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Author: Alfonso Scarano
L’ONU agonizza a New York, risanarlo altrove, prima che sia troppo tardi
Arriva un momento, nella vita delle istituzioni come in quella degli uomini, in cui continuare a fare le stesse cose sperando in risultati diversi — come avvertiva Einstein — cessa di essere ingenuità e diventa la forma più pericolosa di irresponsabilità. Quel momento, per le Nazioni Unite, è adesso. Lo diciamo senza drammi e senza nostalgie: l’ONU che conosciamo è clinicamente agonizzante. La sua malattia gravissima deriva dal cumulo di mille viltà accumulate in ottant’anni — il veto usato come clava, i bilanci svuotati per capriccio sovranista, i bambini che muoiono di fame mentre il Palazzo di Vetro discute di…
Il risparmio europeo alla conquista della finanza, si fa per dire!
Una volta gli italiani mettevano i soldi sotto il materasso. Poi arrivarono le banche e li convinsero che il materasso non rendeva. Oggi arriva l’Europa e spiega che nemmeno il conto corrente va più bene. Bisogna investire! Bellezza e non devi fiatare! Non è un consiglio, è un progetto politico. Si chiama *Savings and Investment Union* SIU, come il fischio di un proiettile vicino alla testa, che nella sua elegante formula anglosassone, nasconde una delle più grandi operazioni di ingegneria finanziaria del nostro tempo: trasformare il risparmio dei cittadini europei in carburante per i mercati dei capitali. Ti pare poco?…
Un certo strabismo non si cura con gli occhiali perché non è ottico ma politico. È lo strabismo di chi vede nitidamente le pagliuzze negli occhi altrui e che oggi magnifica per tronchi, ma ignora con ammirevole ostinazione ed abilità dialettica le travi conficcate nel proprio occhio ed esperienza storica da protagonista. Mario Draghi, nel suo solenne intervento di Lovanio, ne offre un esempio da manuale. Il mondo liberale è finito, ci dice. L’ordine internazionale basato sulle regole si è sgretolato. Il commercio non segue più il vantaggio comparato, ma il vantaggio assoluto. L’interdipendenza è diventata un’arma. Accipicchia che bravo,…
*Le parole che dividono il mondo: semiti, ebrei, sionisti, antisemiti e un DDL Delrio che non capisce la storia* Mi è stato chiesto di scrivere su un tema che spesso si sfiora, ma non si affronta davvero: “le parole” che governano l’immaginario del conflitto tra Israele e Palestina, e più in generale del rapporto millenario tra ebraismo e mondo. Parole usate ogni giorno come fossero pietre: “semita”, “antisemita”, “sionista”, “ebreo”, “ebraico” e tutto quel “contro” ed “anti” che ci si costruisce sopra. Parole che qualificano identità, che scatenano accuse, che chiudono bocche e teste. Parole che spesso diventano insulti prima…
Donald Trump che scrive al Presidente israeliano Isaac Herzog per chiedere la grazia a Benjamin Netanyahu è una scena che meriterebbe di essere incisa nel bronzo, più che commentata. Una cartolina del potere che si autoprotegge, si autogratifica e, soprattutto, si autoassolve. Gli impuniti del mondo che si scambiano favori come fossero biglietti da visita, convinti che la legalità sia un orpello per anime timorate, non per statisti di ventura. Trump, con la delicatezza diplomatica di un bulldozer, invita Herzog a lasciar perdere quei processi per corruzione, frode e abusi che pendono sul capo di Netanyahu come una spada di…
C’è un fatto che non serve più nascondere dietro i comunicati diplomatici: il mondo si sta riempiendo di missili, droni armi terrificanti come fossero i nuovi giocattoli di una umanità più inquieta. Si moltiplicano tensioni, incidenti “accidentali”, guerre per procura, esercitazioni che odorano troppo di prove generali. E tutto accade con una disinvoltura e una retorica che fa venire i brividi. Ma è proprio in questo ritorno al muscolo armato che s’intravede, quasi per contrappasso, l’occasione per riscoprire il valore della parola “pace”. L’Europa, questa vecchia ma ancora testarda culla di una gloriosa civiltà, può tornare ad essere la geografia…
C’è un vecchio adagio, più realistico che cinico, secondo cui la pace quando si firma tra coloro che non combattono, allora è molto fragile tra coloro che non firmano. L’accordo di Sharm el-Sheikh, salutato con squilli di tromba e parole solenni, sembra confermarlo. Quattro firme in calce — Trump, al-Sisi, Erdoğan e il premier del Qatar — e nessuna che rappresenti realmente i due popoli che da decenni si guardano in cagnesco tra Gaza e Gerusalemme. È una pace di garanti e mediatori, non di protagonisti; una carta da parata diplomatica, non un vero contratto tra popoli. Il testo, pubblicato…
C’è un tratto comune nella retorica del nostro tempo: si parla delle vittime, se ne mostra il dolore, ma si lascia in ombra il carnefice, chi quelle vittime le produce. Si separa dunque retoricamente l’effetto dalla causa, come se la morte dei bambini, la distruzione delle case, la fame negli ospedali, fossero una piaga della natura, un’inondazione, un terremoto. È difatto un’operazione fumogena: se ci sono vittime, devono anche esserci i carnefici. Eppure, il discorso pubblico si ferma alla metà più piagnona e meno coraggiosa della indignazione. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ricevendo il premio dedicato al pediatra Roberto…
Una bambina di quattro anni è morta di fame. Non in un remoto villaggio del Sahel, non nel cuore di qualche giungla dimenticata. Ma nella Striscia di Gaza, a poche ore di volo da Roma, Tel Aviv, Londra. Si chiamava Razan Abu Zaher, e il suo corpo, ormai svuotato da giorni di digiuno, è stato consegnato alla pietà degli uomini da un ospedale che non ha più medicine, né latte, né anestetici. Solo fame. Fame nuda, fame provocata, fame trasformata in arma. In un mondo normale, a questa notizia seguirebbe la pietà umana, il silenzio. Un rispetto muto. E invece…

