
Non è senza amarezza osservare che, nonostante l’apprezzato attivismo dell’attuale nostro Presidente del Consiglio, anche l’Italia – tra i Paesi tradizionalmente più attivi per la costruzione di una “Europa più coesa” – si sia nel tempo lasciata andare al “giorno dopo giorno”, senza più quella chiarezza di strategia e prontezza di azione, che l’aveva contraddistinta nel passato, grazie anche ad una classe politica di grande qualità. Cito, per il periodo più recente, Bettino Craxi e Giulio Andreotti, i due “falsi nemici”; in realtà per chi li ha visti lavorare insieme, tra cui chi scrive, formavano un tandem formidabile. Nel confronto Est-Ovest, così come in quello Nord-Sud.
Ne è prova la missione segreta che l’allora Ministro degli esteri, Gromyko, compi a Roma con un ramoscello d’olivo per scontare i grezzi attacchi che l’Italia ricevette, prima da Andropov e poi da Cernienko, per aver attaccato, senza peli sulla lingua, una politica estera del Cremlino ridotta alle ingiurie e alle minacce. Eravamo agli inizi del 1985 quando Lunkov, allora Ambasciatore dell’Unione Sovietica a Roma, si presentò da Andreotti per annunciare che il Soviet Supremo sarebbe stato pronto a nominare un allora sconosciuto Gorbaciov, in sostanza una “colomba”, per sostituire un Cernyenko, allora gravemente ammalato.
A fare da messaggero, é stato Andrey Gromyko, che era, a Roma come altrove, apprezzato per i suoi tentativi di moderazione. I tre, Craxi, Andreotti e Gromyko, si incontrarono di li a poco, me presente come “note taker”, in un salottino di Palazzo Chigi per concordare “i termini della resa”. In pratica, fu in quel momento che ebbe praticamente termine la “guerra fredda” tra l’oriente e l’occidente del mondo. L’”uomo nuovo” al Cremlino sarebbe stato un allora sconosciuto Gorbaciov, pronto a cambiare registro nell’auspicio di trovare in Occidente, Paesi, come l’Italia, pronti a mediare con Washington.
Cosa che Craxi fece stabilendo con l’ospite della Casa Bianca, Ronald Reagan, un rapporto ancor più stretto ed importante, quale latore di un messaggio che cambiava non solo il clima ma la qualità dei contenuti di un rapporto che si prospettava come l’anticamera di una sorta di rivoluzione pacifica, che avrebbe sostituito il “confronto” tra le due super-potenze in una co-abitazione pacifica, foriera di sviluppi condivisi nella collaborazione scientifica ed economica.
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In retrospettiva, furono tre i “gradini da scalare” per l’Italia che Craxi e Andreotti individuarono per valorizzare una svolta che si presentava come epocale ma che alla fine si è appalesata come un mutamento importante ma non decisivo tra l’Est e l’Ovest, con un terzo, la Cina, di cui non si parlerà in questa breve testimonianza, che a posteriori ne trasse il maggiore vantaggio.
Nella nuova congiuntura furono tre i passi (da gigante) che l’Italia di Craxi e Andreotti fece, a partire dalla pratica fine della guerra fredda. La prima, e più importante, fu l’accompagnamento della rivoluzione socio -politica dell’Urss di Gorbaciov, cui mise fine , senza un valido piano alternativo, uno sciagurato Eltsin che fece bombardare la Duma pochi mesi dopo che ricevette , al vertice di Tokio del 1993, un ingente prestito cui l’allora presidente del Consiglio C.A. Ciampi tentò, con l’aiuto di François Mitterrand, di stoppare senza riuscirci , soprattutto a causa dell’intrusione della grande Finanza internazionale , che aveva l’appoggio di Washington, che presagiva una forte presa sul futuro della Russia di Eltsin.
Con il risultato di far crescere una rabbia della popolazione russa che restava povera , di cui certamente ha approfittato Putin che , nel 1996, fece il suo ingresso in punta di piedi al Cremlino per poi prenderne, quattro anni dopo, il comando approfittando della precoce senescenza di un Eltsin sempre più fuori giro. Ma molto prima , si era nel giugno del 1985, Bettino Craxi e Giulio Andreotti furono gli autori di un colpo di scena al Castello Sforzesco di Milano riuscendo a far approvare la svolta verso la costituzione in Europa di un “Mercato Unico”, destinato a contrastare il predominio americano .
Nell’occasione, fu assai importante il sostegno di Jacques Delors, Presidente dell’allora esecutivo della CEE, che in buona sostanza, e coperto dalla Presidenza italiana dell’allora CEE, tracciò la strada per dare forma e sostanza ad una Europa non più, solo espressione geografica, ma partner “agguerrito” nel confronto economico internazionale. Ricordo la battaglia finale che condusse Bettino Craxi nei confronti della Signora Thatcher, sostenuta dall’allora presidente greco, Papadopulos, che temevano di perdere parte del loro controllo sull’economia dei rispettivi paesi.
Quel successo, che fu enorme, aprì poi la strada all’ Atto Unico, che in pratica avrebbe rafforzato l’allora debole cooperazione politica, iniziativa malvista ancora una volta dalla Signora Thatcher, che poi in effetti collaborò per un utile, maggiore equilibrio euro-americano. Si può senz’altro affermare che l’Italia di Craxi e Andreotti fece un grosso balzo nel prestigio e nella considerazione internazionali. Il quale, fu di grande aiuto per rafforzare la sua immagine negli Stati Uniti, soprattutto nel periodo in cui al comando della Casa Bianca vi fu Ronald Reagan.
Il proponimento di Craxi e Andreotti era di elevare la capacità di azione dell’”Europa unita”, stabilendo conseguentemente un suo rapporto più equilibrato con gli Stati Uniti. Sul piano politico, il loro obbiettivo, ben dettagliato, era invece di dare una “patria” al popolo palestinese. Il grande evento, che cambiò i destini dell’Europa, accadde, non senza una grande determinazione di Craxi, al Castello Sforzesco di Milano, sebbene il nuovo Trattato venne successivamente formalizzato a Maastricht. In parallelo, nacque un po’ più tardi, l’Atto Unico, che avrebbe nel tempo integrato lo sviluppo economico commerciale, con una parallela cooperazione nel campo politico, grazie anche, qui, ad un altro politico italiano, Emilio Colombo.
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Con uno sguardo su quei tempi eroici per la costruzione di una Europa unita, l’obbiettivo principe dì oggi dovrebbe essere quello di ridurre la sua dipendenza dall’alta tecnologia degli Stati Uniti, guidati di nuovo, da un personaggio, Donald Trump, imprevedibile, quanto bizzarro, nelle sue scelte. Che, come era da prevedere, appaiono sempre meno favorevoli alla Alleanza Atlantica, dimenticando che è stata essa, col forte concorso di Washington a forgiare, a livello mondiale, la superiorità dell’Occidente.
Venendo al prevedibile futuro, è normale chiedersi quale potrà essere il ruolo dell’ “Europa unita” che, dispiace ammetterlo, ha fatto sinora ben poco, per non dire di peggio, per ricordare al grande alleato non solo quanto dispone il diritto internazionale sulla proporzionalità della reazione all’offesa subita, ma anche di far ricorso essa stessa a “misure restrittive”, che avrebbero dato a Benjamin Netanyahu un segnale forte. Che verosimilmente avrebbe potuto evitare il ricorso del governo israeliano ad una operazione di “pulizia etnica”, che ha superato di gran lunga il ricordato rapporto di proporzionalità tra l’”offesa e la difesa”.
Certo, può venire spontaneo a qualcuno chiedersi se un tale ricorso fosse stato sufficiente a dare a Benjamin Netanyhau e al suo Governo – di “destra estrema” – quel segnale forte che lo avrebbe indotto a riflettere sul vero interesse di Israele. Ricordiamolo, un paese che una larga parte del mondo ama e rispetta per i macabri ricordi di un passato, che è ancora presente.
Ricordo — e come avrei potuto dimenticare? — quante volte Bettino Craxi sollecitava Shimon Peres a guardare al futuro del suo Paese come ad una sorta di irraggiamento di democrazia moderna quale fulcro di sviluppo di una regione — il Medioriente- che lottava per una giusta pace e un maggiore benessere. I “due ex amici per la pelle “, appunto Craxi e Peres- arrivarono persino a mettere nel conto una giusta soluzione per il problema palestinese. Ma poi purtroppo mancò a Peres il necessario coraggio a darvi un seguito concreto.
Un discorso che invece piacque qualche tempo dopo a Ezer Weizman, divenuto nel 1993 Presidente di Israele. Ma Craxi allora andò in volontario esilio, travolto da una furia giustizialista che lo costrinse ad abbandonare il suo Paese. A differenza di Peres, Weizman puntava, come Craxi, su di una soluzione fondata “sui due Stati”, dissentendo dalla convinzione, diffusa da una certa tendenza sionista, secondo cui il reinserimento degli ebrei nella Palestina “romana” sarebbe avvenuto in un territorio senza popolo. Al contrario, era pieno zeppo di palestinesi alla ricerca di un futuro migliore.
Ma ciò è vero solo per chi ha la memoria corta o pigra. A confermarlo non sono gli storici di casa nostra, che sono spesso timorosi di andare al di là del seminato, ma uno stimatissimo storico, lui stesso ebreo, Ilan Pappé, Direttore del Centro europeo per gli studi sulla Palestina, presso l’Università di Exeter. Che non è certo uno sconosciuto.
Come non lo è Charles Enderlin, che parla di Israele come di una “democrazia in agonia”. Le sue idee non sono granché diverse dai concetti chiaramente espressi dalla più celebre Hannah Arendt, che certamente avrebbe anch’essa criticato, con stile e nettezza, l’idea di Benjamin Netanyahu di creare una “Agenzia governativa sulla identità nazionale giudea”. Un progetto, che, in buona sostanza, riflette l’aspirazione di Israele a costituire uno “Stato -Nazione”, con il forte rischio di acuire il fenomeno di apartheid di cui soffre già la popolazione palestinese in Israele.
Non sarebbe male che l’UE prendesse misure idonee a porre fine a questi eclatanti illeciti. Basterebbe che uno Stato membro dichiarasse di far chiarezza sulle importazioni da Israele per obbligare le Autorità di Dogana a chiedere il certificato di origine del prodotto in modo da verificare se esso proviene da proprietà certificate o viene invece sottratto con la forza ai loro legittimi proprietari. Al riguardo. esistono dei protocolli fra la Commissione dell’UE e Israele che dovrebbero consentire periodiche verifiche sul terreno.
Già di per sé gli Accordi di Oslo, sono apparsi carenti e iniqui per la parte palestinese. In più, essi non vengono nemmeno rispettati, sottraendo ai palestinesi parti del territorio loro concesso. Aveva ragione Craxi quando dal suo “volontario” esilio ad Hammamet, criticava, strillando per chi poteva udirlo, che quegli accordi sarebbero stati uno strumento per depredare “legalmente” i proprietari palestinesi, in pratica un tranello, creando una situazione che avrebbe portato alla lenta agonia di ogni speranza di miglioramento delle condizioni di vita del popolo palestinese.
Ma stavolta Israele è andata veramente fuori binario e sarebbe bene che al suo interno emergesse al più presto una figura non dissimile da quella di Ezer Weizman che io, grazie alle sue visite a Craxi, ebbi il piacere e l’onore di conoscere.
