Per molti anni crescita economica e inquinamento sono apparsi come fenomeni inseparabili. Quando aumentava il PIL, aumentavano anche i consumi di energia, circolavano più automobili, le industrie consumavano più elettricità. Molti economisti hanno studiato e tenuto insieme i due fenomeni come indicativi di crescita sociale e di benessere. Un’analisi del Norwegian Institute for Air Research, invece, pochi giorni fa ha messo in discussione il principio. Come ha fatto, tanto da meritarsi una pubblicazione su Nature Cities e tanto dibattito ? Con uno studio su 2.475 grandi aree urbane che ha evidenziato che l’80% delle città nel mondo vive il disaccoppiamento tra sviluppo economico e inquinamento atmosferico.
Lo studio norvegese
Il Norwegian è uno dei principali laboratori scientifici europei specializzati in inquinamento atmosferico e cambiamento climatico. Secondo lo studio in 2mila centri urbani la crescita della ricchezza si accompagna ormai a una riduzione del biossido di azoto, considerato uno degli indicatori più affidabili dell’impiego di combustibili fossili e della qualità dell’aria. Il risultato positivo è frutto di politiche pubbliche e di investimenti. I ricercatori scrivono che la diffusione della mobilità elettrica, norme sempre più rigorose sulle emissioni, l’incremento delle energie rinnovabili, stanno contribuendo a ridurre la dipendenza dalla combustione. La Cina è il Paese che più di ogni altro dà valore scientifico allo studio. Sono 719, infatti, le città cinesi che hanno investito in mobilità elettrica e l’ambiente e la salute sono migliorati. Una lezione a quella parte dell’Occidente che nega il cambiamento climatico e che a questo punto deve iniziare a studiare ciò che sta facendo Xi Jinping. Si il resto del Paese è in affanno e il carbone resta ancora la fonte più impiegata nell’industria.
Ma anche in Europa qualcosa si muove. Roma, Parigi, Berlino, Amsterdam, sono le città più virtuose, in base ai parametri dei ricercatori con dati che attestano un miglioramento nel rapporto tra crescita economica e riduzione dell’inquinamento. Nel mondo industrializzato, permangono comunque aree in controtendenza. In circa 400 città lo sviluppo economico continua a essere accompagnato da un incremento delle emissioni di biossido di azoto. Molti leader combattono con politiche protezioniste e regressive la transizione energetica e il fenomeno riguarda aree dell’Asia meridionale e del Medio Oriente, dove i sistemi energetici restano dipendenti dai combustibili fossili. Il biossido di azoto non è un gas serra come l’anidride carbonica, ma è tra gli inquinanti atmosferici più dannosi per la salute e contribuisce allo sviluppo di patologie respiratorie e cardiovascolari. Che colpiscono ogni anno centinaia di migliaia di euopei.
Ammalarsi in città
Lo studio conferma che la transizione energetica non è soltanto una risposta alle sfide ambientali, ma anche la dimostrazione che sviluppo economico e tutela della qualità dell’aria possono procedere insieme. “Le città sono responsabili di una grande quota sia dell’attività economica globale che delle emissioni, rendendole centrali nelle transizioni climatiche e di sostenibilità ” è una delle conclusione dei ricercatori. Bisogna, però, non essere timidi nell’uso di tecnologie.
Al Norwegian Institute hanno usato le misurazioni satellitari del biossido di azoto con il grande strumento europeo Sentinel-5P TROPOMI che rileva le emissioni derivanti dai trasporti, dall’industria e dalla produzione di energia. “ È incoraggiante vedere la crescita verde in azione, soprattutto perché sappiamo che le città hanno lo stesso potere, e spesso molto più volontà dei politici nazionali, di andare senza fossili”, ha detto Daniel Moran, co-autore dello studio. Basta non seguire i tanti incantatori di serpenti che popolano il pianeta. Purtroppo.
