*Le parole che dividono il mondo: semiti, ebrei, sionisti, antisemiti e un DDL Delrio che non capisce la storia*

Mi è stato chiesto di scrivere su un tema che spesso si sfiora, ma non si affronta davvero: “le parole” che governano l’immaginario del conflitto tra Israele e Palestina, e più in generale del rapporto millenario tra ebraismo e mondo. Parole usate ogni giorno come fossero pietre: “semita”, “antisemita”, “sionista”, “ebreo”, “ebraico” e tutto quel “contro” ed “anti” che ci si costruisce sopra. Parole che qualificano identità, che scatenano accuse, che chiudono bocche e teste. Parole che spesso diventano insulti prima ancora di essere capite.

In questo contesto arriva il DDL Delrio sull’antisemitismo. Una legge che nasce suppostamente da una buona intenzione, proteggere gli ebrei dall’odio, ma inciampa nella più grande trappola del nostro tempo: credere che la storia, la cultura, le religioni e i conflitti identitari si possano domare a colpi di codice. Non è così. Anzi, quando la legge entra in territori che ancora non comprende, come quello dei veicoli tecnologici e digitali e la loro gestione, rischia di peggiorare grandemente la situazione.

Partiamo allora dalla cosa più semplice e più ignorata: chi è un *semita*? Tecnicamente, quando la parola fu circostanziata, è chi appartiene a *popoli di lingua semitica*. Ebraico e arabo sono lingue sorelle. Quindi semiti sono gli ebrei, certo, ma anche gli arabi. Anche i palestinesi. È un dato storico e linguistico, non un’opinione.

Qui già la realtà ride amaramente di noi: nella lingua corrente “*antisemitismo*” designa solo l’odio contro gli ebrei, non contro tutti i semiti. È così da quando il termine antisemitismo fu inventato nella Germania dell’Ottocento per dare una patina pseudo-scientifica a un pregiudizio antiebraico vecchio di secoli. Il problema è che questa parola, nata già storta in senso discriminatorio, oggi è diventata una clava morale, e se vogliamo anche propagandistica, pronta a colpire tutto e tutti, spesso senza distinguere politica e identità.
Per esempio: criticare aspramente il governo israeliano o le sue azioni militari è critica politica, non antisemitismo, pare ovvio ma non lo è per molti, purtroppo. E nella confusione semantica di oggi, queste cose vengono spesso trattate come equivalenti. E la confusione non si ferma qui: troppo spesso si mette nello stesso sacco ebraismo, Israele, sionismo. Ma non sono sinonimi: *Ebraismo* è una fede, un popolo, una cultura millenaria. *Israele* è uno Stato, con una sua geopolitica, i suoi governi e le sue scelte criticabili come quelle di ogni democrazia.
*Sionismo* è un movimento politico nato per dare una patria agli ebrei perseguitati, ma che nel corso del tempo ha avuto correnti moderate, socialiste, religiose ed ora soprattutto persino nazionaliste estreme.

Quando il DDL Delrio assume una definizione di antisemitismo non generalmente accettata e che nelle sue esemplificazioni mescola tutti questi piani e comunque la trasforma in parametro giuridico diventa una aberrazione concettuale che può portare a punire il dissenso politico in nome della lotta all’odio. *Ed eccoci al cuore del problema: la libertà di parola, principio cardine delle democrazie, diventa la prima vittima.*
Il DDL Delrio non si limita a un richiamo simbolico: obbliga piattaforme online e AGCOM a censurare entro 48 ore i contenuti considerati antisemiti. E chi decide cosa lo è? Segnalazioni, delazioni mascherate, algoritmi incontrollati se non dai loro produttori e piattaforme private, sotto minaccia di sanzioni. Si prevede anche la sospensione per sei mesi dell’utente recidivo. Una specie di ergastolo digitale, deciso senza contraddittorio, un diritto penale di fatto privatizzato nelle piattaforme e dei supposti controllori. Il giudice sostituito da un modulo di segnalazione.

E le università? Le scuole? Diventano centri di monitoraggio fors’anche ideologico, con obblighi di rendicontazione su iniziative contro l’antisemitismo. *La definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto* recita così in italiano: _*“L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti. Le manifestazioni retoriche e fisiche di antisemitismo sono dirette verso le persone ebree, o non ebree, e/o la loro proprietà, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto.*”_ Ma con una definizione così vaporosa “una certa percezione”, quindi confusa perché non netta, la prudenza diventerà autocensura: meglio evitare seminari sul conflitto, conferenze scomode, docenti critici. Si crea un clima di sospetto dove prima c’era dibattito. L’esatto contrario dell’antidoto all’odio. Ed ecco la questione più ironica e tragica: una legge pensata per difendere la libertà di un popolo rischia di comprimere la libertà di tutti. Come dimenticare che leggi nate per difendere valori nobili, se scritte male, diventano armi nelle mani di chi domani potrà usarle per altro?

La verità è che nessuna legge potrà risolvere da sola un problema millenario. L’antisemitismo, come ogni odio identitario, si combatte invece con: educazione, storia raccontata bene, dialogo e conoscenza reciproca, libertà di criticare governi e poteri,
coraggio di distinguere persone da Stati, fedi da ideologie, ed aggiungete voi lettori.
Il DDL Delrio, invece, tenta la furbizia stolta della scorciatoia: usa il diritto per governare l’emotività, la paura, fors’anche la propaganda. Ma le scorciatoie, nella storia, portano quasi sempre fuori strada, e son dolori.

E allora torniamo al punto di partenza. Il conflitto attorno a Israele e Palestina è una bomba semantica: se non capiamo le parole, non capiremo mai i popoli. Se continuiamo a confondere ciò che unisce e ciò che divide, alimenteremo nuove ostilità invece di scioglierle.
*Serve la rivoluzione culturale adatto alle necessità di questa nostra epoca:* distinguere per non discriminare. Aprire discussioni invece di chiuderle. E soprattutto, riconoscere che semite sono entrambe le parti in contesa di questa tragedia. Se si parte da qui, forse un giorno capiremo che i muri non separano solo i territori, ma soprattutto le menti, come la propaganda.
Per ora, resta un monito latino, adattato, da scolpire bene: Sic transit gloria legislatoreis: nati furono in democrazia per difendere la libertà, rischiamo ora di imbavagliarla con brutte leggi.
E se una legge contro l’odio mette a tacere la critica, allora sì: l’antidoto diventa veleno.