Dedicato alla memoria del Prof. Ezio Burri
In questa VI puntata del racconto dei nostri viaggi in Iran per studiare i qanat, narriamo la visita e gli studi collegati al qanat di Beyarjomand e l’inatteso invito ad un pranzo con le autorità locali. Furono occasioni per continuare a scoprire il fascino del deserto, fare nuovi incontri con persone interessanti e completare le nostre misurazioni. Inoltre abbiamo potuto assistere ad una seduta di allenamento dell’antichissima arte marziale persiana denominata Bastani. Buona lettura, continuate ad accompagnarci lungo le strade, i villaggi ed i deserti persiani.
Il qanat di Beyarjomand
Beyarjomand è un villaggio di circa 2.300 abitanti (dati 2008) posto a 90 km a SE di Shahrood, ha una vocazione esclusivamente agricola ed è sulla strada principale che poi porta al Deserto del Kavir. Il suo qanat non è particolarmente antico, le testimonianze di alcuni abitanti, fra cui il sindaco, erano concordi a ritenere che la sua costruzione avvenne non oltre il XIX secolo, poiché il villaggio originario fu distrutto da un terremoto e i cittadini lo ricostruirono nell’attuale zona, dove era necessario assicurare l’apporto idrico.
Il qanat, circondato da alte montagne, si sviluppa per circa 10 Km ed è suddiviso in 5 rami, aventi una pendenza maggiore di quella normalmente utilizzata per tali opere idrauliche. Abbiamo ispezionato alcuni dei circa duecento pozzi verticali di accesso, che arrivano a profondità variabili tra 60 e 100 m.
Risalendo lungo il percorso dei rami del qanat, abbiamo incontrato tre moqqani (i manutentori dell’acquedotto), due di loro erano afghani, sfuggiti alla guerra ed alla povertà nel loro paese, il terzo era locale e dirigeva le operazioni. Infatti stavano manovrando un argano che sosteneva un rudimentale ascensore composto da un disco di legno sospeso a due robuste corde e con quello scendevano nei pozzi. Grazie al traduttore, ci è stato descritto l’interno del pozzo dove erano in passato state costruite due camere affianco al canale, utilizzate per interventi di manutenzione e per ospitare gli strumenti di lavoro, ma anche gli stessi lavoratori (III puntata) per riposare all’ombra. Confesso che, nonostante la forte tentazione, non ho avuto il coraggio di utilizzare l’ascensore, come i moqqani ci avevano proposto.
In quattro pozzi verticali abbiamo calato il supporto per effettuare la misura di concentrazione del radon descritto nella puntata IV. Funzionò perfettamente; lo calammo tramite un filo di nylon il cui capo fu assicurato all’imbocco del pozzo, lasciandolo in sospensione a circa 30/40 m dal livello del terreno. Dopo circa 6 mesi potei recuperare il supporto sospeso, ritirare i rilevatori e riposizionarlo nel pozzo con due nuovi rilevatori, che poi ricuperai con lo stesso supporto durante la terza visita, riuscendo così a completare la durata complessiva di 12 mesi di monitoraggio.
Invito inatteso
Il qanat è situato in una zona desertica, per cui la nostra presenza fu rapidamente rilevata dai locali e notammo che due auto si fermavano ad una certa distanza dal nostro gruppo e le persone a bordo scendevano e ci osservavano. Noi eravamo con un collega dell’università ed una sua studentessa, facemmo subito grandi gesti per inviarli a raggiungerci. Superata una certa diffidenza iniziale, in cinque ci raggiunsero, per fortuna c’era con loro il maestro d’inglese del sindaco, un anziano e gentilissimo signore, con molto ascendente sugli altri concittadini.
Con il maestro d’inglese davanti all’ingresso del Comune di Beyarjomand (Foto mia)
Spiegammo il lavoro che stavamo effettuando e le informazioni che poi avremo condiviso con loro, mostrammo la lettera del Perfetto e subito si creò un rapporto cordiale. Abbiamo visto che trafficavano con un ricetrasmettitore e poco dopo il maestro ci disse che eravamo tutti invitati a pranzo dal sindaco. Accettammo con gran piacere.
Al Municipio di Beyarjomand, oltre al sindaco, c’erano anche altri suoi collaboratori; ci fu un primo momento di empasse quando si accorsero che era con noi la studentessa, ma fu risolto relegandola nell’angolo più isolato del grande tappeto dove fummo inviati a sedere. L’usanza persiana è di consumare i pasti seduti con le gambe incrociate attorno ad un tappeto; al centro si pongono i piatti di portata e ciascuno si serve. In famiglia il tappeto può essere condiviso da genitori e figli; per pasti con persone non familiari si preparano due tappeti: uno per gli uomini e l’altro per le donne ed i ragazzi minorenni. Nel nostro caso abbiamo fatto una piccola effrazione, ma è andato tutto bene.
Menu tipico e molto buono, sicuramente preparato da qualche signora locale, poiché non erano in vista trattorie nel villaggio e tutt’intorno c’era solo il deserto. Ampia quantità di riso con chicchi di melograno e varie spezie e quello che in Iran viene chiamato “Barg kebab” che è composto da filetti grigliati di vitello, agnello e pollo ed è accompagnato da vegetali, nel caso nostro erano pomodori grigliati, cipolle e olive; infine pistacchi sgusciati e frutta secca. Da bere l’acqua del qanat che abbiamo assaggiato, solo per cortesia, in un sorsetto e dough alla menta freddo di frigo, che questa volta abbiamo molto gradito.
L’antica arte marziale del Bastani
La sera prima di partire per Teheran e da lì riprendere l’aereo che ci avrebbe portato a casa, fummo invitati a partecipare ad un evento locale, che consiste nell’allenamento pubblico degli atleti che praticano il “Bastani”, nome con cui si individua il Varzesh-e bastani (sport antico) o Varzesh-e Pahlevani (sport eroico). Si tratta di un insieme di movimenti atletici e di forza introdotti, a quanto si dice, per allenare i guerrieri più valorosi nella Persia del periodo Achemenide (prima dell’invasione di Alessandro Magno).
Questa disciplina, che combina le arti marziali con gli esercizi ginnici di forza e di agilità e con la musica, è stata, nel tempo, codificata fino a quanto è realizzato nei nostri giorni. È uno sport classificato formalmente dall’UNESCO e si può ritrovare anche in Azerbaijan e in Iraq, anche se è molto diffuso solo in Iran. Prima di iniziare la manifestazione, vi è un periodo di riscaldamento per gli atleti che parteciperanno all’evento, indispensabile visto il grande peso degli attrezzi utilizzati.
Il Bastani oggi ha l’obiettivo di sviluppare l’armonia fisica e la forza degli atleti e l’eleganza dei loro movimenti, viene praticato in un ambiente a cupola chiamato “zurkhaneh”, con gli atleti sul podio centrale ed il pubblico seduto sulle gradinate concentriche.
Dopo un momento di raccoglimento in silenzio, inizia la manifestazione vera e propria che è articolata in vari periodi; purtroppo essendo una sessione di allenamento gli atleti non indossavano l’abbigliamento formale -che ci dissero fosse elegante-, ma magliette casual. Prima vi è il ballo vorticoso di uno degli atleti al centro del palco (ricorda quello rituale dei Dervisci), mentre i colleghi lo circondano ritmando con le mani la musica.
Manifestazione di Bastani, roteazione delle clave (Foto mia)
Poi vari atleti sul palco effettuano movimenti rapidi con una o due clave, dimostrando non solo l’agilità, ma anche una grande forza, poiché le clave sono di legno massiccio e pesantissime. Successivamente un atleta, disteso su un tappeto posto sul palco, si esibisce nel sollevamento di due grandi e pesanti scudi e riesce a farli roteare lentamente per vari minuti. Infine vi è il momento clou in cui alcuni atleti si esibiscono in prese di lotta e rapidi movimenti con le clave, come fossero in un combattimento fra loro.
Il pubblico partecipa con rumorosi commenti e incitazioni; al termine, anche noi siamo entrati sul palco per complimentare e ringraziare gli atleti. Ho chiesto di provare a sollevare una clava e non potevo aspettarmi un peso così elevato, forse 5 o 6 chilogrammi; a posteriori i movimenti degli atleti erano stati veramente sorprendenti con quel peso da sollevare e roteare, per giunta sbilanciati dalla forma della clava.
Piccola avventura con un buon finale
Tornando da Beyarjomand ci eravamo fermati in un punto di sosta per rilassarci con un tè; arrivati poi al nostro appartamento Angelo si è accorto di aver dimenticato la sua macchina fotografica di buon valore. Ovviamente era costernato; lo abbiamo aiutato a ricostruire l’accaduto e abbiamo ipotizzato che, con ogni probabilità, la macchina era stata lasciata al punto di sosta fra Beyarjomand e Shahrood, dove avevamo preso un tè.
Tè pomeridiano in un punto di sosta, tornando da Beyarjomand (Foto mia)
Dopo un primo scoramento, abbiamo pensato di telefonare prima ai colleghi universitari e poi, su loro suggerimento, alla segreteria del Prefetto per chiedere un aiuto. Gli amici iraniani erano molto ottimisti; ci dissero che nessuno avrebbe rubato la macchina fotografica di uno straniero; il furto è da sempre ritenuto un grave delitto e vi è non solo una grande attenzione in merito da parte delle autorità pubbliche, ma anche un forte controllo sociale per evitare brutte sorprese, poi gli ospiti sono sacri sarebbe gravissimo un furto ai loro danni. Infatti il giorno successivo, che sarebbe stato l’ultimo di soggiorno a Shahrood, trovammo la macchina fotografica sul tavolo del nostro appartamento, con grande felicità di Angelo e nostra.
La settimana a Shahrood è volata; è già il tempo di tornare in Italia! Andiamo a salutare e ringraziare il Rettore; i docenti che ci hanno accompagnato alla ricerca dei qanat hanno testimoniato il buon lavoro fatto insieme, uno ha sottolineato che andiamo sempre di fretta, rispetto ai loro ritmi; del resto noi dovevamo in breve tempo fare quante più misure possibili. Chiediamo al Rettore di ringraziare il Prefetto, anche perché aveva risolto immediatamente il problema che avevamo incontrato.
Prima di preparare i bagagli, abbiamo fatto una puntatina al bazar dal venditore dei tappeti di cui abbiamo raccontato nella III puntata e, dopo una bella contrattazione e un giro di tè, ciascuno di noi tre ha comprato un tappeto a ottimi prezzi. La sera kebab classico al ristorante convenzionato con l’università, l’indomani saremmo partiti presto in mattinata per arrivare circa all’ora di pranzo a Teheran.
