In questa VI puntata della nostra Giordania segreta, parliamo dei tragitti seguiti per incontrare i qanat non lontani da Petra e delle interessanti rovine archeologiche di Udhruh, che abbiamo visitato. Buona lettura, continuate ad accompagnarci attraverso le strade, i deserti e le città giordane.
Dopo la visita del castello di Shobak e dei dintorni, un po’ delusi dall’assenza di qanat, decidemmo di puntare verso Sud Est in direzione del capoluogo della provincia, Ma’an. Angelo a Roma aveva già individuato la presenza di almeno tre percorsi interpretabili come tracciati di qanat[1].
Imponenti rovine Romane
Partiamo da Wadi Musa e, dopo meno di un’ora di viaggio ad andatura lenta, anche per scattare foto al paesaggio, scorgiamo le poche case di Udhruh. Si tratta di un villaggio che contava nel 2009 poco meno di 2000 abitanti.
L’abitato moderno fu costruito su un rilievo a metà del Novecento e, come tanti nell’area, ha poche risorse economiche. La presenza di acqua permette attività agricole e di pastorizia. Giriamo sulla strada seguendo la direzione per Ma’an; l’ambiente è desertico con pochi arbusti, non saliamo al villaggio.
Ci fermiamo dove c’è un erogatore d’acqua, fresca e abbondante. Era la zona dove ci sarebbe dovuto essere un ramo di qanat, cerchiamo intorno, ma non troviamo nulla. Invece siamo colpiti dalle imponenti rovine di costruzioni romane, in parte cintate da una rete.
Ovviamente fermiamo le auto ed iniziamo a girare attorno alle rovine. In più parti la rete metallica è rotta o divelta. Fummo all’unanimità d’accordo ad entrare fra le mura romane. Uno a turno è rimasto di guardia alle auto e gli altri, come ragazzi birbantelli, in giro fra pietre cariche di storia antica.
Da villaggio a Augustopolis
Il primo insediamento fu costruito, nel I secolo a.C., dai Nabatei come base commerciale di Petra, la capitale del piccolo regno. Era ad un’altitudine di 1326 m . Il sito accrebbe la sua importanza perché i Romani, dopo l’annessione del regno di Petra nel 106 d.C., costruirono nei pressi una fortezza che controllava anche la vicina Via Traiana Nova.
Le mura occidentali della fortezza romana di Udhruh (Foto A. Ferrari)
Questa fortezza fu ingrandita quando, alla fine del Terzo secolo, divenne la sede della Legione VI “Ferrata”. Era la legione che presidiava tutta l’area della Palestina, il suo motto era “Fidelis Constans” (Fedele e Costante). Era una delle legioni più famose; fu con Giulio Cesare nella vittoria di Alesia e protagonista della vittoria nel Ponto. Partecipò al trionfo a Roma per quest’ultima conquista. La “Ferrata” si schierò con Marco Antonio, poi, dopo la vittoria di Ottaviano, fu definitivamente assegnata alla Giudea per concludere la guerra con i Giudei. Infine Diocleziano le diede il compito di difendere il Limes Arabicus, il confine orientale dell’Impero Romano. Compito che fu effettuato egregiamente.
Accanto alla fortezza crebbe l’insediamento, diventando, dopo un periodo di decadenza, una vera città romana chiamata “Augustopolis”. Fu anche sede vescovale durante il periodo Bizantino, per poi decadere successivamente, anche per i terremoti succedutosi e per la fine di Petra.
Indiana Jones in miniatura
Non potemmo fare a meno di passare oltre la rete rotta ed entrare in quello che probabilmente era il decumano della città, in parte sgombero di rovine. Arriviamo in una area dove si vede una costruzione ancora ben delineata e alcune colonne forse appartenute a un tempio della città romana.
Ci dividiamo per esplorare e fotografare alcune delle rovine. Ricordo che, seduto su un gradino in un’area elevata facevo scorrere il mio sguardo sulle costruzioni collassate, ma ancora ben individuabili. Mi sembrava davvero un dono della fortuna poter godere di questa vista bellissima.
D’altra parte, la confusa disposizione delle pietre nell’area fa pensare a un probabile saccheggio dei materiali lapidei per poterli riusare. Nei cumuli di pietrame abbiamo individuato alcune porzioni di capitelli, basi di colonne, particolari curvilinei. Pensammo che in futuro molte di queste costruzioni non saranno valorizzate, come meriterebbero e semmai saranno distrutte. Se fossero in qualunque paese europeo sarebbero un importante sito archeologico da visitare.
Esco da una delle costruzioni di Augustopolis (Foto A. Ferrari)
Anche nel 2010 siamo tornati alle rovine presso Udhruh; due dei nostri speleologici, assistiti da noi, si calarono dentro alcuni dei fori che permettevano di scendere negli ambienti, ora coperti dalle rovine e dalla terra. Non potevamo dedicare più di un paio di ore a questa visita archeologica; non trovammo nulla di particolare rilievo, purtroppo. Le mura della fortezza avevano una larghezza di circa 3 m. Abbiamo contato 20 torri lungo il perimetro murario che racchiude una area di oltre 48.000 mq.
I vetri romani
Un bell’episodio capitò a me il primo anno. Stavo inquadrando alcune delle rovine di Augustopolis e mi sento toccare una mano. Guardo e ci sono tre bambini di 10 o 12 anni un po’ impolverati, ma non trascurati. Quello che mi tiene la mano chiede: “American?” Sorrido e gli rispondo “Italiano”. Sorride anche lui, ha occhi mobilissimi e intelligenti: “Good pizza” dice, usando un bias internazionale, nonostante la giovane età.
Le presentazioni sono concluse, prende dalla tasca posteriore del pantaloncino una confezione rigida bianco e rossa di note sigarette; io lo blocco dicendo “I’ve got my cigarillos”. Non penso capisca, ma sorride con fare furbo e dice: “Old Romans”, apre piano la confezione e mi mostra alcuni frammenti di vetro. Io rido e gli dico: “coming from your home?”, indicando il villaggio. Risponde subito accennando con la testa alle rovine: “No, no, Romans!” e fa un gesto per significare che li ha scavati fra le rovine lui con gli amici.
Faccio il gesto internazionale dei soldi e lui mi chiede 15 dollari, i compagni assentono con la testa, come per confermare il valore dei reperti. Allora faccio un po’ di teatro, spalanco gli occhi faccio no con la testa ridendo; mi muovo come per andar via. Il ragazzino intraprendente mi chiede con gesti delle mani di fare una mia offerta. “Non più di 5 dollari” dico aprendo bene le dita della mano destra. Continuiamo per qualche minuto la trattativa, lui mi aggiunge: “For my mom”. Mi sembra possibile, cosa ci fa con tanti soldi? Probabilmente dovrà anche dividere con gli amichetti. Arriviamo a 7 dollari, ma alla fine ne do 10 e gli dico mostrando con le dita delle mani: “7 for mom and 3 for you three”.
Ho ancora a casa mia, in una scatoletta di legno, i tre frammenti di vetro. In effetti non sembrano di un bicchiere moderno rotto, sono molto particolari. Saranno davvero vetri romani da Udhruh? Comunque restano un bel ricordo dei nostri viaggi giordani.
Finalmente i qanat
Presso le rovine romane vi è l’erogatore di acqua. Ci soffermiamo a guardare meglio; è una vera e propria “mostra d’acqua”. Non ha la magnificenza dei capolavori romani del Rinascimento, ma è stata realizzata con attenzione. Vi è il grande condotto metallico da cui attingere con i secchi. Vi sono due piccoli zampilli per poter bere direttamente e una piccola vasca utile per far abbeverare il bestiame di passaggio.
Il territorio lungo la strada asfaltata che si dirige verso Ma’an è desertico, costituto, nelle vicinanze di Udhruh, di un insieme di wadi orientati prevalentemente in direzione W-E. Erano in passato probabili riserve d’acqua per il villaggio. Ci dividiamo in due gruppi e ci dedichiamo a esplorare le aree a sinistra e a destra della strada, procedendo verso sud.
Un ragazzo accompagna due dromedari nell’attraversare la strada (Foto A. Ferrari)
Con il mio gruppo, poco dopo l’inizio delle ricerche, incontriamo un gruppo veramente interessante. Un ragazzo tutto bardato sul volto, per non prendere tropo sole, accompagna due dromedari ad attraversare la strada da Udhruh per Ma’an. Sono probabilmente la madre e il figlio, la particolarità è che il figlio è albino e quasi riluce rispetto all’asfalto.
Poi siamo stati fortunati ed abbiamo individuato, a sinistra della strada, alcuni pozzi di qanat, purtroppo tutti collassati o riempiti di terra. Dal numero e dall’ampiezza comprendiamo che doveva essere un qanat con più rami, anch’esso orientato W-E con l’uscita (mazhar) delle acque in una zona vicina all’insediamento.
Pozzo del qanat presso Udhruh. È collassato e non più in uso (Foto A. Ferrari)
Il gruppo che ha esplorato il lato destro della strada, a poca distanza dall’insediamento, è passato presso un rilievo chiamato Tell Abar’a. Ha trovato la torre di un antico mulino che testimonia la fertilità di queste terre nel passato, neppure tanto antico.
Torre di un mulino probabilmente ottomano, presso il Tell Abar’a
Discutendo fra noi e mettendo a confronto le tante foto, abbiamo ipotizzato l’esistenza di una organizzazione sociale in grado di ben utilizzare la risorsa idrica esistente grazie al qanat.
[1] Angelo Ferrari “I qanat di Udhruh”, Ed. VALMAR, Roma 2020

