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    Home»Società»Il voto cattolico americano, il delirio di Trump e i viaggi di Leone
    Società

    Il voto cattolico americano, il delirio di Trump e i viaggi di Leone

    Paolo PiccinniDi Paolo PiccinniAprile 20, 20264 VisualizzazioniTempo lettura 5 min.
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    Negli Stati Uniti i cattolici sono circa il 22% della popolazione adulta.  Quasi tutti i Presidenti americani si sono dichiarati cristiani, ma i cattolici sono stati solo due: i democratici John Fitzgerald Kennedy e Joe Biden. La componente cattolica del voto ha però influito notevolmente nella scelta di molti Presidenti. Da attendibili inchieste, nelle ultime 16 elezioni ben 13 volte i cattolici hanno votato per il vincitore, e si è diffusa l’affermazione “chi vince il voto cattolico vince le elezioni”. Ciò è avvenuto per entrambi i mandati di Donald Trump.

    I cattolici americani e la deriva di Donald Trump

    Un recente articolo sull’autorevole periodico The Atlantic ha evidenziato come il secondo mandato di Trump abbia accelerato nei cattolici americani l’ampiamento della tradizionale sensibilità per i temi etici personali anche a temi sociali e politici: l’immigrazione, il diritto internazionale, la pace.

    La Conferenza Episcopale Cattolica Americana ha deplorato “l’indiscriminata deportazione di massa” degli immigrati, e definito un “affronto alla dignità umana” il piano di Trump di revocare la legge costituzionale di cittadinanza per diritto di nascita. L’intervento militare e le apocalittiche minacce all’Iran sono stati oggetto di condanna dei Cardinali Robert McElroy, Blase Cupich e Joseph Tobin, arcivescovi rispettivamente di Washington DC, di Chicago e di Newark.

    Di fatto il mondo cattolico, non solo americano, si è progressivamente allontanato dalle crescenti follie di Donald Trump, riconoscendone il pericoloso narcisismo maligno e il delirio di onnipotenza. Il rozzo attacco a Papa Leone, “debole con la criminalità e pessimo nella politica estera”, ha attratto l’attenzione del mondo verso ogni parola pronunciata dal Pontefice. Che ha rafforzato il suo Magistero di pace, iniziato fin dalle prime sue parole dalla Loggia di San Pietro il giorno dell’elezione. Un Magistero continuato in tutto il primo anno di pontificato e ora nelle tappe dell’attuale viaggio in Africa.

    L’attacco di Trump al suo connazionale Papa Leone, nonché la maldestra improvvisazione da teologo di J. D. Vance per argomentare la presenza di Dio nelle guerre, hanno già avuto un enorme effetto. Di ampliare sensibilmente la popolarità dell’attuale Papa, non solo tra i cattolici, e fra chi ha assai viva la memoria del suo predecessore, lo straordinario Papa Francesco. E parallelamente di attuare negli Stati Uniti, anche qui non solo tra i cattolici, un vero e proprio crollo di consenso politico, ben prima delle midterm di inizio novembre.

    I viaggi di Papa Leone

    Il primo viaggio di Leone è stato in Turchia e Libano, tra novembre e dicembre. In occasione dei 1700 anni del Concilio di Nicea, che fissò i dogmi fondamentali del Cristianesimo, tuttora contenuti nel Credo, momento centrale di ogni Messa. Il viaggio ha incluso visite ad Ankara, Istanbul, Beirut, e incontri interreligiosi con varie comunità. Di esso si parla in un interessante articolo di Gaetano Pergamo su questo giornale.

    Il secondo viaggio all’estero è stato brevissimo. Una giornata a Montecarlo, purtroppo superficialmente commentata da qualche giornalista. La meta è stata scelta per parlare direttamente ai poteri economici e finanziari del mondo. E rivolgere l’appello per l’uso dei beni materiali al servizio dell’umanità e della giustizia sociale.

    Un ben più lungo viaggio è attualmente in corso. Dal 13 al 23 aprile in Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale. Includendo Ippona e gli altri luoghi di sant’Agostino, fondamentale riferimento di Leone dagli anni della sua formazione. In programma poi un viaggio in Spagna dal 6 al 12 giugno, e uno in America Latina, incluso il suo amato Perù, in autunno. Si parla poi insistentemente di un viaggio al Parlamento europeo di Strasburgo, accogliendo l’invito di Roberta Metsola.

    L’Independence Day e Lampedusa

    L’imminente Independence Day del 4 luglio 2026 prevede solenni celebrazioni dei 250 anni dalla nascita degli Stati Uniti d’America. Sarebbe naturale attendersi per questa straordinaria occasione la partecipazione di Leone XIV, primo Papa statunitense. Da quando sono iniziati i viaggi dei Papi, tutti i Pontefici hanno visitato gli Stati Uniti: Paolo VI nel 1965, poi sette volte Giovanni Paolo II dal 1979 al 1999, Benedetto XVI nel 2008, Francesco nel 2015.

    L’invito della Casa Bianca per il prossimo 4 luglio è stato declinato dal Vaticano. Per lo stesso 4 luglio è confermata invece la presenza di Leone XIV a Lampedusa.

    Quindi Lampedusa il 4 luglio rivestirà un’importanza particolare. Si ricorderà che a Lampedusa fu il primo viaggio di Papa Francesco, l’8 luglio 2013. La sua omelia partì dalle drammatiche domande di Dio all’umanità: “Adamo, dove sei?” e “Caino, dov’è tuo fratello?”, contenute nel libro della Genesi.

    Le parole che Leone XIV pronuncerà il 4 luglio a Lampedusa saranno udite da quanti vorranno ascoltare. Esse forse risuoneranno anche come la migliore celebrazione del 250-esimo Independence Day americano. Con il richiamo ai valori dell’accoglienza e della libertà e uguaglianza, che hanno consentito la formazione e la crescita di quel grande paese che, lo speriamo tutti, riprenderanno a essere gli Stati Uniti d’America.

    Concludo con un’osservazione molto semplice. Nei 2000 anni della sua storia, la Chiesa di Roma si è confrontata con ogni forma di potere umano: imperi e imperialismi, regni, dittature, guerre, rivoluzioni. Sono sempre stati questi ultimi a vedere il loro tramonto. “La Chiesa” ricordò Paolo VI il 4 ottobre 1965 alle Nazioni Unite di New York, nella prima visita di un Papa negli Stati Uniti, “mette a disposizione per la civiltà moderna e la pace mondiale la sua plurisecolare esperienza in umanità”.

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    Paolo Piccinni
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    Nato nel 1952. Professore a contratto, in precedenza ordinario di Geometria, all’Università Sapienza di Roma. Ho trascorso periodi di studio e ricerca in varie istituzioni negli Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Austria. Sono figlio di un giornalista.

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