
L’anno scorso, il comitato per il Nobel norvegese aveva assegnato il premio per la Pace avendo cura di evitare uno scontro frontale con Donald Trump, che se lo aspettava – anzi, lo pretendeva avendo chiuso otto conflitti – nessuno ha ancora capito né quali né come -, senza mettere in conto che, di riffa o di raffa, aveva bombardato un bel po’ di Paesi, fatto uccidere senza alcun mandato centinaia di presunti contrabbandieri in alto mare e calpestato a più riprese il diritto internazionale.
Così, il premio era andato a Maria Corina Machado, leader in esilio dell’opposizione venezuelana, trumpiana al punto che andò poi alla Casa Bianca a donare al magnate presidente la sua medaglia. Mal gliene incolse, a Corinna, perché, di lì a due mesi, Trump la ‘scaricava’: una volta sequestrato il presidente venezuelano Nicolas Maduro, Washington ‘inciuciava’ con la presidente ad interim Nancy Rodriguez, niente cambio di regime – e niente elezioni – in cambio del petrolio agli Usa.
Quest’anno, il comitato per il Nobel, composto da cinque membri scelti dal Parlamento norvegese, c’è andato giù pesante: la scelta della giurista sudafricana Navanethem Navi Pillay, origini indiane, giudice della Corte penale internazionale, è un vero e proprio pugno sul naso al magnate presidente e al suo compare, il premier israeliano Benjamin Netanyau. Soprattutto perché Pillay è stata a capo dell’Agenzia dell’Onu per i diritti umani ed è stata lei a presiedere la commissione che decretò “genocidio” i massacri compiuti da Israele nella Striscia di Gaza e aprì la via al mandato di cattura internazionale emesso contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, oltre che contro i leader di Hamas per gli attacchi terroristici del 7 ottobre 2027.
E, infatti, Trump e Netanyahu hanno entrambi reagito sopra le righe e in modo sgangherato. Trump ha detto: “Ho risolto otto guerre e ci vorrebbe un Nobel per ciascuna… Non dimenticherò il rifiuto della Norvegia di conferire il Nobel agli Stati Uniti … Questa è una macchia indelebile … Il Nobel per la Pace è stato screditato per sempre da un pugno di ideologi radicali: hanno conferito il premio a una persona mai sentita: non avevo mai sentito il suo nome…”. E, poi, l’immancabile: “Nessun presidente ha fatto quello che ho fatto io”.
Più astiose ancora le reazioni israeliane. Il ministero degli Esteri ha scritto sul suo sito: “Assegnare il Nobel a Pillay non è un atto di giustizia, ma la grottesca strumentalizzazione di un riconoscimento per legittimare l’odio e i pregiudizi contro Israele… Il Nobel ha premiato la più grande menzogna del XXI Secolo… Joseph Goebbels sta certamente applaudendo dall’Inferno…”.
Peggio delle parole i fatti. La risposta statunitense è stata l’imposizione alla Corte di nuove pesanti sanzioni, con l’obiettivo, già dichiarato da Trump all’Onu, di smantellarla. Usa e Israele, ma anche Cina, Russia, Iran e altri Paesi, non riconoscono la Corte, a sostegno della quale sono invece scesi in campo tutti gli altri Paesi del G7 e numerosi altri Paesi occidentali. Il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha annunciato: “Vieteremo le transazioni con questa Corte fuorilegge, privandola delle risorse e paralizzandone le capacità operative”. Washington aveva già sanzionato 13 membri dello staff della Corte fra procuratori e giudici.
Nel Mondo alla rovescia di Trump, gli Stati Uniti, presunti campioni di democrazia e diritti umani, colpiscono con sanzioni la giustizia internazionale e, contestualmente, alleggeriscono quelle contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina in cambio di un po’ di diesel: come non succede mai nei film di John Ford e Frank Capra, i buoni sono puniti e i cattivi premiati.
L’attribuzione del Nobel per la Pace a Navi Pillay ottiene, invece, ampi consensi in tutto il Mondo da difensori dei diritti umani e del diritto internazionale. Il riconoscimento premia “il suo contributo a rafforzare le istituzioni del diritto internazionali”, l’avere dimostrato che “misure legali possono aiutare a prevenire atti di guerra e violenze” e l’avere fato la certezza che “i crimini di guerra vengano perseguitati”. Jørgen Watne Frydnes, presidente del comitato, riconosce esplicitamente che la scelta di Pillay è un messaggio a chi vuole screditare “il sistema delle regole e delle istituzioni internazionali”: “il suo impegno nei confronti dei principi giuridici universali e la sua solida bussola morale sono stati elementi costanti in una lunga carriera”.
Pillay, 85 anni, è “una persona che con coraggio eccezionale e con integrità ha aperto la strada verso un ordine giuridico globale più completo”, recita la motivazione dell’assegnazione del premio. Nata in Sudafrica nel 1941, Navi è stata la prima non bianca ad aprire uno studio legale nel Natal, nel 1967; e la prima non bianca a diventare giudice dell’Alta Corte del Sudafrica. Poi è stata giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e della Corte penale internazionale e ha guidato l’alto commissariato Onu per i diritti umani dal 2008 al 2014.
La notizia dell’assegnazione del Nobel per la Pace l’ha avuta a Norimberga, nell’aula del processo al nazismo, dove è in corso un simposio giuridico internazionale. In piedi accanto al banco su cui sedeva, fra gli altri, l’imputato Hermann Göring, Navi, sorpresa ed emozionata, ha commentato: “Sono stata elogiata per il coraggio … Perché? serve coraggio per dire la verità? …”. Riferendosi alla commissione d’inchiesta su Gaza, ha detto: “Abbiamo interpretato la legge, abbiamo analizzato tutti i fatti, è stata una decisione imparziale”.

