Il concetto di democrazia è palesemente in crisi nel mondo globale. Quando Putin si allunga il potere pretestuosamente fino a tutto il 2036 (mentre il terreno con l’incauta guerra in Ucraina gli frana sotto i piedi) meritandosi l’etichetta di “nuovo zar”, quando sembra difficile scalzare dal potere cacicchi come Erdogan o Netanyauh, quando presidenti deposti come Trump e Bolsonaro non accettano il verdetto delle urne e fanno mettere a soqquadro i rispettivi Congressi dai propri sostenitori, appare evidente la via facilitata alle autocrazie.

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E gli elettori sembrano convenzionalmente stanchi delle vecchie politiche e, se non partecipano disertando ai seggi, si danno all’eversione e alla sommossa. In definitiva un diffuso malessere che tarpa le ali alla democrazia è diventato vero e proprio virus infestante e forse irreversibile. I popoli non si sentono più rappresentati da un potere politico eletto a minoranza. Le debolezze strutturali di sistema, la perdita di credibilità della politica tradizionale, spingono nel precipizio del populismo e del sovranismo. E proprio i partiti che accettano questo stato di cose e si riconoscono in queste etichette acchiappano il maggior numero di consensi e suffragi.

Tanto che anche i partiti “anti” devono seguire questa strada con segnali come la perdita dei militanti, degli attivisti, la chiusura delle sezioni, il mancato rinnovo delle iscrizioni. È totalmente cambiata l’immagine della partecipazione alla politica. Dimenticate perciò il vecchio simpatizzante del Pci, ormai appartenente a una generazione obsoleta: quello che finanziava il partito, cucinava la pasta nei festival dell’Unità, dava vita a corposi dibattiti in riferimento a D’Alema-Veltroni-Occhetto, era disponibile a vendere il quotidiano di partito per strada con un volontariato stringente e fungeva da agit prop per la generazione giovanile che era una sorta di vivaio per la leadership assoluta.

Ora è necessario riattualizzare la definizione di Winston Churchill per cui “la democrazia è la peggiore forma di governo, eccezione fatta per tutte le altre”. Da unica opzione possibile per “il migliore dei mondi possibili” la democrazia è sprofondata in un buco nero che porta a virarla come “demopatia”, una pericolosa e insana variante. Un segnale evidente dell’instabilità del quadro è la variazione dei flussi elettorali per quella percentuale sempre in diminuzione degli esercitanti al diritto/dovere del voto. Un Movimento Cinque Stelle sulle montagne russe: dal 33% al 10%, poi di nuovo al 17% grazie all’impulso di Conte (e all’indifferenza di Grillo), una Lega che dal 30% precipita sotto, ridotta alla cifra singola.

Come obietta Mair: “Più la partecipazione elettorale diminuisce e più cresce il livello indifferenza, più è lecito aspettarsi che anche questi cittadini renderanno il proprio coinvolgimento più instabile, più incerto e di conseguenza esprimeranno le proprie preferenze politiche in maniera più casuale…”. Come dire che il voto del futuro sarà sempre meno ragionato e affidato all’intuitività o a un’abile pubblicità partitica. E l’indifferenza, il mancato approfondimento, produrrà un elettore volubile, svogliato, depresso e mutevole. Sembra la radiografia dell’italiano del Censis, invariabilmente contenuta in un rapporto di fine anno. Svanita l’illusione del dovere e della missione dello statista rimangono slogan elettorali, marketing e programmi iperurani inattuabili e un incertissimo orizzonte futuro.

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Romano, 48 anni di giornalismo di cui 35 a Tuttosport come caposervizio tra Roma, Milano, Torino, seguendo i principali eventi dello sport internazionale dopo essersi laureato in lettere moderne con il prof. Pedullà. . Autore di 23 libri con particolari focus su legalità, azzardo, mafie, sport etico. Volontario di Libera, comunicatore, attualmente free lance per alcune testate telematiche. Appassionato di teatro, cinema, letteratura, trekker dilettante.

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