E se il femminicidio fosse l’ultimo disperato tentativo degli uomini di difendere il mito virile e la sua invenzione culturale? Se partissimo dall’insicurezza delle loro mutande invece che dalla lunghezza delle gonne?

Accanto alla prospettiva femminile, che ha generato un ribaltamento epocale del paradigma relazionale, sarebbe interessante accostare una prospettiva maschile, cioè studiare da quali radici millenarie nasce il modello che ha strutturato la società intorno ai bisogni e all’identità maschile. La novità storica del pensiero di genere è che non c’è più alcuna supremazia da esibire, nessun controllo. Ora è proprio questa condizione emergente, che si fa fatica ad accettare, in quanto genera un senso di perdita radicale, la percezione di un fallimento maschile identitario e collettivo.

Vannacci ha ridefinito i confini della decenza, negando l’esistenza del femminicidio e derubricandolo ad un “omicidio come tutti gli altri”; ha svuotato di significato la parola, restituendo all’azione del maschio la funzione di azzerare l’identità della sua vittima, di confonderla nel mare delle senza nome. Non si accorge che si smentisce da solo, riducendo la virilità a una testimonianza del passato, a una rovina archeologica.

L’approccio al femminicidio dell’opinione pubblica si basa su standard di circostanza, lascia affiorare luoghi comuni, così che si svilisca il dibattito. I casi vengono presentati come un’anomalia, una devianza, e questo genera un diffuso senso di autoassoluzione. A volte si ripropongono i ruoli tradizionali, ma per dir così, modernizzati. Quando si tratta soprattutto di giovani coppie, per esempio, il ragazzo assume il ruolo del bodyguard, muscoli e sicurezza. Moderno, dinamico, ma attento a confinare la sua ragazza nell’ombra o, dall’altro canto, ad esibirla come preda personale.

Raramente si problematizza la normalità e questa è invece una competenza tra le più importanti da acquisire.

Va ancora peggio, quando si passa a parlare del problema “educativo”. Esso presenta molti vantaggi: sposta il problema nel futuro; crea l’illusione che la violenza sia solo un retaggio del passato; invoglia a credere che sia un fenomeno che coinvolge per lo più gli ignoranti. I corsi di educazione affettiva sono ormai lodati come una panacea. In realtà, ripropongono una scuola prescrittiva e antidemocratica, basata sul consenso imposto dall’indottrinatore di turno.

Di fronte a questi approcci tradizionali, ci chiediamo se la macchina del consenso maschile stia creando nuove risposte alla crisi androcentrica, più allineate alle metamorfosi del nostro tempo.

In questa fase, bisognerà quindi decifrare i linguaggi di quest’angoscia di sradicamento, una faglia profonda, che esploreremo nel prossimo articolo.

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