Il caso Roggero continua a dividere l’opinione pubblica, oscillando tra condanna e celebrazione. La recente analisi della dott.ssa Olivia Ninotti, pubblicata sul Corriere della Sera, ha riportato l’attenzione su un punto essenziale: il pericolo di trasformare Roggero in un modello eroico. Non è una questione giudiziaria, né una valutazione morale del singolo. È un rischio culturale e psicologico che merita di essere approfondito alla luce di ciò che la clinica osserva quotidianamente.

Il trauma che non si chiude

Un trauma non elaborato non si estingue con l’arresto degli aggressori, né con la loro morte. Resta incistato nella memoria emotiva e diventa una lente attraverso cui si interpreta il mondo. In molti casi, questo trauma si trasmette alle generazioni successive: non come evento, ma come stile emotivo, come narrazione familiare, come postura identitaria. È un’eredità invisibile che modella la percezione della sicurezza, della giustizia e della vulnerabilità.

La vendetta come archetipo

La vendetta non è un impulso “cattivo”: è un archetipo antico, un tentativo primitivo di ripristinare un equilibrio percepito come spezzato. Quando però questo archetipo non viene riconosciuto e trasformato, cresce. E cresce soprattutto quando la speranza di ottenere giustizia viene delusa o percepita come irraggiungibile.

Il vittimismo come irrigidimento del trauma

Quando una condanna viene vissuta come un’ingiustizia assoluta, senza alcuna integrazione delle proprie responsabilità, il trauma si irrigidisce. Il vittimismo diventa una difesa identitaria: “Se sono vittima, non posso essere colpevole.”

Questa scissione ha conseguenze profonde:

  • alimenta la rabbia;
  • impedisce la riparazione;
  • amplifica il desiderio di vendetta;
  • può condurre a gesti autodistruttivi che diventano un’ultima forma di accusa verso chi “non ha capito”.

Nella pratica clinica penitenziaria, questo meccanismo è noto: il suicidio come atto di vendetta simbolica, come estrema rinuncia alla vita e insieme come messaggio.

Il rischio dell’identificazione

Il vero pericolo non è la polarizzazione del dibattito. Il pericolo è che Roggero diventi un archetipo: il giustiziere ferito, l’uomo che “fa ciò che lo Stato non fa”.

Un modello che può attrarre adulti fragili, isolati, privi di contenimento emotivo e di reti di ascolto. In quel vuoto, la “giustizia fai da te” può apparire come l’unica via: non perché sia giusta, ma perché è semplice, dà un ruolo, un nemico, una direzione. Offre una scorciatoia identitaria a chi non ha strumenti per elaborare la propria rabbia o il proprio trauma.

Una responsabilità collettiva

Il punto non è giudicare Roggero come individuo. Il punto è comprendere che ogni volta che trasformiamo un gesto tragico in un simbolo eroico, stiamo seminando qualcosa che può germogliare in chi non ha limiti interni, non ha voce, non ha qualcuno che lo ascolti.

La giustizia non può essere sostituita dalla vendetta. E la vendetta non può essere scambiata per coraggio.

Riconoscere la complessità del trauma, del vittimismo e dell’identificazione è un atto di responsabilità collettiva. Solo così possiamo evitare che la ferita di uno diventi il modello di molti.

Scrivo da psicologa con oltre trent’anni di lavoro clinico in ambito penitenziario per adulti, dove il trauma assume molte forme e dove ho incontrato storie che risuonano con dinamiche simili. È da quella esperienza che nasce la mia posizione: riconoscere la complessità non è un esercizio teorico, è un dovere verso chi potrebbe identificarsi con modelli pericolosi.

Daniela Teresi, psicologa, psicoterapeuta

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