Attualmente presidente dello IAI, Istituto Affari Internazionali, Michele Valensise, nato a Polistena nel 1952, ha intrapreso la carriera diplomatica nel 1975 fino a diventare segretario generale della Farnesina dal 2012 al 2016.

Alla luce di un contesto internazionale molto incerto affrontiamo con l’ambasciatore Valensise la questione del futuro della difesa europea per la quale sottolinea la necessità di una maggiore responsabilità europea e di un coordinamento con la NATO.

Inoltre, in virtù della sua lunga esperienza anche in ambito comunitario, parliamo con lui del più ampio progetto di integrazione dell’Unione Europea e della necessità di un rinnovato impegno verso il progresso comune.

Quali sono i margini secondo lei per lo sviluppo di una forza militare europea e in quell’ottica quali devono essere i rapporti tra la Nato e l’Unione Europea?

Nella attuale congiuntura internazionale si sta diffondendo una sempre maggiore consapevolezza del fatto che l’Europa debba assumersi maggiori responsabilità per la sua difesa.  Un sistema militare europeo che abbia maggiore efficacia, deve basarsi soprattutto su una maggiore consapevolezza e una migliore operatività sul piano europeo.

La difesa europea dovrà necessariamente essere raccordata con la NATO, posto che la NATO ha già un assetto, una serie di regole, conferimenti di apporti militari che la rendono molto rilevante dal punto di vista europeo.

Quando si parla di difesa europea si dovrebbe intendere un più stretto coordinamento operativo tra i conferimenti delle diverse difese nazionali, che è quanto avviene nel quadro NATO. Non esiste un esercito della NATO, esistono asset di singoli paesi, membri dell’alleanza, che sono conferiti all’alleanza in una struttura coordinata. Lo stesso deve avvenire in Europa.

Con il disimpegno americano alcuni parlano di un futuro post-NATO. Lei vede la possibilità di un futuro post-NATO?

No, da qui a pensare che la NATO possa disgregarsi, credo che il passo sia lungo e credo, e spero, che questa non sia l’intenzione ultima degli Stati Uniti.

E cosa pensa di queste recenti allerte per i sorvoli di droni su territorio europeo? Pensa che il Baltico possa diventare davvero luogo di un potenziale conflitto?

Piuttosto che azzardare previsioni, a me sembra che convenga immaginare un rafforzamento del sistema di deterrenza, il che vuol dire scoraggiare eventuali attacchi o minacce, essere attrezzati non per attaccare ma per dissuadere chi dovesse pensare a pressioni sul piano militare. È un’esigenza prioritaria per gli europei.

In questo contesto il futuro dell’Europa è messo un a dura prova sia da questioni esterne che da alcune divergenze interne, secondo lei cosa bisogna fare per far progredire il progetto europeo?

In questa fase assistiamo da parte di alcuni a un più o meno velato scetticismo nei confronti dell’Europa. Si dice che l’Europa non è stata o non è in grado di assumersi responsabilità. Ma proprio in questa congiuntura bisogna ricordare che in molti ambiti siamo meglio serviti da un raccordo sul piano europeo che non dal procedere in ordine sparso.

Il progetto europeo, pur con i suoi limiti e ritardi, è un ancora molto valido. Dobbiamo esserne coscienti perché è il progetto che ha favorito sviluppo e pace per tanti anni. Per questo va preservato e rafforzato, non scartato per ragioni prive di fondamento.

Siamo alla vigilia del settantesimo anniversario dei Trattati di Roma e dobbiamo essere considerare quanto il progetto richieda maggiore consapevolezza da parte degli europei sui suoi vantaggi e sulle sue opportunità.

L’Italia è un membro fondatore della Comunità europea ed è stata un fervente sostenitore del progetto di integrazione europea. Credo che anche oggi abbia titoli, autorità e peso per far valere la sua visione e la sua proiezione in termini europei.

Quali sono i passi che bisogna intraprendere per andare in questa direzione?

In Europa molte cose avvengono attraverso il meccanismo della consultazione, il confronto delle posizioni per arrivare a una sintesi e a posizioni comuni.

Anche lo strumento delle cooperazioni rafforzate è da tenere presente: l’iniziativa di un gruppo più limitato di Paesi rispetto ai 27, che poi possa arrivare a soluzioni maggiormente condivise. Schengen è nato così, come anche l’Euro.

Questo potrebbe avvenire nel campo della difesa, un embrione di difesa coordinata non necessariamente da tutti i 27 ma che sia aperta alla partecipazione degli altri Stati.

Si riferisce alla cosiddetta coalizione dei volonterosi?

Se i volenterosi lavorano solo per sé, avranno sicuramente un impatto limitato. Se invece lavoreranno come una avanguardia, come un passaggio preliminare per allargare il consenso a un numero crescente di paesi, potranno essere più efficaci.

Autore

  • Esperta in affari europei, con oltre 25 anni di esperienza nel settore della comunicazione all'interno delle istituzioni a Bruxelles (gruppi politici del Parlamento europeo e Direzione Comunicazione) come giornalista (tra cui Il Sole 24ore, Reuters e AGI) e come consulente di imprese, che le ha permesso di sviluppare una profonda conoscenza del funzionamento e dello sviluppo storico dell'UE, nonché una vasta rete di relazioni.
    Formazione in comunicazione strategica (Laurea con lode in Linguistica applicata agli studi politici nel Regno Unito) riconosciuta dalla Commissione europea nelle sue liste di esperti esterni.

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