
Sono le 20.34 e il silenzio della notte mi coccola, influisce sui pensieri, sono più chiari.
La scrittura, fino a prima del carcere, l’ho sempre associata alla musica; mettevo l’1% di cuore e mente, perché il contesto non chiedeva introspezione, come invece è stata vitale nelle varie carceri. Sono molto orgoglioso, tanto quanto umile, la scrittura mi aiuta sempre più ad evolvere un rapporto funzionale tra queste due qualità.
Scrivo di getto, in modo che posso criticare le mie parole quando, rileggendo, trovo incongruenze. In carcere trovo la purezza che negli anni ho perso, e dissociandomi dal mondo torno io: Jack, quello che si commuove con i ricordi, quello che non sopporta l’ingiustizia, e sembra un paradosso, dato che la “giustizia” mi ha condannato, ma non lo è vedendo il mondo dalla mia prospettiva.
C’è tanto dietro le mie parole e descrivere i miei libri mi viene complicato: bisogna leggere per capire.
Racconto il sistema carcerario in più galere e parallelamente do ai lettori la mia parte emotiva, che non viene studiata in Giurisprudenza, con la speranza che venga presa in considerazione in ogni aula di Tribunale.
Chi dice che il fine non giustifica i mezzi non conosce sofferenza, e chi giustifica un fine cattivo con la propria sofferenza è solo debole.
Giacomo Corradi
Detenuto nella Casa Circondariale di Bergamo
La storia di Giacomo
Giacomo Corradi nasce nel 2000 ad Angera, segnato fin dalle prime ore di vita dall’abbandono materno e da una successiva adozione milanese che, malgrado il forte legame con i genitori ed il fratello adottivo, non riuscirà mai a colmare un senso di estraneità e rabbia. La sua adolescenza è un contrasto tra il successo sportivo (giovanili dell’Olimpia Milano), che lo allena alla disciplina e al valore della fatica, e un inarrestabile scivolamento verso la trasgressione, alimentato da un desiderio di vendetta sociale e da gravi attacchi d’ira, che lo portano alla prima condanna a soli 16 anni e ad una pesante esperienza presso una comunità psichiatrica.
La vita di Corradi diventa una geografia del sistema carcerario italiano: decine di celle cambiate tra Istituti Penali minorili e per adulti, a Bologna, Milano, Bollate, Pavia, Sondrio e Bergamo.
Giacomo prosegue in questo modo la sua metamorfosi: da detenuto “problematico” a osservatore critico e difensore degli ultimi. A Bollate aveva stretto un legame umano con Renato Vallanzasca, ormai anziano e colpito da grave decadimento cognitivo; a Pavia si fa portavoce dei malati dimenticati (come il cardiopatico Mario, la cui storia occupa gran parte del libro “Cella 204”), denunciando le carenze sanitarie e i soprusi della sorveglianza. La sua scrittura nasce come “arma della parola” contro l’arma del potere, trasformando i suoi libri in atti di denuncia e di testimonianza collettiva, anche attraverso lettere e scritti di altri detenuti. La sua visione del mondo, disillusa verso le istituzioni, è infatti profondamente legata al valore della “fratellanza” tra emarginati.
Il pilastro emotivo di Giacomo è il figlio Mike. La paternità è il suo principale motore di cambiamento, vissuta con il tormento della distanza e il desiderio di riscatto. Nonostante le ferite fisiche (autolesionismo) e psicologiche, Corradi punta a una ricostruzione identitaria che lo porti, una volta scontata la pena, a essere finalmente l’eroe che suo figlio si aspetta, lontano dalle logiche criminali che hanno consumato la sua giovinezza.
La parabola di Giacomo Corradi non è solo la storia di un detenuto, ma il diario di una lotta per l’umanità in un contesto deumanizzante. Attraverso cinque opere, l’autore documenta il processo attraverso cui il dolore è diventato il principio generatore della sua coscienza, trasformando le ferite del passato nella base della sua maturità attuale; la scrittura è il ponte necessario per tornare a essere “libero dentro” prima ancora che fuori.
