L’assassinio dello statista della Dc è il Muro di Berlino dell’Italia, 10 anni prima della caduta del vero Muro. Pensava a un movimento non solo di avvicinamento tra diversi, ma anche alla ricerca di una regola di convivenza, non nell’affermazione di un sistema politico integrale.
Serve ancora qualche ripasso di storia politica capace di illuminare il presente? Si ritiene che il mondo sia così profondamente cambiato per cui anche ciò che di significativo è avvenuto anche in tempi non lontani siano resi così insignificanti da apparire incomparabili. Ora che la storia pare tornare di moda, quando certi avvenimenti vengono riproposti, occorre prestare attenzione se avviene per tramandare la conoscenza del passato o per divulgare letture frutto di ricerche ma anche di interpretazioni interessate.
Si ripropone la domanda se il significato della vicenda umana e politica di Aldo Moro, l’uomo perno della Costituente, debba essere confinato a livello della ricostruzione storica o possa avere ancora qualcosa da dire nelle particolari temperie civili del nostro Paese. Quello di Moro è stato un percorso biografico che si è interrotto bruscamente e drammaticamente quel 9 maggio del 1978; e con esso si è anche interrotto il suo complessivo progetto politico.
Sul caso Moro si è scritto di tutto e voluminosa è la documentazione tra atti giudiziari, indagine parlamentare: eppure c’è sempre il bisogno di ritornarci su, tra ricordi, documenti desecretati e mappe sui luoghi della sua detenzione.
Il dialogo sotterraneo
È il caso di tre recenti pubblicazioni: «Mi sento abbandonato», che approfondisce la trattativa per salvare Moro, a cura di Claudio Martelli; «Il disegno» di Federico Zatti, che indaga sulla fuga dei brigatisti dopo l’attentato di via Fani; e «L’Italia e il lodo Moro» di Giacomo Pacini, che approfondisce quel dialogo sotterraneo coi movimenti palestinesi, una certa fiducia nella loro capacità di dialogare con le Brigate Rosse al fine di garantire la salvezza di Moro.
Dall’introduzione di Walter Veltroni su «Il caso Moro e la prima Repubblica» si chiede se si sia fatto tutto per salvarlo, per farlo uscire come sognato da Marco Bellocchio in «Buongiorno notte», da quel carcere di via Montalcini. Per restituirlo alla sua famiglia, alla politica, al Paese? O non prevalse la convinzione che Moro vivo fosse un problema per tutti, nessuno escluso? Corrado Guerzoni, uno dei suoi più stretti collaboratori, pronuncia le seguenti parole: nessuno ha avuto interesse a trovare l’on. Moro, il presidente della Dc, interessava morto anche da quest’altra parte, perché è meglio che muoia un uomo e nessuna cosa cambi piuttosto che quest’uomo non muoia e tutto debba cambiare. La morte di Moro è il Muro di Berlino dell’Italia, 10 anni prima della caduta del vero Muro di Berlino. Perché non leggere le lettere di Moro come quelle di un prigioniero lucido anche se disperato su affermazioni chiaramente attribuibili a lui e improponibili nel ricondurle alle BR.
Martelli mette in campo un’espressione come «Dialettizzatevi con Moro» per meglio comprendere le sue lettere e le possibili percorribilità di un percorso umanitario su cui si impegnò anche Amintore Fanfani, come testimonia il suo diario che riporta il suo pensiero nel dibattito dentro la Democrazia Cristiana.
La linea della fermezza
In quei 55 giorni, è stata in campo anche la linea della fermezza legata al dubbio sulla capacità delle istituzioni, di saper reggere. Ma il vero scandalo è non essere riuscito a trovare la prigione di Moro, che non era in capo al mondo, ma tutto si è svolto nella città di Roma in cui sono emerse incapacità e devianze come il non raggiungimento del covo di via Gradoli, l’inutile scandagliamento del lago della Duchessa e qualche improprio consigliere presso il ministero degli Interni. Che questa incapacità sia stata, poi, in qualche modo «aiutata» da chi era contro la politica di Moro e il suo ruolo nel concerto internazionale non è affatto da escludere.
Come sia stato possibile che degli spregevoli, intellettualmente parlando, siano stati in grado di cavalcare una tigre così indomabile e feroce che dalle confessioni degli stessi assassini, viene espressa addirittura come una costrizione. Un terrorismo ambiguo dal principio alla fine per tale motivo. La tragedia sta in quelle parole di Moretti, quando dice che lui e i suoi soci sono stati «costretti» a uccidere Moro. Lo fanno cercando di elaborare una «costrizione» politica, all’epoca dichiarata da loro stessi in piena autonomia volutamente esasperata, perché affidata a memorie che devono essere sempre e attentamente considerate difensive senza indulgenze e comprensioni banali. Che sia detta costrizione rivoluzionaria è solo lo sforzo con cui si vorrebbe respingere all’esterno della propria coscienza l’atto criminale da chiamare inumano considerando anche la pratica della tortura esercitata con la tecnica dell’angusta prigione. Ma se la decisione è esterna, dall’allusione, si è portati o spinti inevitabilmente a interrogarsi su chi possa aver esercitato davvero la costrizione che ha portato un lutto irreparabile alla sua famiglia e ai famigliari della scorta, che ha ferito la coscienza morale di quasi tutti gli italiani (colpendo la società e non lo Stato). Si è finito per colpire a morte anche una politica, in modo del tutto diverso da quello dichiarato nelle rivendicazioni-elucubrazioni infantili dello Stato imperialista delle multinazionali e dei suoi misfatti, vivi solo nell’immaginazione di cascami di un ribellismo carico di odio ideologico. Si è colpita una politica difficile, forse persino inapplicabile. Tanto inapplicabile che lo stesso Moro non vuol mai definire nei dettagli e che viene lasciata aperta a molte interpretazioni. E qui si giunge presto al punto, perché in Moro si è voluto colpire un proposito. Di Moro si diceva, i fatti sono le sue parole, perché in lui è sempre in gioco l’intelligenza degli avvenimenti, essendo la nostra storia una sequenza ininterrotta di stati di necessità che metteva a rischio la pienezza ideale e politica misurando quello che si può guadagnare e quello che non si deve perdere.
La chiave interpretativa
In effetti, va detto subito come chiave interpretativa, che non è dichiarata come tale ma che emerge dalla lettura, la notazione che alla fine i terroristi abbiano dato una poderosa spinta a destra dell’asse politico italiano. Per gradi tale spostamento ha portato la destra (compresa quella discendente dall’eredità fascista) al governo. Forse pochi avevano capito il carattere anche giuridico-procedurale dell’atteggiamento di Moro nel proporre l’unità nazionale che era non una variante del compromesso, ma altra cosa. Procedurale perché nella forma dell’esame, dell’analisi si doveva fondare anche la legittimazione del fatto politico che voleva produrre. Moro non pensava a un compromesso. La sua cultura non lo avrebbe portato mai a indulgere anche a un linguaggio che pareva legato a una specie di stipulazione di un contratto di compravendita: quella appunto che si inizia con un compromesso. Certo nel linguaggio comune compromesso voleva dire forse solo intesa a mezza strada tra due parti distanti. Ma Moro in questo senso aveva visto il peggio e aveva colto che le diverse proposte sulla piazza erano ancora quelle di una fondazione antica dei partiti che si ponevano come ambienti politici compiuti (relativamente chiusi) in cui l’alternativa secca di partito o di corrente storica, aveva lasciato sempre poco posto a una desiderabile alternanza. Ecco, Moro pensava a un movimento non solo di avvicinamento tra diversi, ma anche la ricerca di una regola di convivenza che non avrebbe dovuto sboccare nell’affermazione di un sistema politico integrale (e unilaterale) di un solo partito che preconizzasse un regime nel suo disegno culturale di fondo.
Moro aveva capito che il proporre una società tutta liberale, tutta socialista o tutta cattolica (e in questo caso occorre un’ulteriore distinzione) era diventato un non senso e anche un’impossibilità. Non si avvicinava neppure lontanamente a un progetto di una fusione un po’ alchimistica di una parte unita a un’altra parte per dare, infine, un «composto» politico istituzionale di improbabile fattura. Da qui venne l’idea del tutto morotea della solidarietà nazionale. In quegli anni di democrazia bloccata la Dc rimaneva partito della società, anche se i suoi avversari la identificavano con lo Stato per la sua decennale permanenza al governo; di questo partito Moro era l’esponente più qualificato.
L’oscurità dei significati
La situazione intuita da Moro andava oltre se si leggono attentamente i suoi discorsi e i suoi ragionamenti che sono giudicati sempre difficile da capire. L’oscurità dei significati di Moro stava tutta qui. Il suo avanzamento verso una situazione nuova gli faceva vedere come non si trattasse più di rimescolare le carte per uno stesso gioco ma di cambiare le carte per un altro gioco, trasformando il sistema dei partiti e della vita democratica. Una società liberale-liberista era diventata impossibile a causa del Welfare state e delle teorie keynesiane, un impianto socialista era privo di senso dopo lo sfaldamento della società divisa in classi di origine positivista, una società cristiana o anche soltanto ispirata profondamente dalla dottrina cattolica, dopo i progressivi stati di avanzamento della secolarizzazione non avevano più senso. Descrivo per la prima volta un fatto che compresi più avanti negli anni. In occasione dell’ultimo discorso di Moro fatto ai gruppi parlamentari, il suo amico più intimo (oserei dire spirituale), Franco Salvi, nella fase di attesa della riunione mi propose di raccogliere le firme di adesione alle proposte che sarebbero state fatte sul governo di unità nazionale. Al momento mi sembrò un fatto organizzativo da affidare a un giovane parlamentare. Alcuni deputati arrivati nel corso dell’incontro si risentirono di quella raccolta preventiva, ma ormai le firme giunsero al qualificato numero di 287 e Zaccagnini, che presiedeva quell’assemblea, chiuse l’incontro che quel discorso approvò.
Tempo fa, nel parlare con Rosy Bindi di quel giorno così drammaticamente centrale, lei mi disse che se si fosse aperta la discussione, probabilmente, soprattutto le conclusioni, non avrebbero avuto un consenso maggioritario e altrettanto probabilmente, forse, Moro sarebbe ancora vivo.
Su cosa realmente pensasse Moro sulla Terza fase o più precisamente sulle parole «occorre dissodare la terra di nessuno che esiste oltre il centro sinistra» non lo sapremo mai, anche se le analisi in circolazione sono molte. Moro riteneva esaurita l’esperienza centrista e la questione comunista andava diversamente affrontata da come De Gasperi la gestì nel 1947. Su questo ho un ricordo preciso ben stampato nella mente. Basta guardare le cronache dei quotidiani italiani di mercoledì 20 marzo 1968: tutti a parlare dell’imponente manifestazione dei giovani Dc a Bologna che, aprendo la campagna elettorale, vedeva insieme Moro capo del governo e Rumor segretario della Dc. Fu l’anno degli studenti e il seguente ’69 degli operai, e lui ne colse il rapporto di interazione.
Alcuni mesi più tardi Moro mi volle vedere da solo nel suo ufficio privato. Mi ringraziò di quella manifestazione che riempì il Palazzo dello Sport di Bologna e trovò originale il nostro opuscoletto elettorale «Pace, Protesta, Proposta», scritto in gran parte dal giornalista de L’Eco di Bergamo Sandro Zambetti e impaginato splendidamente da quel fantasioso grafico che fu Pic Cortesi. Il colloquio così si concluse: «Caro Bonalumi, in un tempo non definibile occorrerà che ci prepariamo a passare la mano». Non è che l’assenza di alternanza non pesasse sulla «democrazia difficile», risolta in realtà, nel quadro di un bipolarismo direttamente influenzato dalle vicende internazionali. Negli anni cruciali della solidarietà nazionale le vie d’uscita erano due: quella di una temporanea collaborazione tra i maggiori partiti, Dc e Pci, per preparare una competizione alla pari con possibilità di alternativa; e l’altro di tipo mitterrandiano, per dotare l’intera sinistra di capacità competitiva. Nessuna di queste due strade venne seriamente imboccata: e si giunse così alla crisi del sistema partitico, che si mostrava assolutamente inidoneo ad assumere un’iniziativa auto riformatrice. I terroristi credevano che fosse giunto il momento della spallata finale, dimenticando anche ogni discorso di Marx sullo Stato («non è una arlecchinata», aveva detto) e sulla durezza dei sistemi politici anche quando appaiono gracili.
Qualcuno che era stato presente al convegno fondativo delle BR a Santa Margherita Ligure raccontava come uno dei capi avesse espresso più o meno la preoccupazione che si sarebbe persino potuto giungere troppo tardi perché la rivoluzione sarebbe scoppiata senza di loro. L’analisi storica, politica e sociale fatta dai terroristi non meriterebbe nessuna considerazione se non fosse stata armata, pericolosa e frontale all’ordinamento democratico, disseminando vittime, tra cui il nostro Guido Galli, magistrato originario dell’Alta Valle Brembana.
Rispondere alle difficoltà
Per capire perché anche oggi non siano in campo modelli politici capaci di rispondere alle difficoltà e ai vuoti delle nuove generazioni, per cogliere ogni utile occasione che rimetta in sesto questo tempo uscito dai cardini. La libertà va custodita e la speranza va organizzata.
È impossibile parlare di Aldo Moro e della storia d’Italia senza ricordare la sua tragica fine. La capacità tutta sua di tenere assieme gli elementi essenziali della sua progettualità politica: Stato e società, innovazione e tradizione, cambiamento e coesione, sistema politico e partito democristiano in un orizzonte sociale e politico messo a dura prova dalla transizione degli anni ’70.
L’essere alternativi a sé stessi non lo limita al suo partito perché si migliori, ma lo proietta su programmi riformatori, sulle alleanze di governo, sul processo di costituzionalizzazione delle formule politiche dal centrismo al centro sinistra, alle convergenze parallele che presuppongono processi di socialdemocratizzazione della sinistra e l’avvento di una destra moderna e repubblicana. Uscendo dalla tradizionale dialettica maggioranza-opposizione.
Che fare quando si vince in due? E uno è il più forte e rappresentativo partito comunista in Europa, ma è dentro un periodo della Resistenza, del dopoguerra, della svolta di Salerno. La possibilità di fare politica estera attraverso la sua politica interna non impedì a Moro di muoversi nello scontro bipolare tra Guerra Fredda e distensione, allarmando a tal punto gli Stati occidentali che nell’incontro dei Paesi industrializzati a Puerto Rico, tramite la voce del cancelliere tedesco Schmidt, si arrivò a condizionare prestiti finanziari in base alle alleanze dei partiti italiani.
Per il Dipartimento di Stato guidato da Kissinger c’erano due «anomalie» che preoccupavano in quella fase ancora imperante della Guerra Fredda: l’azione morotea che teneva in piedi le ragioni della solidarietà nazionale e l’esperienza di Allende, che arriva a governare il Cile con un’alleanza delle sinistre percorrendo un processo elettorale rispettoso delle regole democratiche. I due momenti si relazionano, tali erano i rapporti tra le forze politiche dei due Paesi nonostante storie e geografie diverse. Entrambi fallirono con la morte di Moro e con il colpo di Stato a Santiago.
Il 13 maggio, nella Basilica di San Giovanni in Laterano, anch’io ero presente, di fronte a tutte le alte cariche dello Stato, senza la salma del defunto, già in mano alla famiglia per esplicita volontà di Moro. Marco Damilano annota un Craxi a braccia conserte e inquieto accanto a Berlinguer scolpito. Il sostenitore della trattativa e il capofila del rigore, entrambi sconfitti. In quel tempo Roma appariva una città oscura, il labirinto buio in cui si nascondevano i terroristi che avevano rapito Moro.
A nulla è valsa la preghiera di Paolo VI al Dio della vita e della morte, che non aveva ascoltato la sua richiesta di liberare Aldo Moro, uomo buono, mite, saggio, innocente e amico.
