L’uomo cavernicolo trascina la donna per i capelli e con la clava nell’altra mano picchia sodo, per far intendere chi è che comanda. Vede la società come una specie di giungla nella quale districarsi, combattendo per il primato. Chi ce l’ha più lungo può senz’altro sperare di farcela e non tanto perché la donna possa apprezzare l’articolo, tanto in ogni caso lei non conta nulla, quanto per sventolare ai suoi pari un trofeo simbolico e rasserenante. Il mondo oscuro della lotta per il potere comincia da questo orizzonte e il femminicidio non è che uno degli aspetti di una visione totalitaristica e violenta della vita sociale e di relazione. Ancora oggi nei consessi meno consueti, non nei bar o allo stadio, ma nei circoli, nei salotti per bene e perfino in qualche classe scolastica si abbina l’essere uomo all’odore del maschio, come se l’animale femmina sentisse il cacciatore con il suo olfatto. E non si escludono altre raffinatezze di questo tipo, basti pensare alle posture che ancora imperversano nelle pubblicità o alla potenza attribuita alla ricchezza. Il cavernicolo mugugna, non parla. Si nega qualsiasi forma di introspezione. Non si confronta, esegue. Non possiede gli strumenti cognitivi e linguistici per esprimere il disaccordo; sa solo alzare la voce, occupare lo spazio. Impone il terrore.

Il femminicidio, tuttavia, non è solo il frutto di un patriarcato ancora vivissimo nella cultura contemporanea, ma anche di dinamiche manipolatorie sommerse, spesso di tipo affettivo. Non c’è solo la caverna a proteggere questi uomini, ma anche una sala da concerto, una biblioteca, una raffinata mostra rinascimentale. E a proposito di odori, spessissimo è anche una profumeria. Si chiama uomo performer ed è facilissimo imbattersi in questa tipologia maschile molto più pericolosa dell’altra. Il meccanismo è lo stesso e il rifiuto dell’autonomia femminile quanto la paura di essere abbandonati si rivelano sia nella brutalità sia nella gentilezza dell’uomo decostruito, di colui, cioè, che fa finta di comprendere gli stereotipi della mascolinità e di combatterli.

Il mostro non è sempre riconoscibile. Si può camuffare dietro l’esibita dolcezza, a volte perfino dietro un’apparente subordinazione; nella sua borsa di tela colorata può starci un romance o una rivoltella, chissà!

Basta girarsi intorno per capirlo. Books are my safe space (I libri sono il mio spazio sicuro) recita la scritta sulla maglietta indossata dal giovane uomo sorridente e rassicurante e l’accostamento libri – sicurezza alla mascolinità crea un effetto esplosivo.

Se guardiamo ai modelli che la cultura dello spettacolo, e non solo, ci mostra non ci sarebbe niente da ridire, perché rientrano nelle scelte di mercato, costruiti come sono su criteri di consenso e di pervasività commerciale. Pensiamo ad attori come Timothée Chalamet, il soft boy sognato da milioni di donne oppure a Paul Mescal, che di recente abbiamo visto in Hamnet o ancora, forse più di tutti, a Penn Badgley che ha incarnato nella serie You esattamente questo prototipo. Essi raffigurano perfettamente l’estetica del ragazzo sensibile e comprensivo, disposto al dialogo, catenina d’oro, sguardo malinconico, emotività esibita come vulnerabilità. Il fatto è che una volta diventati modelli estetici questi personaggi vengono imbrigliati dal maschio performer sotto casa, interiorizzati e usati come scudi emotivi. L’uomo che si diletta nei componimenti poetici, sempre disponibile all’ascolto, che non esita a commuoversi, è pronto ad usare la carta della sua fragilità intellettuale per erodere gradualmente le difese delle donne che richiamano la sua attenzione. Un Bel Ami contemporaneo. Prende in prestito il linguaggio della parità per agire senza allarmare. Costui usa da grande esperto il meccanismo dello stalking martellante, ma raffinato, la sua clava è lo smartphone, compone una specie di copione intellettuale e sottilmente erotico a cui la donna deve corrispondere e quando questa dinamica diventa ossessiva e viene finalmente rifiutata allora isola, uccide, violenta. Fa a pezzi.

Il nostro cavernicolo e il raffinato performer vanno a braccetto, entrambi agiscono in nome di un diritto di proprietà o di una superiorità intellettuale. Entrambi controllano la partner con il “Sei mia!” o col “Nessuno ti capisce più di me”, ma una volta spezzato il filo l’epilogo resta lo stesso. Cambia solo l’arma: una clava oppure una borsa di tela.

Autore

  • È stato un professore e poi dirigente scolastico con la fissa per la cooperazione.
    Laureato in Filosofia, si è specializzato in Pedagogia e perfezionato in Didattica. Ha
    studiato a lungo Storia dell’Arte e lo fa ancora con passione. È stato per oltre un
    ventennio docente di Didattica Generale presso l’ISSR di Nola (Na). Gli piace
    pubblicare saggi e articoli di pedagogia e didattica, arte e filosofia, cinema. Conduce
    una rubrica sul giornale online “Il Mediano” dal titolo “Storie dalle città invisibili”.
    Collabora saltuariamente con il quotidiano online “Italianotizie24”. Ha diretto tre
    Osservatori Educativi con il Centroletture Huck Finn, gruppo di ricerca online, ed è
    impegnato in varie associazioni culturali. Appassionato cultore di studi sulla
    nonviolenza. Non riesce a vivere senza libri e senza cinema. Gli piace viaggiare e
    passeggiare in bicicletta.

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