
Abbiamo deciso di aprire un focus sull’Unione Europea nel numero di febbraio, edizione del 50° aggiornamento del nostro giornale. Tutti eravamo stati invitati a dare un contributo. Io non mi occupo professionalmente di politica estera, né sono un giornalista, per cui pensavo di non scrivere nulla. Però quanto accade in queste ore mi ha spinto a scrivere poche righe come cittadino attonito e deluso.
Ai tempi del primo Tutti, quando eravamo studenti universitari alla metà dei Settanta, l’Europa era un sogno, una grande speranza! I miei genitori, che avevano sofferto il periodo della Seconda Guerra Mondiale, mi raccontavano del nostro Paese distrutto e inorridito dai crimini nazi-fascisti, poi la positiva sorpresa della decisione del nostro De Gasperi e degli altri leader di tanti paesi europei di rendere l’Europa un’area di pace e progresso, bandendo per sempre la guerra.
Con questi ideali eravamo non pochi fra i boomer ad essere innamorati dell’idea di un’Europa davvero unita. Gli anni successivi consentirono, sia pure con lentezza, di fare importanti passi avanti: il mercato unico, l’Unione Europea, il Trattato di Maastricht nel 1992, l’avvio dell’Euro nel 2002, l’ingrandimento nel 2004 dell’UE a 28 paesi, fra cui 8 dell’Est, dopo la caduta del Muro di Berlino.
Durante quei trent’anni abbiamo vissuto tante emozioni impensate negli anni Settanta. Passavo la frontiera dell’Austria, direzione Salisburgo, nessuno mi fermava, rallentai per sicurezza, il militare mi fece segno di procedere, era vero che non dovevo più mostrare il passaporto per il timbro! Il I gennaio 2002, subito dopo i brindisi di capodanno, scendemmo in strada per provare al bancomat di prendere i nostri primi Euro, non erano ancora stati caricati, ma ci riuscimmo un paio di giorni dopo e iniziò la commedia del conteggio a mente o con mini-calcolatrice di lire ed euro nei negozi (ci fu un periodo di sovrapposizione), ma almeno era finita la paura dell’inflazione galoppante. Poi l’emozione di sentire affratellarti nell’Unione paesi che avevamo visitato negli Ottanta e sembravano arretrati e ingrigiti per colpa del controllo dell’area sovietica e finalmente facevano passi da gigante sulla via della democrazia e del progresso. Ho avuto la fortuna di coordinare progetti europei, di avere partner in quasi tutti i 28 paesi, di esser coinvolto in convegni dalla Commissione. Mi sono sentito, mi sento cittadino europeo!
L’ultimo momento politico glorioso, a mio ricordo, fu quello della ferma difesa dell’Euro nel 2012 da parte di Mario Draghi, allora Governatore della Banca Centrale Europea, che, spiazzando i tentennamenti interni all’UE di Germania, Olanda e alcuni paesi dell’Est, con la famosa frase “Whatever it takes” (a tutti i costi) dimostrò una decisione inderogabile di sostenere la moneta europea, nonostante la crisi economica in corso e le problematiche del debito nazionale di vari paesi, Italia compresa. Quella decisione bloccò subito i tentativi di speculazione, primo fra tutti quello del Dollaro, sostenuto dalle Banche centrali USA che immettevano liquidità, cosa che l’Europa non poteva fare facilmente nei vari stati.
L’UE ha ottenuto sicuramente alcuni importanti successi. Ne sottolineerei solo alcuni: la creazione di una cultura europea condivisa da molti dei cittadini dei 28 paesi; la generazione Erasmus, le ricerche scientifiche finanziate da Horizon; la maggiore attenzione alla sicurezza sui luoghi di lavoro; il mainstreaming di genere. Purtroppo al contempo sono sorti negli ultimi venti anni vari problemi che hanno fatto disamorare tanti cittadini rispetto all’UE: un’eccessiva burocrazia, la lentezza nel prendere decisioni importanti, la voglia di normare troppo anche i dettagli, il non tener conto delle reali priorità dei cittadini.
La più grande défaillance dell’UE è stata nel fatto che si è fermata nell’evoluzione politica a vent’anni fa; resta un’area di mercato importante, ha alcune politiche interne valide, ma non si è arrivati alla Europa Federale, non c‘era e non c’è una politica estera dell’UE, non vi è una forza militare comune, non vi è una posizione autorevole rispetto alle altre potenze.
In questi ultimi anni è stato imbarazzante l’assenza di intervento in Africa, nel Medio Oriente, nel contesto della Primavera araba. Alcuni fra i 28 paesi sono intervenuti per la loro influenza, ma l’UE è stata la grande assente. Poi il dramma dell’immigrazione ha deteriorato gravemente i rapporti fra i paesi dell’Unione, fra chi è più esposto agli arrivi e chi non accetta di accogliere alcuna quota.
Gli euroscettici sono cresciuti in tutti i paesi, molti proprio in Italia. Sempre nel ’12 ci fu la problematica dei paesi più colpiti dalla crisi economica (i PIIGS – Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) e del quasi default della Grecia. Soprattutto l’UE si dimostrava ingovernabile; del resto la necessità dell’unanimità fra 28 stati che continuano prima di tutto a difendere i propri interessi è palesemente un obiettivo quasi sempre irraggiungibile, basta frequentare una riunione di condominio per comprenderlo, non occorre andare a Bruxelles.
Come cittadino tifoso dell’Europa unita ho iniziato anche io ad oscillare. Non si può restare immobili sotto i colpi che arrivano da tutte le parti. Sarebbe stato necessario un deciso cambiamento di passo. Capisco che la difficoltà della Commissione è dovuta alla presenza in Parlamento di tanti euroscettici; alla coalizione di posizioni a volte distanti; al governo in molti paesi EU importanti di partiti euroscettici o quanto meno tiepidi. Non era questo che speravamo tanti anni fa, non questo che le emozioni vissute ci avevano promesso.
Poi la situazione internazionale è precipitata: nel ’22 la guerra in Ucraina voluta da Putin; il massacro del 7 ottobre ‘23 compiuto dai terroristi di Hamas con il supporto dell’Iran; la prevedibile dura risposta di Israele. L’UE si è schierata ed è intervenuta affianco dell’Ucraina e ha sostenuto Israele, ma nel Parlamento e nei governi nazionali i distinguo e i passi indietro o di lato sono stati numerosi.
Ora si attendono gli effetti diretti del tornado Trump, dopo le varie minacce e l’ipotesi di dazi differenziati per i paesi UE, con la volontà di colpire commercialmente e finanziariamente l’UE come istituzione politica e incentivando la sua possibile disgregazione dall’interno aizzando la competizione fra i suoi stati. Secondo questo genio, la migliore cosa da fare per un’America più grande è sbeffeggiare e mandare in crisi i più fedeli alleati; temo lo stesso farà nell’Est asiatico.
Non è più il tempo di attendere, di mediare, di rimandare. Nei prossimi mesi o la Commissione riesce a prendere decisioni rapide e qualificate, o l’UE diventerà via via un ente alla deriva, come un vascello fantasma, esposto a tutti i venti, non in grado di attraccare in alcun porto. Non basta avere la lucidità di comprendere quel che occorre fare, ma occorre avere la voluntas di cui parlava Sant’Agostino, uno degli artefici della cultura europea.
Politicamente la prima decisione, a mio avviso, dovrebbe essere quella di eliminare l’unanimità per le decisioni strategiche. La successiva quella di isolare i paesi che operano nell’UE per destabilizzarla e farla implodere, primo fra tutti l’Ungheria. La terza dovrebbe essere quella di puntare a realizzare finalmente una Europa Federale.
Da un punto di vista economico Draghi, in un recente articolo sul Financial Times, è stato molto chiaro: “E’ necessario un cambiamento radicale”. Ha indicato la necessità di avviare politiche fiscali comuni (l’Italia ne avrebbe particolarmente bisogno); di abbattere le barriere interne all’UE (secondo FMI esse valgono “il 45% per la produzione e il 110% per i servizi”) e di non rallentare la crescita delle imprese tecnologicamente avanzate.
Mi rendo conto che sembrano tutte utopie irrealizzabili, ma se non c’è un percorso chiaro da compiere, che senso ha avere una grande e costosa macchina che via via perde la sua utilità e la sua capacità di funzionare.
Io continuo a credere all’Europa Unita, ascoltare l’Inno alla gioia mi riempie di orgoglio e sono intimorito dalla sensazione di impotenza che la UE mostra sia nel contesto internazionale, sia nelle decisioni interne. In particolare un possibile fallimento dell’istituzione metterebbe ulteriormente in discussione i valori culturali e etici su cui la pace ed il progresso europeo sono basati.
Del resto il modo di fare di Trump è esattamente simile a quello degli hillbilly (buzzurri montanari) ben raccontato dall’attuale vice-Presidente USA
che ne fa parte, e lo rivendica con orgoglio in “Elegia Americana”. Si tratta di bianchi poveri sradicati da un contesto rurale per essere ammassati in periferie di città industriali ora in crisi. Dopo i primi progressi sono ricaduti nelle ristrettezze economiche, hanno sentito tradito il loro “sogno americano” ed ora puntano su chi mostra i muscoli, sperando in mirabolanti sviluppi. Nel libro le descrizioni sono impietose: i loro valori sono l’arroganza, la legge del più forte (spesso girano armati), la sopraffazione; irridono la cultura e le buone maniere (cose da effeminati) e non hanno alcuna capacità di autocritica; se qualcosa va male è colpa del governo o di altri, mai colpa propria. Il protagonista del libro (J.D. ex hillbilly prepotente e ora vice-Presidente) è riuscito a riscattarsi, grazie agli ordini della nonna, ad alcuni docenti illuminati che ha incontrato, a pochi casi fortunati nella sua famiglia, come sorella e zia e, soprattutto, grazie alla moglie di origine indiana che è riuscita a far migliorare il suo carattere e le sue maniere e a fargli comprendere l’assurdità di quei non-valori. Chi riuscirà a dirozzare e far crescere l’attuale Presidente Trump? Certo non i tycoon corsi alla sua corte per condizionarlo e lucrare ulteriormente.
Se l’UE è vulnerabile, se crollerà o sarà sempre più marginalizzata, anche la difesa dei suoi valori sarà messa in discussione. Il primato della conoscenza e della ragione, la tolleranza, il confronto fra le opinioni, la preservazione della pace, l’attenzione alla sostenibilità ambientale, l’inclusività, dovrebbero essere nel nostro DNA; valori imprescindibili. Invece l’affermarsi di partiti di estrema destra, il richiamo alle ideologie fasciste e naziste, il diffondersi di credenze false, le paure suscitate ad arte anche in Europa, fanno temere il peggio. Nei prossimi giorni si voterà in Germania e un partito che si richiama ai nazisti ha buone probabilità di ottenere un successo; il Cancelliere Scholtz alla Conferenza di Monaco ha stigmatizzato queste posizioni nostalgiche e negazioniste, ricordando che a pochi chilometri c’è il memoriale di Dachau dove proprio Vance, in visita, ha dichiarato che “una cosa del genere non deve accadere mai più”, salvo poi supportare apertamente ed indebitamente proprio il partito neonazista.
Non ho ricette da prescrivere, ho tenuto a condividere i miei pensieri da semplice cittadino, ma anche da padre e nonno. Abbiamo lavorato e ci siamo impegnati in tutti questi anni con l’illusione di dare un infinitesimo contributo per un mondo migliore, per un’Europa migliore, per un’Italia migliore; volevamo e vogliamo lasciare ai nostri figli e nipoti un sistema sicuro e sereno in cui vivere.
Ora i citati effetti esterni minacciano l’Unione Europea. L’assordante silenzio della Commissione è una dimostrazione di confusione e debolezza; non servono tanto dichiarazioni, piuttosto atti concreti di riforma. Servono subito! Il tentativo di Macron è stato generoso, ma purtroppo ha fatto emergere più distanze che consonanze fra i leader europei presenti a Parigi lo scorso 17 febbraio. Nel frattempo americani e russi avviano trattative sulla pelle degli ucraini del tutto ignorati e ignorando anche il resto d’Europa.
Sempre più cittadini europei per paura, per disinformazione, per illusione sembra volgano le spalle al rafforzamento dell’UE e anche, in tanti casi, ai suoi valori. Sarà meglio tornare agli stati fra loro in concorrenza, alle dogane, ai dazi? Piccoli stati che conterebbero meno di nulla nel contesto mondiale. Penso di no, ricordiamo la metafora sul corpo umano di Menenio Agrippa e la sua conclusione: “Sic senatus et populus quasi unum corpus discordia pereunt concordia valent” e adattiamola ai paesi che davvero vogliano far rifiorire l’Unione.
