C’è un tratto comune nella retorica del nostro tempo: si parla delle vittime, se ne mostra il dolore, ma si lascia in ombra il carnefice, chi quelle vittime le produce. Si separa dunque retoricamente l’effetto dalla causa, come se la morte dei bambini, la distruzione delle case, la fame negli ospedali, fossero una piaga della natura, un’inondazione, un terremoto. È difatto un’operazione fumogena: se ci sono vittime, devono anche esserci i carnefici. Eppure, il discorso pubblico si ferma alla metà più piagnona e meno coraggiosa della indignazione.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ricevendo il premio dedicato al pediatra Roberto Burgio, ha ricordato con parole limpide e pesanti il destino dei più fragili: i bambini rapiti in Ucraina, i neonati uccisi il 7 ottobre, i piccoli strappati alla vita a Gaza sotto i bombardamenti. Ha parlato di “peso di inciviltà insostenibile” per la comunità internazionale. Un monito alto, che dovrebbe spazzare via le nebbie dei dubbi.

Eppure, proprio qui si annida la contraddizione. Perché la retorica oggi dominante preferisce la vaghezza sulle cause (volonta’ umane) rispetto gli effetti: “le guerre portano violenza”, “ci sono tragiche conseguenze”. Ma le guerre non sono entità astratte: sono decise da uomini, condotte da governi, fiumi di soldi, e perpetrate da apparati militari. Ogni bambino morto di fame in un ospedale senza medicinali a Gaza non è la “tragica conseguenza” di un effetto collaterale di una guerra generica: è l’effetto diretto di chi bombarda, di chi assedia, di chi nega carburante e medicinali e di chi fa propaganda per negare e nascondere tutto cio’.

La retorica dell’“emergenza umanitaria” finisce poi per costruire un feticcio: le vittime diventano quasi fatalità inevitabili, mentre i carnefici (bibi ad esempio, non citato) si dissolvono nell’ombra. È come raccontare la Shoah senza i nomi dei capi nazisti, le foibe senza i plotoni d’esecuzione, le stragi di mafia senza i boss. Una semplificazione che non è neutra: serve a evitare lo scandalo politico della responsabilità e del coraggio di stigmatizzare gli autori dei crimini.

E invece la situazione è spudorata. A Gaza, come a Mariupol, come nei villaggi del Sudan, non si muore per un destino cieco. Si muore per decisioni consapevoli, prese in uffici con condizionatori accesi e mappe stese sui tavoli. Si muore perché qualcuno sceglie la logica dell’annientamento invece della mediazione. Si muore perché c’è chi considera la vita di un bambino un “danno collaterale”.

La propaganda, intanto, lavora in parallelo. Dipinge ogni denuncia come “odio”, ogni paragone come “delirio”, ogni richiamo alla storia come “sofismo”. È la tecnica più antica: spostare il fuoco dall’azione concreta alla moralità e correttezza di chi osa nominarla. Così, chi ricorda le responsabilità viene accusato di propaganda, e chi compie i massacri si ripara dietro la nebbia dei “conflitto inevitabili ”.

Ma se vogliamo davvero difendere i diritti dei bambini, non basta piangere le vittime. Bisogna avere il coraggio di nominare i carnefici, per ristabilire coerenza. La pace non nasce dall’omertà diplomatica, ma dal riconoscimento netto della colpa. Se ci sono morti innocenti, ci sono colpevoli. E se la comunità internazionale si limita a compatire senza indicare i responsabili, si rende complice.

Mattarella ha parlato di “peso di inciviltà insostenibile”. È il passaggio più vero e più duro. Ma insostenibile non vuol dire inevitabile. Vuol dire che ogni giorno in più in cui la retorica copre i carnefici, la civiltà stessa si piega sotto il peso della propria ipocrisia.

E allora la domanda è semplice, e brucia: fino a quando accetteremo la favola delle vittime senza carnefici?