“Il Mondo sta cambiando. L’Europa è pronta”. La risposta di Ursula von der Leyen a Donald Trump pare forte, ma suona stonata, perché i propositi aggressivi del 47° presidente degli Stati Uniti trovano l’Unione senza un leader e senza una linea. Eppure, il tempo per prepararsi c’era: l’elezione di Trump non è stata un fulmine a ciel sereno, era nell’aria da mesi; e dal 5 novembre al 20 gennaio ci sono stati 75 giorni per allacciare le cinture di sicurezza e attrezzarsi al Big Bang. L’UE li ha persi in beghe interne: l’insediamento lento delle nuove Istituzioni, il valzer dei governi in Francia, l’inquietudine politica tedesca sfociata nelle elezioni anticipate del 23 febbraio.
I saggi dicono che all’irruenza di Trump bisogna replicare non a testa calda, ma a testa fredda. Però, la testa bisogna avercela. In questo momento, l’UE non ce l’ha, complici – ma sono fattori episodici – la polmonite che mette fuori gioco per qualche giorno la Presidente della Commissione europea e il rodaggio dei nuovi, il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa e la capa della diplomazia di Bruxelles Kaje Kallas, che si rifugia in stereotipate – e caduche – formule su Ucraina e Russia.
Trump non solo non ha un numero di telefono da chiamare – se ne lamentava, ma non troppo, Henry Kissinger 50 anni or sono – ma non ha neppure un interlocutore credibile nei paesi forti. Ursula von der Leyen non la prende neppure in considerazione: lui parla con i suoi pari grado, presidenti o capi dell’Esecutivo; non con quelli che considera ‘funzionari’ di organismi multilaterali.
Risultato: Trump ha puntato su Giorgia Meloni, unica leader di uno dei maggiori paesi UE ben salda al potere e senza troppe diffidenze nei suoi confronti. Con la drammatica complicità della vicenda di Cecilia Sala, la premier italiana è dunque divenuta il punto di riferimento di Trump fra i 27; mentre Elon Musk, sodale – per ora – del magnate e amichetto suo, crea scompiglio in Europa lusingando della sua attenzione su X le peggio destre di Francia e Germania.
Ai propositi di Trump, nessuno fa eco da Bruxelles per quasi 24 ore: un silenzio assordante, rotto quando – il giorno dopo – UvdL parla al Forum di Davos. L’impaccio europeo rende, se possibile, più delicata la posizione di Meloni che deve decidere se usare il suo evidente rapporto privilegiato con Trump per ottenere vantaggi per l’Italia, in un rapporto di vicinanza/vassallaggio, o per cercare di costruire un ponte con l’Unione europea.
Nelle more, i primi provvedimenti del presidente pregiudicato lasciano presagire “quattro anni duri” per i suoi interlocutori, amici o avversari che siano: i dazi del 25% per Messico e Canada a partire dal 1° febbraio, l’uscita degli Usa dall’Oms e dagli Accordi di Parigi e molte altre misure tengono l’Ue sul chi vive; e la NATO è già stata avvisata che i paesi europei dovranno aumentare le spese per la difesa dal 2% – non ancora raggiunto – al 5%. Von der Leyen, che a Davos illustra i suoi progetti per la difesa e l’energia, il commercio e l’hi-tech, prospetta “una nuova era di ruvida competizione geo-strategica”.
Certo, si può sempre sperare che il lupo si riveli, se non un agnello, vecchio e sdentato. E che la sua temibile “invincibile armata” delle menti più tecnologiche e innovative d’America e del Mondo, Musk, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos e tutti gli altri, messa insieme in un baleno, sotto la bandiera del profitto, venga rapidamente erosa nello scontro fra i fortissimi ego-centrismi dei suoi leader. Già ve ne sono avvisaglie: Vivek Ramaswamy, imprenditore bio-tech, ex rivale pentito ma non troppo, rinuncia a fare tandem con Musk alla guida del Dipartimento per l’efficienza dell’Amministrazione – Politico parla di “profonde divergenze ideologiche” – e Musk stesso critica il progetto appena benedetto da Trump per 500 miliardi di investimenti privati per l’Intelligenza artificiale, forse perché lui ne è fuori (l’iniziativa è di OpenAI, Oracle e SoftBank).
D’altro canto, ci sono le “quinte colonne2. Mark Rutte, segretario generale della Nato, non stupisce quando dice che “Trump ha ragione” nel chiedere agli europei di spendere di più per la difesa. E Maros Sefcovic, il responsabile del Commercio nella Commissione europea, dice a Davos: “Siamo pronti a negoziare”. Ma su che cosa? Che l’altro fa diktat?
E mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky fa appello all’Ue, sentendo venire meno l’appoggio degli USA, i presidenti cinese Xi Jinping e russo Vladimir Putin si consultano sull’atteggiamento da tenere, dopo che Xi aveva parlato con Trump nel fine settimana.
Trump 2: esordio il giorno dopo la tregua a Gaza
L’America di Trump che vuole diventare di nuovo grande è un gambero che corre all’indietro, verso un’età dell’oro che non c’è mai stata, e si rimangia politiche di genere e ambientali, cancella diritti e programmi sociali, mette in dubbio alleanze e amicizie, rinnega il proprio passato di Paese di migranti che attira e accoglie chi vuole vivere il sogno americano.
“Un dannato modo per cominciare i prossimi quattro anni” titola la CMM. Il New York Times è più ironico: “Promettendo la Luna, cioè Marte”, l’obiettivo d’una corsa allo spazio rilanciata.
Donald Trump torna alla Casa Bianca rafforzato dal voto popolare, incattivito dalle traversie cui è (talora ingiustamente) scampato – due impeachments, una raffica di rinvii a giudizio e un paio d’attentati – e determinato, forte del controllo di tutti i poteri dello Stato, a rimodellare a suo gusto gli Stati Uniti.
Appena insediato, il Presidente ha firmato una raffica di ordine esecutivi, una sorta di decreti legge: paletti all’immigrazione, via alle deportazioni, sospeso lo Ius soli; revocate norme per l’ambiente, avanti con le trivellazioni a tutto fossile; provvedimenti contro la criminalità e la grazia agli insorti del 6 gennaio perseguiti, circa 1.600, anche a quelli responsabili di crimini violenti contro le forze dell’ordine; 75 giorni di proroga a TikTok perché trovi un acquirente per le sue attività negli Usa, pena l’oscuramento; e molti altri, oltre a quelli già ricordati.
Ma c’è ancora di più. Negli uffici federali sono già cominciate le epurazioni: congedati i dipendenti che si occupavano di diritti di genere e disuguaglianze – continuano a essere retribuiti, in attesa d’essere riassegnati o licenziati – rimossi e “degradati” quelli ritenuti ostili. Molte delle misure, alcune delle quali probabilmente incostituzionali – la sospensione dello ius soli, ad esempio – sono destinate a essere contestate nei tribunali d’ogni ordine e grado: 18 Stati e numerose organizzazioni non governative hanno già fatto ricorso per lo ius soli.
Europa e Mondo, un insediamento accompagnato da promesse e minacce
Sotto la Rotunda, la cupola del Congresso affrescata nell’Ottocento da Costantino Brumidi, pittore romano esule, un immigrato, il popolo del magnate applaude ogni frase del suo idolo ed accoglie con standing ovation i passaggi dove dice che Dio lo ha salvato dall’attentato del 13 luglio perché lui potesse fare di nuovo grande l’America, che il declino “è finito”, dopo i “terribili tradimenti” dell’Amministrazione Biden, che non ci sarà altro genere che uomo e donna; e che, in un rigurgito d’imperialismo più che planetario, “ci riprenderemo il Canale di Panama” e “pianteremo la bandiera su Marte”. Elon Musk, qui, mostra tutto il suo entusiasmo.
Come nel 2017, Donald Trump ha giurato sulla Bibbia di Lincoln e su una datagli da sua madre, nelle mani del presidente della Corte Suprema John G. Roberts, con accanto la moglie Melania – l’unica, nell’audience, con un cappello a tesa larga – e s’è così insediato al potere: 47° presidente degli Stati Uniti, mai nessuno eletto così anziano, a 78 anni compiuti.
Un pregiudicato alla Casa Bianca
Donald Trump è il primo pregiudicato a diventare presidente degli Stati Uniti. Ad ascoltarlo, all’insediamento, c’erano tutti e quattro i presidenti Usa viventi, Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama e Joe Biden, e le loro first ladies. Unica assente, Michelle Obama.
Rispetto a quattro anni or sono, il passaggio delle consegne avviene, grazie a Biden, nel rispetto della grammatica istituzionale: corona d’alloro sulla tomba del Milite Ignoto, funzione religiosa nella Chiesa di St. John, visita di cortesia alla Casa Bianca, dove i Biden accolgono i Trump.
Trump parla una ventina di minuti, poco di più dei 16 del 2017. E rispetto ad allora dice meno volte ‘io’ e più volte ‘noi’, evoca “il nostro Dio”, denuncia l’Amministrazione Biden come estremista e corrotta. I presidenti presenti, pure il repubblicano Bush, non applaudono mai: si alzano per farlo solo quando Trump, sul finire, ricorda la liberazione degli ostaggi a Gaza.
Il neopresidente dichiara lo stato di emergenza ai confini e per l’energia, il che gli dà la possibilità di attuare misure eccezionali. Conferma e attua l’intenzione di abolire “ogni radicale e folle ordine dell’Amministrazione Biden”. Il tutto detto con aria truce e tono un po’ monocorde, senza metterci foga né energia.
Il suo discorso e le sue azioni sono tesi a galvanizzare la sua base, a rassicurare i suoi elettori che lui farà, anzi fa, le cose promesse. Ma sortiscono anche l’effetto di aumentare l’ansia e la paura nell’altra metà dell’America che non lo ha votato e che l’aborre.
Di questi sentimenti, sono un riflesso le decisioni di Biden negli ultimi istanti del suo mandato: concede un perdono preventivo, cioè mette al riparo da eventuali ritorsioni giudiziarie, personalità contro cui Trump si era scagliato in campagna elettorale, bersagli del suo rancore, come il dottor Anthony Fauci, che organizzò il contrasto alla pandemia in polemica con il presidente negazionista; il generale in congedo Mark Milley, ex capo di Stato Maggiore, contrario all’impiego dell’esercito contro i cosiddetti nemici interni; presidenti e membri della commissione d’inchiesta del Congresso sulla sommossa del 6 gennaio 2021, c’è pure Liz Cheney.
Biden concede pure la grazia preventiva a cinque propri familiari, non perché pensi che abbiano fatto qualcosa di sbagliato – precisa – ma per evitare loro gli strali del vendicativo magnate.
