Non c’è pace per la transizione energetica dell’Italia. Gli obiettivi di medio lungo termine sono stati fissati in decine di documenti che tra poco entreranno nei libri di storia dei licei. Ma il senso comune generale è che l’Italia è ancora troppo legata alle fonti fossili e che quei documenti siano il prodotto di una corsa, ma da fermi. Un paradosso come tanti.
Compriamo più gas
L’energia elettrica che consumiamo in casa è prodotta in larghissima parte da centrali a gas. Come se non bastasse il Ministero dell’Ambiente pochi giorni fa ha anticipato l’acquisto di 500 milioni di metri cubi di gas da conservare come riserva, in virtù della fluttuazione dei prezzi. Ma a favorire il maxi acquisto di gas, mediate il sistema delle aste, non c’è solo il caro prezzi, bensì la continuità nel funzionamento delle centrali. In fondo l’Italia tra i Paesi europei è quello che sconta maggiori difficoltà strutturali sui costi dell’energia, di cui si lamentano anche le imprese. Dei cittadini meglio non parlare. Il passaggio alle rinnovabili delle centrali italiane è iniziato, ma poteva essere più veloce. Il lungo galleggiamento politico-industriale sul che fare, sta danneggiando tutta l’economia che perde competitività e quote di mercato. Nessuna forza politica può auto assolversi rispetto alle decisioni prese. In fondo sono state il frutto di maggioranze politiche o di schieramenti talmente compositi che non è emersa una linea unica. In agricoltura, per esempio, di discute ancora di come far crescere le agroenergie, quando già con i fondi del PNRR la svolta sarebbe dovuta arrivare, più forte e radicata. Un recente report di Coldiretti dice che il contributo dell’agricoltura alla produzione di energia rinnovabile è appena dell’11%. Rendere il Paese meno dipendente dalle fonti fossili implica una convergenza di orientamenti che, purtroppo, non si vede.
Nucleare si/no ?
Le rinnovabili finora installate in Italia sono costate 200 miliardi di euro, per due terzi prelevati dalle tasche delle famiglie e ridistribuiti alle imprese sotto forma di contributi. Se si vogliono mantenere gli obietti di transizione nei prossimi tre anni bisognerà spendere altri 80 miliardi. Le stime sono di Confindustria, che in una recente audizione alla Camera, ha aperto la porta al nucleare. É vista come fonte meno dispendiosa durante la produzione di energia. Sui costi fissi iniziali c’è, invece, un buco macroscopico. Il governo sta lavorando per avere entro il 2027 i decreti attuativi per ricerca e sviluppo dei micro reattori, ma anche in questo caso di costi si parla poco. C’è, tuttavia, uno studio commissionato dalla società Edison, secondo cui il costo finale a megawattora prodotto dalle nuove centrali nucleari è simile a quello prodotto da una fonte rinnovabile. Competizione, dunque. Anche Confindustria sta preparando uno studio insieme a Enea, mentre il gruppo di Azione di Carlo Calenda è mobilitato a sostenere la sua proposta di legge di iniziativa popolare. A sinistra si sente tutto e il contrario di tutto. Le rinnovabili non garantiscono continuità di produzione, è l’assunto di partenza, per cui la svolta vera si potrà avere solo con le nuove centrali nucleari. È chiaro che nessuna fonte di energia garantirà la sola la sufficienza energetica ma forse è giunto il momento di andare nella direzione giusta. Tutto questo muoversi per stare fermi non fa bene.
