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    Home»Mondo»Se questi sono giornalisti
    Mondo

    Se questi sono giornalisti

    Alfonso ScaranoDi Alfonso ScaranoAgosto 19, 20252 VisualizzazioniLettura 4 min.
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    Una bambina di quattro anni è morta di fame.
    Non in un remoto villaggio del Sahel, non nel cuore di qualche giungla dimenticata. Ma nella Striscia di Gaza, a poche ore di volo da Roma, Tel Aviv, Londra. Si chiamava Razan Abu Zaher, e il suo corpo, ormai svuotato da giorni di digiuno, è stato consegnato alla pietà degli uomini da un ospedale che non ha più medicine, né latte, né anestetici. Solo fame. Fame nuda, fame provocata, fame trasformata in arma.

    In un mondo normale, a questa notizia seguirebbe la pietà umana, il silenzio. Un rispetto muto. E invece no. Su Channel 14, canale israeliano, tre personaggi – due giornalisti, Shimon Riklin e Tamir Morag, e una ex funzionaria carceraria, Betty Lahat – hanno trovato di meglio da fare: ridere. Sghignazzare. Ironizzare sulla morte di una bambina palestinese denutrita, suggerendo che, con una madre “così paffuta”, la piccola non sarebbe mai potuta morire di fame. La madre. Colpevole, agli occhi di questi intrattenitori, d’avere ancora carne sulle ossa mentre la figlia moriva.

    Se questa non è pornografia del dolore, della disperazione, ditemi cos’è.
    E se questi sono giornalisti, allora questa parola ha perso ogni onore.

    Non è satira. Non è libertà d’opinione. È squadrismo travestito da infotainment, è la propaganda del più forte che si mette in scena con l’unico linguaggio che conosce: il sarcasmo crudele, la derisione del debole, la risata come strumento di dominio.

    Ma non si tratta solo di un episodio isolato, di una manciata di cialtroni in cerca di audience. È il sintomo di una degenerazione culturale profonda, sistemica, metastatica. In un Paese dove il ministro della Difesa parla dei palestinesi come di “animali umani”, dove i camion degli aiuti vengono bloccati ai valichi o bombardati per sbaglio (sempre per sbaglio), dove si ride della carestia e si specula sulla denutrizione come fosse un indice di borsa, l’umanità è stata evacuata da tempo. Deportata, rasa al suolo, trasformata in una barzelletta.

    Israele – questa Israele – non si sta difendendo. Sta annientando. Non sta rispondendo a un’aggressione: sta costruendo, mattone dopo mattone, un regime che si nutre di disumanizzazione programmata, scientemente alimentata dai media, dai politici, dai generali. Ha smesso di vedere nei palestinesi degli esseri umani. E questa è la vera tragedia.

    Quando si arriva a ridere della fame di una bambina, non si è più semplicemente complici. Si è caduti nel baratro. Si è soldati, a propria insaputa o con piena coscienza, di una guerra totale non contro un’organizzazione o un esercito, ma contro la stessa idea di compassione. L’arma non è solo il missile: è il talk show. È il microfono. È il ghigno.

    E non si venga a parlare di eccezioni. Perché l’eccezione diventa sistema, quando nessuno protesta. Quando nessun ordine professionale interviene. Quando nessun conduttore si alza e dice: “Io con questi non parlo”. Il ridicolo non è più un rischio: è un metodo.

    Intanto, a Gaza, l’Unicef registra oltre 20.000 bambini con malnutrizione acuta, e 3.000 sono già in stato critico. Più di 100.000 neonati rischiano la vita nei prossimi giorni se non arriverà subito latte. Ma ai salotti televisivi questo non interessa. Troppo impegnati a valutare i centimetri di grasso addosso alle madri per notare le costole che spuntano dai figli.

    A tutto questo, l’Occidente risponde col silenzio, o peggio, con la distrazione. Si disquisisce di geopolitica, di equilibri, di guerre giuste e ingiuste, mentre il volto della barbarie si mostra in diretta TV – non col volto di un boia, ma con quello di un giornalista che ride.

    E allora, no. Non si può più tacere. Se oggi l’indignazione è un atto di coraggio, che almeno resti chiaro: questa è una vergogna. Non solo per Israele. Ma per tutti noi che la tolleriamo. Che giriamo la testa. Che permettiamo a una civiltà intera – quella dei diritti, della dignità, della verità – di marcire nel ghigno di tre comparse da salotto.

    Perché la vera domanda, oggi, non è se esista ancora un futuro per Gaza.
    Ma se esiste ancora un cuore e compassione umana nell’Occidente che la guarda morire, anche in un orrendo spettacolo televisivo. ‎<Questo messaggio è stato modificato>

    Autore

    • Alfonso Scarano
      Alfonso Scarano
    Gaza giornalismo Giornalisti guerra gaza israeliani palestinesi Striscia di Gaza
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