
I leader dei Paesi europei alleati degli Stati Uniti erano andati tutti ad Ankara sperando di evitare nuove tensioni transatlantiche; e, magari, di fare un passo in avanti verso la pace in Ucraina. Invece, si sono trovati presi in mezzo in una nuova fiammata mediorientale: un sussulto di ostilità fra Usa e Iran nello Stretto di Hormuz, scaramucce più serie delle punture di spillo dei giorni precedenti, probabilmente il concatenarsi di episodi più grave dalla firma dell’accordo di tregua di metà giugno, con almeno 170 obiettivi iraniani presi di mira e risposte iraniane contro postazioni Usa in Qatar, Bahrein, Kuwait e Giordania.
Gli incidenti mettono a repentaglio le trattative, che dovevano riprendere a giorni, una volta concluse le onoranze funebri all’ayatollah Ali Khameney, la guida suprema iraniana, rimasto ucciso sotto le bombe israeliane il 28 febbraio, nel primo giorno dell’aggressione israelo-americana. Khameney è stato inumato giovedì a Mashad, sua città natale.
A margine del Vertice della Nato, il presidente Usa Donald Trump dichiarava che il cessate-il-fuoco con l’Iran “è finito”: i negoziati possono andare avanti, ma –aggiungeva- “trattare con quella feccia è solo una perdita di tempo”. La diplomazia dei mediatori è però al lavoro per ricucire lo strappo.
I lampi di guerra nello Stretto di Hormuz sottraggono attenzione internazionale al Vertice di Ankara che Trump aveva già trasformato nel palcoscenico dell’ennesima sfida agli alleati europei. Politico, alla vigilia, ironizzava su questo incontro presentato come ‘o la va o la spacca’ e dove, in realtà, c’era solo d’avallare una dichiarazione già scritta, al termine di una riunione di lavoro di poche ore mercoledì mattina.
Nonostante le posizioni ondivaghe del presidente Trump, che – ad esempio – nel giro di poche ore boccia e promuove la Spagna, o elogia e critica l’Italia, il Vertice della Nato ad Ankara ha fatto meno danni del temuto: l’Alleanza ha ribadito il principio del reciproco appoggio in caso di attacco a uno dei suoi membri e ha rinnovato il sostegno all’Ucraina, cui Trump ha anche promesso la licenza per costruire i Patriot, così da dotarsi di quelle difese anti-aereo che, al momento, le fanno difetto.
Nel giudizio di Le Monde, Trump ha alternato “minacce ed effusioni”: ha rassicurato gli alleati, che restano diffidenti, e ha rinnovato il sostegno all’Ucraina, in attesa della prossima – e imminente – telefonata con il presidente russo Vladimir Putin,
Il cambio di atteggiamento di Trump su questo punto ha costituito una sorpresa per tutti, a partire dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky; ma è anche stato salutato con favore da tutti, tranne – ovviamente – che dalla Russia. Il magnate presidente ha espresso giudizi taglienti sui suoi alleati, mentre ha detto che i rapporti con la Cina sono “ottimi”, ma non ha annunciato, come si temeva, tagli delle truppe Usa stazionate in Europa.
Secondo Politico, i leader dei Paesi della Nato, che tenevano il peggio (e avevano ciascuno pensato a come evitare il deragliamento del Vertice e fare contento Trump), tendono ora ad assumere, davanti alle sparate del magnate presidente, l’atteggiamento dell’al lupo!, al lupo!, senza prenderle troppo sul serio.
Martedì sera, alla cena di gala, il presidente Trump e la premier italiana Giorgia Meloni erano seduti allo stesso tavolo: limitate le interazioni, in un clima definito da Meloni “cordiale”, con tono e modi in palese contrasto con l’affermazione. Quanto a Trump, di Meloni, prima di vederla, aveva detto: “E’ una brava persona, mi piace… Ma sono deluso: non c’è stata per noi…”.
Politico osserva che, prima ancora che il Vertice iniziasse, Trump aveva già rinnovato le minacce sulla Groenlandia (che “dovrebbe essere controllata da noi, non dalla Danimarca”), prospettato l’ipotesi di ritiro dall’Europa di truppe Usa e ribadito le critiche agli alleati per il mancato aiuto nella guerra all’Iran e per il mancato rispetto degli impegni di spesa per la difesa. Però, è poi stato più moderato durante la sessione di lavoro.
Trump reclama agli alleati aumenti delle spese immediati, mentre l’impegno preso lo scorso anno è portare i bilanci della difesa al 5% del Pil nazionale entro il 2035. E Trump s’aspetta, anzi pretende, che gli europei comprino armi americane, mentre gli europei hanno un loro piano Buy European, per alimentare l’apparato industriale-militare europeo.
Il fido (di Trump) Mark Rutte, segretario generale dell’Alleanza atlantica, ha chiuso il vertice dicendo: “La Nato è più forte che mai”. Rutte ha ricordato che nel 2025 europei e Canada hanno aumentato i loro investimenti per la difesa di 139 miliardi di dollari. Ad Ankara sono stati annunciati 50 miliardi di appalti e 140 miliardi di aiuti a Kiev nel biennio 2026/’27.
Più che sulla Nato, le analisi dei grandi media Usa puntano sulla decisione di Trump di riaccendere il conflitto, solo tre settimane dopo avere firmato un memorandum of understanding che prevede una tregua, mai totalmente rispettata da nessuna delle parti, e 60 giorni di trattative per trovare un’intesa di pace.
Non c’è una risposta univoca, anzi non c’è proprio una risposta, perché l’escalation pare accrescere le difficoltà del presidente e non comportare nessun sviluppo positivo. Sul fronte economico, l’Fmi (il Fondo monetario internazionale) prevede una crescita globale ridotta al 3% quest’anno, a causa della guerra e dell’inflazione che ne deriva. Dopo gli attacchi di martedì e mercoledì, i prezzi dell’energia hanno toccato il loro massimo da circa un mese in qua e i mercati azionari sono scesi.
La Cnn si chiede quali opzioni abbia ora Trump in Iran: “Non molte e tutte cattive”, è la risposta. E scrive che il presidente “gioca con il fuoco dell’economia”, dichiarando finito l’accordo con l’Iran. Il Washington Post afferma: “Trump riapre la guerra con l’Iran e un problema politico che non sa risolvere… I repubblicani affrontano le elezioni d’autunno impacciati da un conflitto cui gran parte degli elettori s’oppone, incapaci di porvi fine e in larga misura non disposti a rompere con l’uomo che l’ha iniziato”, cioè il presidente.
La notizia di fonte israeliana di un ipotetico complotto iraniano per assassinare il presidente Usa sarebbe un elemento della decisione del presidente di riprendere la guerra all’Iran. E il complotto spiegherebbe anche il fatto che ha creato molti interrogativi che Trump sia ripartito dalla Turchia, dopo il Vertice della Nato ad Ankara, usando il suo vecchio AirForceOne e non quello appena regalatogli dal Qatar, che non avrebbe tutti i dispositivi di sicurezza del precedente.

