Arriva un momento, nella vita delle istituzioni come in quella degli uomini, in cui continuare a fare le stesse cose sperando in risultati diversi — come avvertiva Einstein — cessa di essere ingenuità e diventa la forma più pericolosa di irresponsabilità. Quel momento, per le Nazioni Unite, è adesso.
Lo diciamo senza drammi e senza nostalgie: l’ONU che conosciamo è clinicamente agonizzante. La sua malattia gravissima deriva dal cumulo di mille viltà accumulate in ottant’anni — il veto usato come clava, i bilanci svuotati per capriccio sovranista, i bambini che muoiono di fame mentre il Palazzo di Vetro discute di procedure. Lo aggrava, soprattutto, la più clamorosa delle contraddizioni giuridiche che il nostro tempo abbia prodotto: uno Stato che smette di pagare la propria quota ritira i fondi a UNICEF, OMS e WFP, abbandona sessantasei organizzazioni internazionali in un pomeriggio — e il giorno dopo si siede al Consiglio di Sicurezza ad esercitare il suo diritto di veto. Potere di veto senza responsabilità della cura economica. Privilegio senza obblighi. Questa non è politica internazionale, è – di fatto – qualcosa che suona come una estorsione istituzionale, ed un tradimento dei principi fondativi.
Washington — questa Washington di Trump, si badi bene, non quella di Roosevelt che quell’ONU lo volle e lo costruì — ha scelto di stare nel mondo non come garante di un ordine condiviso, ma come potenza che decide caso per caso, senza vincoli, con la logica del mercante che compra o si impossessa di ciò che gli serve e scarica il resto. L’America First Trumpiana, portata alle sue conseguenze logiche, è la negazione stessa del multilateralismo.
Questo è evidente ai più, ma non si ha il coraggio e la ragionevole pragmaticità di prenderne atto.
L’Europa si trova davanti due scelte. La prima è quella che sta praticando: protestare, invocare il diritto internazionale, convocare vertici, redigere comunicati, arrancare sparsa. La seconda è quella che non ha ancora il coraggio o la consapevolezza di praticare: agire.
Agire in questo caso significherebbe porre sul tavolo dell’Unione Europea una proposta che fino a ieri sarebbe sembrata solo provocatoria e oggi appare semplicemente necessaria — avviare un dibattito serio, strutturato, diplomaticamente coraggioso, sulla rifondazione dell’architettura multilaterale globale.
La proposta di spostare la sede ONU da NY a Strasburgo o a Ginevra, non è solo la visione di spostare in Europa una sede per dispetto. Si tratta di qualcosa di più strategico e profondo. Significa riconoscere che il sistema attuale non funziona, si è rotto, e che i cocci non si incollano con i comunicati stampa. Se l’ONU non può riformarsi dall’interno perché chi dovrebbe essere riformato detiene il veto sulla propria riforma, allora la comunità internazionale ed in particolare l’Europa deve trovare la volontà politica di costruire qualcosa accanto — non contro — a ciò che resta. Un’architettura multilaterale rinnovata, finanziata da chi ci crede, governata da regole che non possano essere bloccate da chi smette di rispettarle.
L’Europa ha i numeri, la storia e la vocazione per farlo. È l’unica area del mondo che ha già dimostrato, concretamente, che Stati sovrani possono cedere quote di sovranità senza perdere identità — anzi guadagnandone in forza collettiva. Ha Strasburgo, Ginevra, Bruxelles: luoghi che incarnano l’idea stessa di diritto sopranazionale. Ha il peso economico per attirare intorno a questo progetto i paesi che nel mondo ancora credono nelle regole internazionali e del benessere che queste producono — e sono molti più di quanto la narrazione nichilista dello scontro tra blocchi lasci credere.
In pratica, occorrerebbe che il Parlamento Europeo convochi una sessione straordinaria dedicata esclusivamente al futuro del multilateralismo. Che l’Alto Rappresentante per la Politica Estera promuova un forum internazionale aperto — Africa, Asia meridionale, America Latina, piccoli Stati insulari, tutti coloro che dall’ordine basato sulle regole hanno più da guadagnare e più da perdere. Che si discuta con serietà e senza tabù di come riformare il Consiglio di Sicurezza, di come sganciare il diritto di veto dall’inadempimento finanziario, di come costruire meccanismi di governance globale che non possano rimanere ostaggi di un palazzo con sala ovale, ad esempio.
Il mondo di oggi non può aspettare; le guerre proliferano, il clima non negozia, le crisi non riconoscono frontiere. I problemi che nessuno Stato può risolvere da solo — e sono quasi tutti — continuano ad accumularsi mentre l’istituzione nata proprio per affrontarli, l’ONU, agonizza per mancanza di fondi, di meccanismo di veto e, nella sostanza, di reale volontà politica multilateralista.
Come il bambino della fiaba che solo osò dire ad alta voce ciò che tutti vedevano e nessuno voleva ammettere — che l’imperatore era nudo — anche tutti noi abbiamo il dovere di nominare l’indicibile: senza un’iniziativa europea decisa e visionaria, il multilateralismo non attraversa solo una crisi, ma di vera e propria agonia. E con esso, un pezzo della civiltà che abbiamo impiegato ottant’anni a costruire.


