15 Aprile 2026 - mercoledì

Siamo arrivati alla decima puntata del nostro viaggio nel Gran Chaco.

È passato quasi un anno da quando vi ho raccontato come tutto nacque a Karcha Bahlut, remota località dell’estremo nord del Paraguay, sulle rive dell’omonimo fiume che segna il confine con il Brasile e la Bolivia. Il sogno di un vecchio Cachique Ishir, di ricostruire il luogo ove si conservavano gli oggetti della memoria della loro etnia era una scommessa impossibile che un gruppo di 4 amici accettò senza esitazione. Il gruppetto di amici è poi cresciuto numericamente e qualitativamente, diventando una squadra multidisciplinare di volontari. Lo scenario si è allargato ben aldilà degli angusti confini di Karcha Bahlut, in tutta la regione del Gran Chaco, un luogo speciale non sempre bellissimo ma sempre dotato di un sottile fascino al quale è difficile sfuggire.

Per capire perché il Chaco è un luogo speciale, abbiamo fatto ricerche sulla sua formazione geologica, risalendo al Mesozoico. Poi, abbiamo visto come il Chaco è stato popolato da migranti provenienti dall’ Asia 15/10.000 anni fa e, nei millenni successivi da polinesiani e melanesiani. Solo 500 anni fa, ultimi arrivati, sono sbarcati gli europei, risalendo il gran fiume Paraguay o attraversando foreste impenetrabili.

È arrivato ora il momento di fare un passo indietro, ribobinare e ritornare a quando 12, quasi 13 anni fa, tutto ha avuto inizio con un viaggio nelle foreste del Paraguay e porsi alcune domande: perché a quel viaggio ne hanno fatto seguito altri 15 o 20, perché questa sorta di accanimento in una regione fascinosa non più di tante altre ed infine, cosa abbiamo fatto, io ed un manipolo di amici che è andato crescendo nel tempo? In altre parole, come dice mia moglie: “Il mondo è grande, perché ti sei fissato con questo Chaco?”

Forse il motivo è che il Chaco è un pretesto. Un pretesto per affrontare la sfida di definire una progettualità, per recuperare valori che ci stanno sfuggendo di mano.

Ma vediamo cosa è successo, nel corso di una dozzina di anni.

19 Musei in 4 Paesi

Innanzitutto, siamo cresciuti.

Il Museo Verde, nato come una singola infrastruttura a beneficio di una comunità indigena appartenente ad una delle 24 etnie che ancora sopravvivono nel Gran Chaco, è diventato una rete. I Musei sono 19, le etnie coinvolte 12 ed i Paesi nei quali si trovano 4: Paraguay, Argentina, Bolivia e Brasile. Lo scenario nel quale operiamo va dalle pendici delle Ande fino alla Mata Atlantica.

L’ importanza della rete non sta tanto nella sua componente infrastrutturale, in realtà modesta se non povera. Sta nel dialogo e nel rapporto fiduciario che, sia pur con molti limiti e difficoltà, siamo riusciti a costruire. Tra noi e loro ma anche tra di loro, coinvolgendo in primo luogo le comunità indigene ma anche altri interlocutori locali capaci di facilitare il dialogo con le comunità stesse, ong, autorità locali, attori culturali e così via. Interazione, presa di coscienza da parte di piccole comunità di appartenere ad una realtà di grandi dimensioni. Questo è il nostro valore aggiunto.

La crescita della rete ha portato due benefici di non poco conto.

Un primo vantaggio sta nelle economie di scala. La grafica espositiva che combina brevi testi ad immagini in un insieme efficace dal punto di vista didattico è stata e continua ad essere applicata, mutatis mutandis in varie sedi della rete con evidenti vantaggi nel rapporto costi/ benefici. L’ elaborazione di iniziative complesse dal punto di vista progettuale, come una piattaforma virtuale interattiva, e che richiedono un impegno anche finanziario, è oggi possibile e giustificata dall’ormai ampio numero di beneficiari.

Un secondo beneficio è venuto dal fatto che si è messo insieme un grande ventaglio di tradizioni, miti, celebrazioni e creatività artistico/artigianali.

Gli Ishir del Paraguay sono esperti nell’arte plumaria, i Caduveo del Brasile e gli Ava Guarani boliviani sono abili ceramisti. I Wichi argentini producono raffinati tessuti di fibre e colori naturali. I Nivacle intagliano figure zoomorfe stilizzate nel palo santo, gli Ache decorano il legno con la tecnica della pirografia è così via. Il patrimonio culturale complessivo del Museo Verde è cresciuto e, con lui, l’attrazione che è in grado di esercitare. In molti casi è stato sufficiente accogliere richieste di adesione da parte interlocutori come organizzazioni di donne artigiane, dotarle di pannelli didattici e concludere con loro una intesa tipo franchising. Abbiamo messo insieme un tesoretto di culture, tradizioni, capacità artigianali.

La Crescita non è stata solo quantitativa.

Presto è stato chiaro che alla Cultura andava affiancato lo Sviluppo. Navigando a vista e mettendo via via a punto strategie e linee guida, con un processo di razionalizzazione ex post, a mano a mano che prendeva concretezza il dialogo con le comunità indigene, abbiamo costruito una progettualità riassumibile nello slogan “Sviluppo senza Deforestazione”. È possibile tosare la pecora dal vello d’oro anziché mandarla al macello. Sostenibilità economica e sostenibilità ambientale/culturale non sono incompatibili. Abbiamo costruito una strategia basata sulla dimostrazione del fatto che esistono attività produttive rispettose dell’ambiente e delle culture indigene capaci di produrre un giusto reddito, non inferiore a quello che deriva dalla distruzione di queste risorse.

Non è necessario rassegnarsi alla perdita di valori naturali e culturali. L’alternativa esiste.

Non ci siamo limitati ad esporre queste tesi in contesti importanti come la Conferenza Internazionale sulle Mutazioni Climatiche ed il G7 Foreste. Le abbiamo applicate sul terreno con progetti pilota per dimostrare la loro fattibilità, mettendo a frutto le potenzialità di 4 risorse: Artigianato indigeno che può divenire componente di prodotti di Alta Moda e di Design; Piante medicinali (nel Chaco, vera farmacia a cielo aperto, ne sono state individuate 177 che curano 35 patologie); Legni tropicali che possono essere venduti a prezzi 20 o 30 volte quelli attuali se muniti di certificazione di provenienza sostenibile; Ecoturismo, con grandi potenzialità in una delle poche aree del pianeta ancora a basso indice di antropizzazione. Di questi progetti vi parlerò alla prossima puntata perché ognuno di essi è una storia che vale la pena raccontare.

Per ora mi limiterò a spiegarvi perché si sta aprendo un nuovo capitolo nella millenaria storia del Chaco, non privo di opportunità utili all’ applicazione del principio “Sviluppo senza deforestazione”. Perché è arrivato il momento di mettere in pratica quanto abbiamo definito e sperimentato nell’arco di 12 anni.

I motivi sono due, uno di tipo logistico ed economico ed un secondo di natura geopolitica. Vediamoli.

Il tracciato del Corridoio Bioceanico, che collegherà presto l’Atlantico al Pacifico, attraversa il Chaco e la rete del Museo Verde

Primo motivo: L’ isolamento secolare del Chaco sta per finire.

Non è stato facile lavorare e crescere in una regione rimasta quasi inaccessibile per motivi dovuti alla sua formazione geologica. Il suolo si è formato con depositi alluvionali livellati dal mare, che nel Mesozoico era penetrato all’interno del continente Sudamericano, ed è pressocchè privo del materiale roccioso necessario per le massicciate delle strade. La rete viaria è quindi poco sviluppata e, in buona parte, composta di strade sterrate che alle prime piogge diventano impraticabili.

Tutto ciò sta per entrare nel novero dei ricordi. Presto il Chaco verrà percorso da una grande arteria stradale che l’attraverserà da est ad Ovest. Il Corridoio Bioceanico, in stato già avanzato di costruzione, collegherà il porto atlantico di Santos, in Brasile, con quello di Antofagasta situato sulle coste cilene nel Pacifico, passando per Paraguay ed Argentina, e collegandosi alla rete viaria boliviana. Mentre ancora oggi attraversare il Chaco è un’impresa che può richiedere una se non due settimane e che è soggetta alle incertezze della meteorologia, presto sarà fattibile in un giorno o poco più di guida in una moderna ed attrezzata autostrada, senza correre il rischio di restare impantanati in caso di pioggia, in un terreno fangoso che diventa scivoloso come la neve ed appiccicaticcio come una colla.

“l’impatto sul fragile mondo indigeno sarà impressionante” diceva Josè Zanardini, illuminato antropologo un paio di anni fa, mentre osservavamo i giganteschi piloni in costruzione del ponte sul quale sfrecceranno presto automobili e camion, mandando in pensione il piccolo ferry e le lance con motore fuoribordo che traghettano veicoli e passeggeri sul rio Paraguay, a poca distanza dalla Comunità ayoreo che ospita un Museo veVrde.

Da un lato, i rischi che questo cambiamento comporta sono facilmente intuibili. Possiamo però anche immaginare, da un altro lato, le opportunità che ne deriveranno per sviluppare progetti che mettano a frutto, in un contesto di sostenibilità, artigianato, piante medicinali, legni tropicali ed ecoturismo.

Forse è arrivato il momento di mettere a frutto l’esperienza maturata nel corso di 12 anni

Sulla destra della linea di color rosso il Mercosur, area di integrazione economica tra 4 Paesi sudamericani.
In mezzo, il Gran Chaco.

Secondo motivo: Il Gran Chaco è al centro del Mercosur.

La Commissione ha da poco dato luce verde all’applicazione dell’accordo U.E. /Mercosur, sia pur in via provvisoria in attesa del parere della Corte di Giustizia europea.

L’ Unione Europea nel suo complesso e gli Stati membri singolarmente, sono ormai uniti da un accordo interregionale di cooperazione economica con il Mercato Comune del Sud America ed i suoi membri.

Nella cartina di cui sopra l’area Mercosur è situata alla destra della linea di color rosso e comprende la maggior parte del territorio del Chaco che si colloca in posizione centrale.

Siamo abituati ad identificare questo trattato con la sua componente commerciale, che le immagini televisive di file di trattori condotti da agricoltori francesi e italiani per manifestare la loro contrarietà ci fanno credere sia la sostanza di un’intesa destinata a creare un’area di libero scambio di quasi 800 milioni di consumatori.

È questa un’immagine riduttiva. Il Mercosur è molto di più di un trattato che abbatte barriere doganali. È è un ’accordo interregionale di cooperazione ed integrazione economica tra l’Unione europea e i suoi Stati Membri da una parte, e il Mercato Comune del Sud e i suoi Membri dall’altro. Libero commercio, ma non solo. Cooperazione economica, culturale, in materia di ambiente, volta a favorire lo sviluppo tecnologico e scientifico in un contesto di sviluppo sostenibile e molto di più. Il comunicato stampa con il quale Bruxelles annunciava a dicembre scorso l’ormai prossimo raggiungimento dell’intesa, la definisce una pietra miliare per il contrasto del cambiamento climatico, con impegni forti, specifici e misurabili per fermare la deforestazione.

L’art. 17 del trattato fissa, inoltre, esplicitamente l’obiettivo di “utilizzare in modo razionale le riserve naturali”, finalità nella sostanza coincidente con lo “Sviluppo senza deforestazione” perseguita dal Museo Verde.

L’ alternativa esiste. Dobbiamo cercarla e costruirla.

Sono passati più di 12 anni da quando, non dobbiamo dimenticarlo, tutto ebbe inizio da una chiacchierata con Bruno Barras, cachique Ishir, in una remota località sulle rive del Grande fiume Paraguay. Si è messo in moto un meccanismo che nessuno di noi immaginava. Abbiamo elaborato e sperimentato un modello di sviluppo e ci siamo trovati al centro di un contesto economico/geopolitico. Sarà l’effetto di un sortilegio sciamanico? Può darsi. Certamente non abbiamo trovato la bacchetta magica ma, perlomeno, ci stiamo provando ed abbiamo finito per appassionarci all’ impresa.

Questa è la risposta a mia moglie che mi chiedeva:” Ma perché ti sei fissato con questo Chaco?” Il Chaco è un pretesto per dedicarci alla elaborazione di una formula che dimostri come sostenibilità ambientale/culturale e sostenibilità economica non siano affatto in contrasto. “Sviluppo senza deforestazione” non è un’utopia, anche se ha avuto inizio da una chiacchierata con un cachique ishir, sulla sponda del rio Paraguay, all’ombra di un frondoso yvapuru, cercando sollievo alla calura dalla brezza incanalata dal fiume ed ammirando le evoluzioni aeree di un martin pescatore che si tuffava tra i camalotes, piante galleggianti portate dalla corrente, per uscire dall’ acqua con un pesciolino stretto nel suo becco aguzzo.

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