Amichemai. Torna al cinema Maurizio Nichetti, 23 anni dopo il suo film più brutto (“Honolulu Baby”), e questa volta non sbaglia, anzi sbaraglia. “Amichemai” è qualcosa di più di un bel film, maltrattato da una distribuzione che tratta male gli amici più convinti e cordiali del grande schermo. Tanto convinti da rimemorare, a cinquant’anni dal suo trionfo agli Oscar, uno dei film più belli di sempre sul cinema-cinema. “Amichemai” è un personalissimo omaggio a “Effetto notte”, che tiene conto del tempo passato e lo traduce in divertita consapevolezza: due effervescenti “content creators” al seguito della troupe, sempre fra i piedi, sostituiscono il corteo giornalistico di un tempo, negato oggi un po’ a tutti ma soprattutto ai non baciati dal mercato. Si fa con quel che c’è, e ci si diverte anche a sbeffeggiare amabilmente l’invadenza dei social (ma è la solita storia: avercela… per chi non ce l’ha, questa invadenza) e fare da soli. Nichetti fa Moretti: autarchico da sempre, ritrova a 77 anni il suo mood preferito: da innamorato qual è del mondo digitale torna al vecchio cinema, con il bagaglio di conoscenze e il nuovo palpito di certi grandi vecchi (tra virgolette: piano con i “vecchi”!). Un babà.
Praticamente muto, nel senso di non parlato, con le parole dei non-dialoghi sostituite da lacerti idiomatici di non so quante altre lingue – pochi della nostra – e da una ridda di fonemi incomprensibili, “Ratataplan” non avrebbe potuto essere più sonoro. Un Chaplin che non ride e non corteggia, se non segretamente e in modo bislacco; un Keaton stazzonato anche quando è vestito come un promotore finanziario (ma con i calzini bianchi e i pantaloni a mezzo polpaccio), un Tati frenetico. Il capoclown di un circo, “Quelli di Grock” (dal nome del grande clown), che si prende palco e platea nella sarabanda surreale che ogni bambino sogna e dalla quale anche chi non si diverte al circo e con i clown (io sono uno) si lascia trascinare, divertendosi come un matto. Guardatelo, o rivedetelo, su RaiPlay, nell’edizione restaurata cinque anni fa dalla Cineteca Nazionale, e poi ne riparliamo. Ah, il boss destinatario del bicchier d’acqua in questione – la scena non può essere descritta – è Roland Topor, l’artista della fica mostruosamente vorace nel Casanova di Fellini (che è poi la storia dell’osteria numero venti, dirà qualcuno; va beh, non facciamo i precisini). Sì, mica pizza e fichi. Al massimo fiche.
L’architetto Maurizio Nichetti, amante del cinema muto, di quello di animazione, del mimo e della clownerie teatrale, il tavolo da disegno lo usava come collaboratore di Bruno Bozzetto e di Guido Manuli, maestri dell’animazione (“Il signor Rossi”, “West and soda”, “Vip, mio fratello superuomo”) e pubblicitaria italiana. Di quella Milano “vicina all’Europa”, cantata da Lucio Dalla, Nichetti avrebbe contribuito a fare il controcanto “da dentro”, come si diceva allora, attraverso uno dei suoi gangli: la comunicazione pubblicitaria del dopo Carosello. E del dopo “Luna e gnac”, il racconto di Calvinosulle notti estive di Marcovaldo: finestra aperta e la reclame luminosa di un cognac sul palazzone di fronte, con le prime due lettere spente. La luna in cielo e, sotto, l’intermittenza di quel “gnac”. Con i buffi “avatar” che tanti adottano oggi su facebook lui ci lavorava da allora.
Poi le lezioni di mimo, la scuola del Piccolo Teatro, gusto dell’animazione e del cinema muto: un gentile, coltissimo selvaggio in città, come Marcovaldo. Se c’era un problema nei suoi film era il voler fare troppe cose, come nella vita: Il cinema, la televisione, la pubblicità, il teatro con l’amica di sempre Angela Finocchiaro, insieme da quasi mezzo secolo, a teatro e sul set. E’ riuscito perfino a farla spogliare nel delizioso “Volere Volare”. Tecnica mista, come in Roger Rabbit, e una Finocchiaroincantevolmente sexy con il suo buffo amante a matita. Cosparsa di cioccolata sul corpo nudo come in “Sweet movie”, di Dušan Makavejev, i cui dialoghi italiani ebbero una coppia di traduttori d’eccezione: Dacia Maraini e Pier Paolo Pasolini. Poca televisione, poco convinta. Qualche conduzione, un po’ di TV dei ragazzi, una sola serie ispirata a uno sketch della gloriosa “TV delle ragazze”: “Mammamia!”, con Angela Finocchiaro.
Trenta episodi di otto o dieci minuti l’uno, protagonista una madre sola e affannata con tre figli tra infanzia e adolescenza. Scomparsa anche da RaiPLay, rimane solo il primo episodio su “You Tube”: la sveglia e l’accompagnamento a scuola (le sveglie di Nichetti sono come i salami di Jacovitti; ce n’è dappertutto). Colonna sonora degli Abba, tratto curioso e inconfondibile, una sola parola nei dialoghi: “mamma”, detta dalla figlia tredicenne, ogni volta con un tono diverso. Non si ha un’idea di quale varietà di toni disponga una figlia nell’uso di questo appellativo. Rimane comunque questo l’unico cimento del nostro nella scrittura televisiva. Nessun suo film è stato pensato per la TV, pubblica o privata. Nessuna serie, a parte “Mammamia!” vent’anni fa; nessuna fiction. Nichetti resta uno dei più irriducibili, fra i nostri autori, alla dimensione televisiva. Belli o brutti, i suoi film sono cinema vero, apprezzato anche fuori d’Italia. Con l’ottimo “Ladri di saponette”, satira della pubblicità televisiva, vinse il Festival di Mosca, quinto italiano in cinquant’anni dopo Fellini, Germi, Damiani e Scola.
Amichemai.
“Amichemai” è il diario di lavorazione di un film. Quel film che si chiama “Amichemai” e rappresenta il ritorno al cinema (in digitale: “Il digitale fa miracoli!”) di Maurizio Nichetti dopo 23 anni di assenza dagli schermi. A raccontarlo, fin dalla conferenza di presentazione (brindisi, buffet e interviste al cast) sono due giovani ed entusiaste “content creators”, che al seguito della troupe racconteranno con i telefonini al loro pubblico social le avventure del set. E non è parola spesa a caso “avventure”, perché “Amichemai” è un “road movie”, un viaggio da Milano a un villaggio della Turchia, attraverso i Balcani, in un pick- up che carica un caratteristico letto catafalco del secolo scorso. Questo letto sarà, insieme agli attori, ai telefonini, al pick–up e a un buffo benzinaio (o qualcosa del genere) incontrato per strada, uno dei protagonisti del film. Non meno vivo e sorprendente del resto della compagnia. Ci sono anche i droni a fare il loro lavoro: la produzione li imponeva e, poco amati come sono, faranno una brutta fine. Ci sono molti bambini, mariti fedifraghi, poliziotti balcanici motorizzati alla maniera dei “Chips” che accoglieranno volentieri i biglietti da cento (linguaggio internazionale) fra le pagine di una patente scaduta da tempo immemorabile: “Patente e libretto, prego”, nella loro lingua. (“Ma non si fa così!” “Si fa, si fa”).
Su quel pick-up da veterinari di campagna, lungo i mille chilometri del percorso, una veterinaria milanese ebrea riaccompagna a casa, non vedendo l’ora di togliersela dai piedi, la badante turca musulmana del padre, con il letto che il de cujus le ha lasciato in eredità d’affetti (embè, qualcosa da dire?). Ma non pensate che l’identità religiosa sia molto importante per nessuna delle due. Non viene certo da lì l’insofferenza di cui al titolo: il quale titolo, del resto, non tarderà molto (appena 90 minuti) a trasformarsi per via in una fiera antifrasi. Prevedibile? Forse, ma sommamente imprevedibile sarà il come. Angela Finocchiaro e Serra Yilmaz, in stato di grazia (quella con i capelli azzurri più ancora dell’altra) sono la strana coppia. La prima, indimenticata ragazza degli stracci in “Ratataplan” e cacao meravigliao in “Volere volare”, torna all’antico amore artistico di “Spariamo alle farfalle”. La seconda, attrice feticcio di Ferzan Ozpetek, per la prima volta coprotagonista, si dimostra in gambissima anche fuori dalla sua zona di conforto turco-capitolina.
