Tre scioperi in pochi giorni. I giornalisti italiani hanno scioperato per tre giorni in meno di 50 giorni. Non era mai accaduto. Hanno lasciato il paese senza informazione lanciando forte il messaggio che la libertà di stampa in Italia è davvero in pericolo. Da cosa? Da un sistema – politico, economico, finanziario, culturale – che senza giornali, radio, tv, web, non starebbe in piedi. Quando si tratta di non farla morire la stampa, però, il sistema si volta dall’altra parte. È la (mala) politica bellezza! E noi siamo costretti a bloccare l’informazione. Ci esprime solidarietà e vicinanza, la politica, ma non è capace di aprire un tavolo negoziale serio per rinnovare il contratto di lavoro, approvare una legge di riforma della professione, programmare nuovi investimenti.

La terza giornata di sciopero indetta dalla Federazione nazionale della Stampa italiana (Fnsi) si è conclusa con una partecipazione massiccia. L’astensione dal lavoro di giovedì 16 aprile ha bloccato agenzie di stampa, quotidiani, siti web, radio e televisioni. La percentuale di adesione è stata superiore al 90 percento. Al centro della protesta il mancato rinnovo del contratto nazionale di lavoro, fermo ormai da dieci anni, ma anche tutto quello di cui si diceva prima. Una situazione anomala nel panorama europeo, dove l’Italia è un caso isolato: è l’unico Paese in cui il contratto dei giornalisti non è stato aggiornato. La protesta non riguarda soltanto i lavoratori dipendenti, ma anche i freelance e i collaboratori, spesso costretti a lavorare per compensi irrisori, talvolta pochi euro ad articolo. Una condizione che mette in discussione non solo la dignità professionale, ma anche la qualità dell’informazione prodotta. Come fa un giornalismo sottopagato, con migliaia di precari nelle redazioni a garantire indipendenza e autorevolezza delle notizie? É retorica se diciamo che quando una democrazia va in crisi è anche perché l’informazione non è libera?

Gli editori hanno il diritto di salvaguardare i bilanci e lo stato di salute delle aziende. Molti ricevono finanziamenti pubblici ma non rispettano i loro dipendenti. La mobilitazione non si è esaurita. La Fnsi ha detto che la protesta continuerà “redazione per redazione”. È stata lanciata una campagna social con l’hashtag #dirittodisapere, con l’obiettivo di coinvolgere i cittadini e raccontare il nostro lavoro quotidiano, fatto di impegno, sacrifici, responsabilità e minacce. Il messaggio è che l’informazione è un bene comune e, come tale, deve essere tutelata. Garantire qualità significa investire nelle persone che la producono, riconoscendo il valore del loro lavoro. Si gioca una partita politica nella quale il governo non può restare a bordo campo. Può convocare gli editori e sbloccare la situazione. Perché non lo fa? Senza condizioni economiche dignitose si compromette un pilastro della vita democratica. Si combatte una battaglia che non riguarda solo una categoria, ma l’intera società.

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Nato a Pomigliano d’Arco (Na) giornalista, laureato in Scienze Politiche Ha iniziato negli anni ’80 ed ha scritto per l’Unità, Paese Sera, Il Mattino, Il Denaro, Specchio Economico, il Riformista, www.startmag.it. Nella lunga carriera si è occupato di Mezzogiorno, economia, energia, green economy, ambiente. É stato Direttore di periodici locali ed account manager in Eni e Italgas. Ha fatto parte di Comitati, Commissioni speciali su ambiente ed energia. Già consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e della Federazione Relazioni Pubbliche (Ferpi) è membro della Federazione Italiana Media Ambientali ( FIMA) e della Free Lance International Press (Flip). E' autore del libro “Mezzogiorno in bianco e nero“ (Ed. Orizzonti Meridionali). Ha vinto il Premio giornalistico “Calabria ‘79” e il "Premio Nadia Toffa 2022 ».Scrive per FIRSTonline collabora con Italia Notizie24, EspressoSud;

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