C’è un vecchio adagio, più realistico che cinico, secondo cui la pace quando si firma tra coloro che non combattono, allora è molto fragile tra coloro che non firmano. L’accordo di Sharm el-Sheikh, salutato con squilli di tromba e parole solenni, sembra confermarlo. Quattro firme in calce — Trump, al-Sisi, Erdoğan e il premier del Qatar — e nessuna che rappresenti realmente i due popoli che da decenni si guardano in cagnesco tra Gaza e Gerusalemme. È una pace di garanti e mediatori, non di protagonisti; una carta da parata diplomatica, non un vero contratto tra popoli.
Il testo, pubblicato integralmente, è un inno alla buona volontà: rispetto, dignità, dialogo, cooperazione. Tutte parole che suonano bene — e forse anche sincere, nelle intenzioni — ma che non costano nulla. Non c’è una riga che parli precisamente di confini, di rifugiati, di disarmo, di controllo dei territori o di diritto alla sicurezza delle famiglie israeliane e palestinesi. Nulla che tuteli la proprietà, il lavoro, la libertà di circolazione, o la ricostruzione delle case e le strutture bombardate. Tutto rimandato a un futuro che nessuno definisce. In questa nebbia delle buone maniere si cela il pericolo peggiore: che ogni generica affermazione possa domani diventare un cavillo, e ogni cavillo un pretesto per ricominciare.
Il linguaggio è quello consunto delle dichiarazioni multilaterali, impastato di “impegni comuni”, “visioni condivise” e “valori universali”. Ma i valori, quando non si traducono in regole concrete, restano solo le parole inerti. E i popoli, che di pace hanno bisogno per vivere, non possono nutrirsi di sola sintassi. Gaza non ha solo bisogno di enunciazioni sulla “dignità umana”: ha bisogno urgente di acqua potabile, di scuole, di strade senza posti di blocco e di sistemi di totale controllo sociale che fanno business e scuola al mondo. I cittadini di Israele non hanno bisogno di appelli alla “cooperazione”: hanno bisogno di sapere che i loro figli possono prendere un autobus senza temere le bombe.
Che poi i garanti siano proprio quei quattro — gli Stati Uniti di Trump, l’Egitto del generale al-Sisi, la Turchia di Erdoğan e il Qatar — è, più che un segno di forza, un indizio di ambiguità. Tutti, a vario titolo, sono stati parte in causa, non per vocazione umanitaria ma per interesse strategico o economico. Tutti hanno un conto aperto con la regione e un dividendo da incassare in visibilità, prestigio o influenza o affari. Nessuno, però, può parlare a nome dei palestinesi né degli israeliani. E comunque nessun rappresentante dei due popoli ha firmato.
Il documento invoca “la fine di oltre due anni di sofferenza e perdita”, ma non dice come!. È, di fatto, una tregua di carta, un manifesto di intenzioni più utile ai notiziari che ai negoziatori. E se il passato insegna qualcosa — da Oslo a Camp David a Doha — è che le paci si misurano non nel giorno della firma, ma nei giorni a seguire. Quando cominciano le obiezioni, le interpretazioni, le accuse di tradimento. Quando la realtà torna a bussare, con la durezza dei numeri: morti, assassinii, profughi, case distrutte.
Nel frattempo, la diplomazia si congratula con sé stessa. E i titoli dei giornali parlano di “nuovo inizio”, “svolta storica”, “spiraglio di speranza”. Ma la speranza, per essere credibile, ha bisogno di mani pulite e piedi per terra. Qui mancano entrambe le cose. Ci sono le firme dei potenti, non le voci dei popoli; le promesse del cerimoniale, non le garanzie della legge internazionale.
Forse, come sempre, la verità sta nel mezzo. Forse questo accordo non è inutile: può almeno abbassare i toni, fermare i cannoni, dare spazio a una pausa. Ma non chiamiamola ancora vera pace. La pace non è un documento, è una condizione. E non si costruisce solo sui fogli di Sharm el-Sheikh, ma nei quartieri di Gaza, nelle colonie del Negev, nei villaggi di Cisgiordania, dove la vita quotidiana si misura in chilometri di muro e minuti di sirena.
L’illusione di aver chiuso un conflitto con una formula giuridica è il più antico dei peccati diplomatici. Da un secolo lo ripetiamo, e da un secolo il Medio Oriente ci smentisce. Finché non ci sarà un testo firmato da chi paga davvero il prezzo della guerra — madri, lavoratori, contadini, bambini — ogni pace resterà un rito, un palcoscenico per le cancellerie.
E il giorno in cui il primo razzo tornerà a solcare il cielo, qualcuno potrà dire: “Era scritto”. Già, ma tra le righe.