russia e quello che resta dei loro imperi.  Sono ormai ventidue i Paesi Nato su trentadue che spendono più del 2% del loro Pil per la difesa, assecondando i desideri di Trump che, da parte sua, vuole liberarsi di questo moloch anti-storico, perlomeno da quando si è sbriciolato il Patto di l Patto di Varsavia, e contestualmente, il muro di Berlino. Tre anni fa sopra questa soglia erano solo dieci. La Polonia ha dato l’esempio ma poi tutti, chi più chi meno, si sono inchinati al volere del bizzarro presidente americano., il Dottor Stranamore del secolo nuovo.  Senza saperlo ogni cittadino del mondo globale è costretto a spendere 352 dollari del proprio bilancio in direzione delle armi. Il risultato è che si arricchiscono le banche, le industrie della guerra, le multinazionali, i grandi istituti assicurativi, perseguendo lo spostamento tradizionale del denaro dal lavoro alle rendite di posizione.

Al 31 marzo 2026 gli utili delle 1.325 maggiori società quotate a Wall Street hanno evidenziato un record di 740 miliardi di dollari di utili, con un balzo dei profitti del 20% In Italia siamo fermi alla constatazione della stagnazione degli stipendi e delle pensioni senza che il Governo (e i sindacati e l’opposizione) faccia qualcosa.  Facile capire in quale direzione ruoti la destinazione del denaro. Il richiamo alla pace del quasi intoccabile presidente Mattarella (il mantra è “Dio ce lo conservi a lungo!”) quando suggerisce: “L’Unione Europea non ha mai fatto guerre” evidentemente dimentica il vulnus anti—costituzionale dell’Italia che nel 1999 concesse le sue basi per permettere agli americani di bombardare Belgrado, legittimando successivamente il Kosovo. Giusto ricordare che il Presidente del Consiglio era Massimo D’Alema e suo vice Sergio Mattarella. La storia non dimentica.

Autore

  • Romano, 48 anni di giornalismo di cui 35 a Tuttosport come caposervizio tra Roma, Milano, Torino, seguendo i principali eventi dello sport internazionale dopo essersi laureato in lettere moderne con il prof. Pedullà. . Autore di 23 libri con particolari focus su legalità, azzardo, mafie, sport etico. Volontario di Libera, comunicatore, attualmente free lance per alcune testate telematiche. Appassionato di teatro, cinema, letteratura, trekker dilettante.

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