2 Settembre 2026 - mercoledì

Quando il massimo comun divisore diventa un metodo di politica economica: la lezione di metodo del Prof Federico Caffè.

La Costituzione italiana viene celebrata e giustamente per il risultato che rappresenta. Ma bene sottolineare che il suo insegnamento più prezioso non sta soltanto nel testo delle norme che ci ha lasciato. Sta nel *metodo* con cui quelle norme furono costruite.
Alla Costituente si sedettero uomini che non avevano affatto le stesse idee. Comunisti, socialisti, cattolici, liberali, repubblicani che non erano certo anime belle in cerca di un accomodamento, ma portatori identità politiche forti, spesso sorrette da ideologie inconciliabili tra loro. E tuttavia riuscirono a confrontarsi e a coniare un metodo di lavoro. Non per annacquare le proprie convinzioni in un minimo comune denominatore, ma per cercare, attraverso il conflitto e la discussione leale, un massimo comun divisore ovvero una sintesi più alta di quella che ciascuno avrebbe potuto raggiungere da solo.
La parola «compromesso» spesso usata nei confronti della Costituente rischia di diventare ingannevole. Il compromesso, quando è soltanto rinuncia reciproca, produce una soluzione minima e generalmente mediocre che scontenta tutti e non convince nessuno. Il metodo Costituente era un’altra cosa ovvero non cancellava le differenze ma le metteva al lavoro. Il risultato fu una Costituzione nella quale le diverse culture politiche si sono costrette a produrre qualcosa che le trascende.
E questo metodo non rimase confinato al diritto, ma la sua lezione arriva anche all’economia con la testimonianza particolarmente significativa di Federico Caffè. Caffè partecipò alla Commissione economica per la Costituente e fu, negli anni della ricostruzione, capo della segreteria particolare di Meuccio Ruini, che presiedette poi la Commissione dei 75.
In Caffè si ritrova la stessa idea di un’economia che non deve essere il terreno della resa di una parte all’altra, ma quello della ricerca di una composizione superiore fra interessi e valori differenti. Mercato e intervento pubblico, libertà economica e giustizia sociale non sono per lui formule da scegliere dogmaticamente ma problemi da affrontare con gli strumenti della politica economica.
È, in sostanza, la stessa lezione della Costituente: non chiedere alle diverse culture economiche di smettere di essere tali, ma consentire di fare qualcosa insieme.
Rispetto questa feconda impostazione di metodo, il confronto con il presente diventa impietoso. Basta guardare la desolazione del nostro dibattito pubblico ed anche economico, con contrapposizioni spesso pretestuose, indignazioni a comando, guerre di posizione combattute per un titolo di giornale o per qualche secondo di televisione ed abbondanza di parole fuori misura. Ci si divide volentieri anche quando non c’è nulla di sostanziale da dividere, perché la contrapposizione è diventata il sistema ignorante più facile del pensiero e l’urlo più redditizio dell’argomentazione che non si riesce a sostenere. Ci si combatte persino sulle macerie, come se il merito consistesse nell’assicurarsi la proprietà della polvere è del brutto gusto.
I Costituenti, che pure avevano alle spalle una guerra, una dittatura e una frattura ideologica assai più drammatica delle nostre, riuscirono a fare diversamente. Non si amarono, non si convertirono reciprocamente, non scoprirono improvvisamente di avere tutti ragione, comunque si rispettarono lealmente e si presero sul serio. E proprio per questo riuscirono a costruire.
È questa la differenza fra una politica ed economia che incenerisce e consuma rispetto una politica che produce. La prima ha bisogno della costruzione del nemico; la seconda ha bisogno dell’avversario leale. La prima vive di ignoranza, odio e contrapposizioni; la seconda di confronti e rispetto leale. La prima cerca il minimo che consenta di sopravvivere; la seconda il massimo che permetta di costruire.
Ritengo che la lezione della Costituente e di Caffè, di cui oggi abbiamo bisogno, sia tutta qui.

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