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    Home»Mondo»11 Settembre 2001, 25 anni dopo: le lezioni mai imparate, lo sdegno e la rabbia
    Mondo

    11 Settembre 2001, 25 anni dopo: le lezioni mai imparate, lo sdegno e la rabbia

    Giampiero GramagliaDi Giampiero GramagliaSettembre 11, 202615 VisualizzazioniLettura 5 min.
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    11 Settembre 25 anni dopo
    11 Settembre 25 anni dopo
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    Oggi, è il 25° anniversario dell’attacco all’America dell’11 Settembre 2001: furono 2977 le vittime, senza contare i 19 dirottatori: 246 sui quattro aerei di linea ‘piratati’, 2606 al World Trade Center di New York e 125 al Pentagono, ad Arlington, appena fuori Washington. Morirono cittadini di oltre 90 Paesi: 10 furono le vittime italiane, centinaia i morti con origini italiane.

    L’anniversario vede ripetersi i riti del ricordo: il vice-presidente JD Vance e il sindaco di New York Zhoran Mamdani a quello che divenne Ground Zero dopo il crollo delle torri del WTC; il presidente Donald Trump al Pentagono. E si sono, come sempre accade, polemiche per i ritardi della giustizia, per le gaffes di Trump, per l’uscita di documenti che provano che l’aria di Lower Manhattan era inquinata da particelle di amianto e che le autorità lo sapevano, ma non presero provvedimenti mettendo a rischio la vita di soccorritori e residenti (1140 i casi di cancro registrati fra quanti lavorarono, studiarono, vissero nell’area dopo i crolli; decine quelli letali).

    Ma, quest’anno, c’è forte la percezione, dopo l’aggressione all’Iran, tuttora in corso, che le lezioni di quel giorno non siano state imparato. Sostiene il Wall Street Journal, sotto una grande foto aerea di Manhattan su cui si leva il fumo del crollo: “L’11 Settembre cambiò l’ordine del Mondo … L’attacco terroristico consumò risorse e attenzione degli Stati Uniti e lasciò il Paese incapace d’affrontare le maggiori minacce alla sua economia e alla sua leadership globale”. Vuol dire che lì stanno le radici del precipitare dell’America nel ‘trumpismo’, che è, in fondo, una vittoria postuma di Osama bin Laden, la mente di quelle azioni omicide e criminali: spingere l’America a divenire uno Stato canaglia, che calpesta i propri valori e viola il diritto internazionale.

    Le smargiassate del magnate presidente irritano familiari delle vittime e soccorritori; i documenti rivelano che gli ‘eroi’ di quei giorni furono ingannati dal potere – locale, statale e federale – e mandati a rischiare la vita in nome del profitto e dell’economia. Sono questi i prodomi velenosi dell’anniversario di un evento che ha contribuito a rendere il primo quarto del XXI Secolo un tempo di guerre e di eclissi del diritto.

    L’indignazione di familiari delle vittime e soccorritori nasce dall’ennesimo tentativo del presidente Trump di rendersi protagonista di un evento in cui non ebbe alcun ruolo: ricevendo alla Casa Bianca una delegazione di superstiti e soccorritori, Trump ha fatto intendere d’essere stato “messo in salvo” quel giorno dai vigili del fuoco. Per i media, è stato facile accertare che l’11 Settembre Trump non si trovò mai nei pressi del World Trade Center e che solo giorni dopo si avvicinò a quello che ora ormai divenuto Ground Zero, senza per altro mai trovarsi in situazione di pericolo.

    Sbugiardato dai media, Trump, che su questa vicenda ha cambiato più volte versione, invece di fare marcia indietro, li ha denunciati: “Io c’ero… Ovviamente non il giorno stesso del crollo, ma poco dopo, insieme a un folto gruppo di operai edili”, ha scritto sul suo social Truth. Lui c’era, come milioni di newyorchesi e di cittadini del Mondo che andarono in pellegrinaggio a Ground Zero.

    La rabbia, invece, nasce dai documenti diffusi dal sindaco Mamdani, che certificano che l’aria nell’area dei crolli era tossica dopo gli attacchi e che le autorità lo sapevano. “Siamo increduli. E’ sconcertante che ci abbiano fatto questo… Hanno sacrificato cittadini e soccorritori. Noi morivamo a ogni respiro e loro lo sapevano”, ma hanno preferito far andare avanti gli affari, ha denunciato James Brosi, presidente della Uniformed Fire Officers Association, sindacato del Fire Department di New York.

    Dalle oltre 170.000 pagine pubblicate da Mamdani, è emerso che nell’aria per mesi c’era amianto e che le autorità ne erano perfettamente consapevoli; ma non diffidavano il pubblico dall’andare nell’area e invitavano i residenti a tornare alle loro abitazioni. A guidare la città c’era, allora, Rudolph Giuliani, a fine mandato; gli succedette Michael Bloomberg. A Giuliani e Bloomberg, che si ritrovano ora sotto accusa, Mandani non è mai piaciuto: la pubblicazione dei documenti è, secondo alcuni osservatori, una ‘vendetta’ dell’attuale sindaco nei loro confronti.

    Giuliani, del resto, aveva esortato Mamdani a disertare le cerimonie per il 25o anniversario. “La sua presenza mi offende”, aveva detto lo ‘sceriffo’ ed avvocato, divenuto fedelissimo di Donald Trump, parlando alla tv di destra Newsmax e paragonando Mamdani ai dirottatori – avrebbero in comune l’odio per l’America -. L’invito di Giuliani non è una voce isolata: alcune famiglie delle vittime hanno raccolto 100.000 firme in calce a una petizione perché il sindaco non partecipi ai riti domani. “Non ha partecipato in passato, non dovrebbe farlo ora”, è la tesi dei promotori dell’iniziativa.

    L’invito è però caduto nel vuoto. Mamdani sarà oggi in prima fila a Ground Zero, con JD Vance, il vicepresidente. Trump, reduce dalla convention repubblicana di Dallas, dove è stato protagonista per due giorni, sarà invece al Pentagono.

    Autore

    • Giampiero Gramaglia
      Giampiero Gramaglia

      Giornalista dal 1972, professionista dal ’75, impara il mestiere alla Provincia Pavese e alla Gazzetta del Popolo di Torino, dove copre fra l’altro gli Anni di Piombo del terrorismo brigatista. Nel 1979, apre l’ufficio di corrispondenza della Gazzetta a Bruxelles.
      Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue Cee e Nato per dieci anni. Nel 1989 è a Roma come caporedattore Esteri; dal ‘90, è caporedattore centrale e dal ‘97 è vicedirettore.
      Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile del Nord America, con sede a Washington. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 è direttore dell’Ansa.
      Lasciata l’Ansa, dirige fra l’altro l’Agence Europe a Bruxelles, collabora con il Fatto Quotidiano, è direttore dei corsi e delle testate dell’Ifg, la scuola di giornalismo di Urbino. Attualmente, è docente presso l’Ifg e tiene corsi di giornalismo alla Sapienza; gestisce un suo sito e collabora con regolarità
      a media tradizionali e online; è sovente ospite di programmi radiofonici e televisivi e co-gestisce la rassegna stampa internazionale di Radio Radicale; è senior advisor per l’Italia di NewsGuard; ed è attivo in diverse Associazioni e Fondazioni.

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