Fino alle undicesime elezioni europee che dovrebbero aver luogo dal 6 al 9 giugno 2029 – se le date saranno confermate dal Consiglio sulla base di ventisette procedure sostanzialmente nazionali e se lo stesso Consiglio deciderà di ignorare le proposte del Parlamento europeo adottate dall’Assemblea per renderle realmente europee – quasi tutti i paesi membri dell’Unione europea rinnoveranno i loro parlamenti nazionali e in molti casi le coalizioni al governo.
Difficile immaginare che i risultati delle elezioni europee saranno sostanzialmente diversi dai risultati delle elezioni nazionali.
Ciò è tuttavia già accaduto in passato e accadrà certamente nel 2029 per almeno tre ragioni:
- la differenza delle procedure elettorali nazionali ed europea,
- l’idea che il voto europeo sia “libero” nel senso che non si tratta di scegliere un governo,
- e la distanza fra l’europeismo prevalente nelle opinioni pubbliche e la crescita di movimenti e partiti sovranisti di estrema destra e di estrema sinistra.
Nonostante questa realtà il funzionamento dell’Unione europea – fondato sul ruolo preponderante del Consiglio e dunque dei governi nazionali in settori sensibili delle politiche europee come le relazioni esterne e il finanziamento del bilancio dove prevale il potere di veto con effetti paralizzanti nell’azione della Commissione europea e, sempre di più, nella “nazionalizzazione” del Parlamento europeo – dipenderà molto dai risultati delle elezioni nazionali fino al giugno 2029.
Per queste ragioni l’attenzione sarà rivolta in particolare nel 2027 ai risultati elettorali in Francia, dove le presidenziali del 18 aprile e del 2 maggio saranno seguite dal rinnovo della Assemblea, e poi dalle elezioni legislative (in un calendario ancora indeterminato) in Spagna, Italia e Polonia senza dimenticare la Grecia, l’Estonia, la Finlandia, la Lettonia e la Slovacchia.
L’ininterrotta aggressione della Russia all’Ucraina – in cui il Cremlino rifiuta qualunque forma di temporaneo cessate il fuoco e la riconsegna dei prigionieri insieme al crescendo sconvolgente e caotico di Donald Trump – ha ridotto considerevolmente il peso delle forze politiche che si collocavano fra gli alleati di Putin o degli atlantisti ad oltranza dell’alleanza conservatrice mondiale.
Ciò non ha ridotto tuttavia ed ha anzi rafforzato l’influenza delle ingerenze esterne nelle elezioni nazionali provenienti non solo da Mosca ma anche da Washington, da Tel Aviv e da Pechino per citare solo alcuni dei vecchi e nuovi imperialismi in cui l’obiettivo non è più quello evidente di rafforzare “l’asse del male” ma quello più subdolo e pericoloso di demolire dalle sue fondamenta il processo di integrazione europea trovando sempre più adepti e tifosi non solo fra leader politici ma anche nei media e nel mondo della cultura.
Ferma restando la nostra convinzione della imprescindibile necessità di sostenere il diritto dell’Ucraina alla inviolabilità dei suoi confini a cominciare dalla regione del Donbass e che qualunque futura tregua o accordo di pace debba riguardare l’integrità del suo territorio a cui l’Ucraina dovrà tuttavia accompagnare il rispetto di tutte le minoranze [1], noi pensiamo che l’Unione europea debba immaginare un percorso internazionale che possa condurre all’avvio di negoziati veri per una tregua nel conflitto e poi per una pace nella regione.
Da questo punto di vista l’iniziativa di cinquantuno stati a New York promossa dalla Francia in quanto presidente di turno del Consiglio di Sicurezza e dall’Alta Rappresentante – respinta non solo dalla Russia ma anche dagli Stati Uniti e ispirata dal presidente Ucraino – rimarrà agli atti dell’ONU come una ininfluente dichiarazione di principio non avendo coinvolto altre aree del mondo come il continente africano o l’America Latina per gettare le basi a sostegno dell’avvio di un vero negoziato e poi di un accordo di pace “disarmata e disarmante”.
Per quanto riguarda i temi dei dibattiti al centro delle elezioni legislative fino alla scadenza europea nel 2029 – ma soprattutto le prospettive politiche del 2027 in Francia, Italia, Polonia, Slovacchia e Spagna – noi riteniamo che sia urgente predisporre un “manifesto politico” per inserire la dimensione europea ed internazionale nelle elezioni nazionali con una campagna di comunicazione transnazionale in cui si chieda a partiti e candidati di esprimersi sulla loro visione del futuro dell’Europa e sul ruolo internazionale ed europeo del loro paese.
Lo slogan collettivo potrebbe essere: “Ce lo chiede l’Europa”.
“Ce lo chiede” in quanto comunità di diritto.
“Ce lo chiede” in base ai principi e ai valori dell’articolo 2 del trattato-costituzionale del 2004 e poi del Trattato di Lisbona perché il rispetto dei principi e dei valori è una condizione per aderire all’Unione europea e per proteggerla dalla loro violazione.
“Ce lo chiede” sulla base degli obiettivi iscritti nel successivo articolo 3 TUE che risponde alla domanda “Europa, per che fare?” essendo chiaro che sono le istituzioni al servizio del progetto e non il contrario ed essendo consapevoli che alcuni di quegli obiettivi si sono realizzati grazie all’efficace funzionamento delle istituzioni europee e al consenso delle opinioni pubbliche ed altri attendono ancora di essere realizzati per garantire beni pubblici che richiedono la dimensione di decisioni sovranazionali e dunque una più efficace governance europea.
“Ce lo chiede” attraverso la Carta europea dei diritti fondamentali che garantisce l’eguaglianza fra le sue cittadine e i suoi cittadini ma anche l’inviolabilità della dignità umana, la libertà e la sicurezza, la solidarietà e la giustizia a tutte le persone che stanno sul territorio dell’Unione europea.
“Ce lo chiede” in virtù del principio della cooperazione leale fra istituzioni e Stati membri.
“Ce lo chiede” per il principio di solidarietà che riguarda gli aspetti finanziari attraverso i contributi al bilancio fino a quando essi non saranno sostituiti da vere risorse proprie introducendo elementi federali di politica fiscale o la solidarietà nella gestione delle politiche migratorie o ancor di più la solidarietà in materia di politica di sicurezza e di difesa comune che prevede l’aiuto e l’assistenza ad ogni Stato membro vittima di una aggressione armata.
“Ce lo chiede” attraverso le funzioni giurisdizionali della Corte di Giustizia.
“Ce lo chiede” per garantire la realizzazione corretta degli obiettivi del Trattato attraverso i ruoli della Corte dei conti e della BCE così come quelli della Procura europea e dell’OLAF a cui si aggiunge – a difesa delle cittadine e dei cittadini nei confronti delle pubbliche amministrazioni – il ruolo del Mediatore europeo.
“Ce lo chiede”, applicando i trattati frutto di condivise decisioni democratiche e le sfide europee e internazionali, ci indicano che essa dovrà chiedere ancor di più agli Stati membri e alle sue istituzioni per garantire l’uguaglianza fra le sue cittadine e i suoi cittadini.
Nel “manifesto politico” dovrebbero essere inseriti:
- Il multilateralismo come necessità con istituzioni di garanzia internazionali, l’applicazione ed il rispetto del trattato di non proliferazione nucleare e dei trattati sulle armi convenzionali, una alleanza per la pace, la qualità dell’ambiente e l’energia, la democrazia e la giustizia sociale, il rafforzamento degli strumenti internazionali per l’imposizione (peace enforcement), la costruzione (peace building) e il mantenimento della pace (peace keeping).
- Il sostegno della Corte Penale internazionale come strumento giurisdizionale essenziale a difesa del diritto internazionale trasformando la solidarietà in protezione concreta con una mobilitazione attivando il meccanismo di protezione dell’Unione europea.
- La sovranazionalità federale della Corte di Giustizia dell’Unione europea per assicurare il rispetto ed il primato del diritto europeo nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati.
- La transizione ecologica come strumento di lotta al cambiamento climatico e di trasformazione positiva della società europea, di superamento delle diseguaglianze e di bene pubblico giuridicamente vincolante in attuazione degli Accordi di Parigi e dello European Green Deal nel quadro degli obiettivi dello sviluppo sostenibile.
- Un quadro finanziario quinquennale 2028-2032 per garantire beni pubblici europei – equamente suddivisi nelle aree di intervento europeo che riguardano la coesione economica, sociale e territoriale, e il sostegno delle aree interne e delle città, la crescita e la competitività, la sicurezza e la difesa, le transizioni ecologica e digitale, l’indipendenza energetica, la ricerca, la formazione e il lavoro, il ruolo democratico della società civile e la missione internazionale dell’UE come attore globale, la funzione pubblica europea – fondato su risorse proprie e debito pubblico europeo che sostituiscano i contributi nazionali e che rappresenti almeno il doppio dell’attuale livello finanziario.
- Un nuovo Patto per la cooperazione e la sicurezza sul continente europeo sul modello degli accordi di Helsinki (1975) e del Trattato di Parigi (1990) al servizio di una pace attiva anche attraverso strumenti di solidarietà europea e di protezione civile come il Corpo europeo di solidarietà e i Corpi europei di pace, per la garanzia dell’indipendenza e della inviolabilità dei confini a cominciare dall’Ucraina, per il rispetto dei diritti fondamentali ivi compresi quelli delle minoranze.
- L’attuazione del Pilastro sociale adottato a Göteborg nel 2017 e del Piano firmato a Porto nel 2021 pianificando azioni, strumenti legislativi e finanziari per difendere le categorie più disagiate, i giovani e le donne, lottare contro ogni forma di povertà (assoluta, relativa e relazionale), costruire una politica migratoria di inclusione nel rispetto dei diritti fondamentali e dei valori dell’Unione europea sottraendola alla competenza dei ministri dell’interno perché la politica migratoria non riguarda la sicurezza interna dell’Unione europea ed attribuendola ad un Consiglio speciale che riunisca i ministri degli esteri, della cooperazione allo sviluppo, dell’occupazione, del mercato interno e della cultura secondo un modello simile al Consiglio
- Il sostegno agli strumenti di mobilitazione popolare e di democrazia partecipativa ed in particolare le iniziative dei cittadini europei (innanzitutto quelle già avviate il reddito di base incondizionato, la casa, la piattaforma dei social media) insieme alle Conferenze delle cittadine e dei cittadini europei e ai panel transnazionali che coinvolgano anche i paesi candidati ivi incluso il futuro dell’Europa e la riforma dell’Unione europea.
- La salvaguardia ed il rispetto del patrimonio culturale europeo a cominciare dall’educazione e dalla formazione dei giovani con il rafforzamento dei programmi Erasmus, che nel 2027 celebra 40 anni, e di Horizon con strumenti di cooperazione con i paesi terzi ed in particolare con il Mediterraneo (gettando le basi di una Università Euro-Mediterranea).
- La riforma dell’insieme dell’Unione europea – superando il modello ermafrodita del Trattato di Lisbona e rinunciando ad inefficaci ed improbabili scorciatoie istituzionali all’interno dei trattati – con l’avvio di un processo democratico costituente nella legislatura che inizierà nel giugno 2029 che permetta di rinverdire gli elementi costituzionali e federalisti del progetto Spinelli del 1984 (un unico e breve trattato di natura costituzionale; una cittadinanza federale fondata su valori comuni; un’autorità costituente, legislativa e di bilancio su un piede di uguaglianza fra Parlamento europeo e Consiglio; un governo federale con poteri limitati ma reali; un’unica politica estera e di sicurezza che comprenda la difesa europea con un ruolo più forte della diplomazia europea; il superamento del potere di veto; una legge elettorale europea uniforme; una procedura di entrata in vigore del nuovo Trattato con una maggioranza qualificata di Stati e di popolazioni che preveda accordi di associazione con i paesi terzi e un referendum confermativo paneuropeo).
[1] Nell’aprile 2022 proponemmo inutilmente di applicare all’Ucraina il modello degli accordi firmati a Parigi del 5 settembre 1946 e di rilanciare il modello degli accordi di Helsinki del 1975 (LINK)

