Ci siamo lasciati alle spalle tre anni di guerra in Ucraina, dopo l’invasione lanciata dalla Russia il 24 febbraio 2022, e oltre 500 giorni di conflitto nella Striscia di Gaza, innescato dagli attacchi terroristici di Hamas in territorio israeliano il 7 ottobre 2023. Centinaia di migliaia di vittime in Ucraina – mancano stime attendibili dei militari caduti dall’una e dall’altra parte -, quasi 50 mila nella Striscia.

Su entrambi i fronti ci sono fermenti di pace, ma non ci sono speranze di paci giuste. In Ucraina, si profila un’intesa “predatoria”, che premia l’aggressore e spoglia la vittima, costretta a rifondere gli aiuti ricevuti. Nella Striscia, c’è un progetto di speculazione immobiliare per trasformare il territorio – svuotato dei suoi abitanti – in una “Riviera del Medio Oriente”.

I due disegni portano il marchio di Donald Trump che, tornato alla Casa Bianca da poche settimane, ha ribaltato “un secolo di approccio americano ai destini mondiali” – scrive il Washington Post -, scegliendo la legge del più forte e ruotando di 180° gradi la posizione sull’Ucraina, da alleati dell’aggredito a fiancheggiatore dell’aggressore. L’Europa assiste, resa fragile dalle sue divisioni, ma anche dalle difficoltà economiche e politiche della Germania spaventata dalla crisi e paralizzata, fino alla scorsa settimana, dalla prospettiva delle elezioni politiche del 24 febbraio.

Superate le quali, si può sperare che un ritrovato asse franco – tedesco, con il concorso britannico (indispensabile, se si parla di sicurezza e difesa) e con il puntello di Spagna, Polonia e Italia, se Giorgia Meloni saprà resistere alle sirene trumpiane, possa offrire un argine, se non un’alternativa, al Mondo fatto di uomini forti e di diritti conculcati che Trump e il presidente russo Vladimir Putin hanno in mente.

Ucraina: nel giorno dell’anniversario, processioni e fratture

Dalla parte dell’Ucraina

Lunedì 24 febbraio, molti leader occidentali sono andati in processione a Kiev: metaforicamente, indossavano il saio del penitente più che la mimetica del combattente, venivano a espiare le colpe (soprattutto quelle dell’assente, Trump) più che ad esaltare la resistenza all’invasore.

C’erano i vertici dell’Ue – la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ed il presidente del Consiglio Antonio Costa – e i leader di 13 dei 27; e c’era il premier canadese Justin Trudeau, presidente di turno del G7, per gestire una riunione virtuale dei Sette Grandi, come aveva fatto l’anno scorso nelle stesse vesti Giorgia Meloni.

Il grande assente era proprio il presidente degli Stati Uniti, che ha sconfessato e ribaltato, senza consultare agli alleati, la consolidata posizione della Nato e dell’Occidente sul conflitto ucraino: l’inversione di rotta a 180° di Trump, che antepone il rapporto con Mosca a quello con Kiev, allunga sulla guerra l’ombra tetra di una pace ‘predatoria’, dove l’aggressore trova vantaggi politici – una ritrovata legittimità – e territoriali, mentre i sodali voltagabbana dell’aggredito gli reclamano il rimborso a tassi esosi degli aiuti forniti.

E mentre Putin telefona al presidente cinese Xi Jinping, per illustrargli la nuova situazione creatasi dopo il consulto Usa – Russia a Riad a metà febbraio, il primo a livello di ministri degli Esteri dall’invasione, il presidente francese Emmanuel Macron e il premier britannico Keir Starmer fanno staffetta a Washington per cercare un punto d’intesa con Trump. Friedrichs Merz, vincitore delle elezioni in Germania e futuro cancelliere tedesco, prospetta di porre l’Europa sotto l’ombrello nucleare franco-britannico, temendo di non potere più contare su quello degli Usa.

Ucraina: Onu e G7, fori multinazionali paralizzati

ONU

L’impressione è cha Trump abbia tratto d’impaccio Putin, ridandogli legittimità internazionale e facendolo apparire il vincitore di una guerra che, nei calcoli russi, doveva durare molto meno ed essere molto meno dispendiosa, in termini di costi e di perdite. Se sui suoi Appunti Stefano Feltri si chiede se vi sia un metodo “nella gestione caotica” del presidente Usa, e propende per il no.

Euractiv.it scrive che “l’Europa teme che sia arrivato un suo secondo ‘momento di Monaco’”, quando, nel 1938, temendo una nuova guerra, i leader europei credettero di rabbonire Adolf Hitler accettando di lasciargli i Sudeti.

Su la Repubblica, Timothy Garton Ash scrive che “l’Europa deve reagire a Trump”: per farlo, deve, però, trovare una coesione su difesa e sicurezza che a 27 è a priori impossibile, perché alcuni leader sono più tentati di cercare grazia a Washington che di organizzare la resistenza a Bruxelles.

L’anniversario dell’invasione è un’esplosione di retorica pro-Ucraina, dopo una notte di ‘fuochi d’artificio’ letali russi su tutto il Paese: “Sempre al vostro fianco”, assicurano i leader dell’Ue incontrando il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Ma tutti sanno che l’impegno oggi suona incrinato e compromesso dal voltafaccia statunitense. Dall’Onu alla Nato passando per il G7, tutti gli organismi multilaterali di cui gli Usa fanno parte sono imbarazzati, impastoiati, paralizzati.

Lo stesso Zelensky cerca di porre condizioni alla pace che sono una resa alla legge del più forte che Trump e Putin interpretano all’unisono: l’uno vuole i territori occupati, l’altro risarcimenti a tassi di usura agli aiuti prestati – 500 miliardi di dollari di terre rare e altre ricchezze ucraine, cioè tre volte il calore degli aiuti ricevuti –. L’intesa ‘commerciale’, favorita da ricatti sulla disponibilità della rete di satelliti Starlink, sembra ormai definita.

Alle parole, l’Unione europea aggiunge almeno qualcosa di concreto: c’è un pacchetto di aiuti da 20 miliardi di euro; e c’è l’ennesimo pacchetto, il 16°, di sanzioni economiche e individuali alla Russia – colpiti 48 individui e 35 entità -.

Zelensky dice di volere incontrare Trump prima che questi veda Putin e si dice disposto a dimettersi se la sua presenza è di ostacolo alla pace, non appena l’Ucraina sia entrata nella Nato. Condizione, però, impossibile da realizzarsi, sia perché un Paese in guerra non può aderire all’Alleanza sia perché Trump – e, in fondo, molti altri – non vogliono che ciò accada (e bisognerà poi contare quanti vogliano davvero che Kiev entri nell’Ue: il negoziato rischia d’eternizzarsi).

La diplomazia internazionale è confusa e interdetta dalla rapidità e dalle estemporaneità delle mosse di Trump. Le Nazioni Unte sono teatro di un balletto senza precedenti. L’Assemblea generale vota una risoluzione intitolata ‘Path to Peace’: il testo, non vincolante, è inizialmente proposto dagli Usa, ma subisce emendamenti per iniziativa di Gran Bretagna e Francia – contro il parere di Washington – e, nella versione finale, chiede l’immediato ritiro delle truppe russe (passa con 93 sì, fra cui quello dell’Italia, 18 no e 65 astensioni, dopo la bocciatura di un emendamento russo). Ma viene pure approvata una risoluzione di Kiev, che sollecita il rispetto dell’integrità territoriale ucraina – gli Usa votano contro -.

Nel Consiglio di Sicurezza, invece, passa un testo che auspica la fine del conflitto, senza attribuirne la responsabilità ai russi e senza chiedere il ritiro degli invasori o il rispetto della sovranità ucraina: votano sì nove Paesi su 15, fra cui Usa, Russia e Cina. Gran Bretagna e Francia, che potrebbero bloccarla con il diritto di veto, si astengono.

Sull’Ucraina, Costa ha convocato un consulto straordinario dei leader Ue il 6 marzo a Bruxelles. Sarà il primo dopo le elezioni tedesche, ma non è detto che vi partecipi il cancelliere in pectore Merz, che non avrà certo completato in dieci giorni i negoziati per la formazione di una coalizione con socialdemocratici e verdi. Toccherà a Merz, però, scrive Politico, “navigare la nuova era in cui l’Europa non si ritrova al fianco l’America nell’alleanza con l’Ucraina”.

Germania: elezioni, il centro vince, l’estrema-destra avanza, i socialdemocratici crollano

Bandiera tedesca

Per concretizzare la risposta europea, le elezioni tedesche di domenica scorsa erano tappa cruciale.
I centristi della Cdu/Csu di Friedrich Merz le hanno vinte restando sotto il 29% dei voti, rispetto al 24,1% del 2021. L’estrema destra dell’AfD (Alternative fur Deutchland) è seconda, sotto il 21% (dal 10,4%): è il miglior risultato mai ottenuto da un partito d’estrema destra nelle elezioni federali. Seguono l’Spd in crollo al 16,4% dal 25,7%, i Verdi all’11,6% (dal 14,7%), la Linke all’8,8% (col 4,9%, non era entrata al Bundestag).

La soglia di sbarramento è fissata al 5%. Vi restano sotto e non avranno quindi seggi in Parlamento i liberali dell’Fdp e l’estrema sinistra di Bsw. Molto alta l’affluenza elettorale, intorno all’84%, fra le più alte, se non la più alta, nella storia della Germania riunificata: solo nel 1998 si superò l’80%, quando Gerhard Schroeder si impose su Helmut Kohl.

Essendo solo cinque i partiti presenti nel prossimo Bundestag – 630 seggi, soglia di maggioranza 316 -, la prospettiva più probabile è quella d’una coalizione tra cristiano-sociali (208 seggi) e socialdemocratici (120), anche senza il puntello dei verdi (85), Ciononostante, il risultato di Afd (152) – scrive Politico – manda “onde di shock’ in un’Europa già scossa dai successi elettorali dell’estrema-destra sovranista e nazionalista in Francia, Olanda, Austria e altrove.

Proprio l’ultra-destra esulta. Alice Weidel, la leader, parla di “risultato storico: abbiamo raddoppiato i nostri voti”. Il ‘numero due’ Tino Chrupalla dice: “Abbiamo raggiunto un risultato sensazionale”. Anche se, forse, il sostegno all’AfD manifestato dal vice-presidente Usa JD Vance e da Elon Musk può essere stato, in qualche misura, controproducente, inducendo molti ad andare a votare contro xenofobia e neo-nazismo.

Il proclama di vittoria più esplicito e più legittimo è di Merz: “Abbiamo vinto queste elezioni”. Che offre ai rivali un ramoscello d’olivo: “Abbiamo affrontato una dura campagna, sull’economia come sull’immigrazione. Ma ora dobbiamo parlarci fra di noi, per formare un governo in grado di agire … Il mondo fuori non ci aspetta e non potrà aspettare lunghi negoziati: dobbiamo procedere veloci…”.

Il cancelliere uscente Olaf Scholz ammette “una amara sconfitta” e si congratula con Merz. Weidel cerca d’inserirsi nel probabile dialogo Cdu/Csu–Spd: “La gente – dice – vuole la coalizione tra Afd e Cdu/Csu”. Ma l’estrema-destra pare destinata a restare fuori dalla ‘stanza dei bottoni’ tedesca.

Le elezioni politiche si sono svolte con sette mesi di anticipo sulla data prevista perché la coalizione di centro-sinistra guidata dal cancelliere Scholz – socialdemocratici, liberali e verdi – era collassata nel novembre scorso, dopo tre anni di continui contrasti interni, accentuati dalla crisi economica post-pandemia ingigantita dal ‘caro energia ‘ conseguente all’invasione dell’Ucraina e all’abbandono delle forniture dalla Russia.

La corsa a cancelliere vedeva in lizza quattro candidati: il cancelliere uscente Scholz, Spd; il leader della Cdu/Csu Merz; l’attuale vice- cancelliere Robert Habeck, un verde; e la leader dell’AfD Weidel. I risultati elettorali hanno sostanzialmente rispettato i sondaggi.

La Germania è la maggiore economia europea, oltre a essere il Paese più popoloso dell’Unione, ed è un membro influente dell’Alleanza atlantica – dopo gli Usa – è il secondo fornitore di armi all’Ucraina .

Il risultato del voto, oltre a determinare chi governerà la Germania per i prossimi quattro anni, è decisivo per impostare la risposta europea alla postura ‘filo-russa’ dell’America di Donald Trump. Un elemento essenziale sarà il rapporto che si stabilirà tra Macron e Merz, che, nelle ultime battute della campagna elettorale, è stato molto severo nei confronti di Trump. Francia e Germania sono sempre stati il motore dell’Unione europea ma, da mesi, entrambi di Paesi sono consumati da difficoltà economiche e instabilità politica.

Per Politico, nei confronti di Trump, i leader tedeschi hanno prima vissuto una fase di negazione; poi, hanno messo il lutto per l’alleato perduto; ora, provano una rabbia che potrebbe, però, sfociare nella frustrazione e, quindi, nella depressione.

Dopo il voto tedesco, la Cdu si ritrova al potere sia a Berlino che a Bruxelles, dove c’è la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Più che a un duetto, UvdL e Merz rischiano però di dare vita a un duello: Politico ricorda che Ursula era la protetta della cancelliera Angela Merkel, mentre Merz ne era il rivale e, in quanto tale, era stato marginalizzato nel partito.

Arrivato il 26 Febbraio 2025

Autore

Condividi.
Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Exit mobile version